Colera, pestilenze e coronavirus. Il Gargano rinfresca la memoria

Su l’ATTACCO di oggi, 26 febbraio 2020, in prima pagina vi sono due pregevoli servizi di Ilaria Di Lascia e Claudia Ferrante “Coronavirus, Sindaci sbandati “pezza” del Prefetto. Raccontano le reazioni che registrano in varie parti della Capitanata fra panico e assalto alle mascherine e disinfettanti variopinti. Una dimenticata pagina di Storia garganica ci riporta alla mente quello che successe intorno al 1836 in un’area fra il Regno delle due Sicilie, quello Borbonico, i Papalini e il Gargano al diffondersi del colera. Anche allora al diffondersi del panico ogni regno adottò proprie misure sanitarie: “Regolamento generale per difendere la città di Napoli dall’invasione e dalla ferocia del cholera-morbus”.

“Mentre, intatti, ci si guardava le spalle lungo i confini con lo Stato Pontificio, il colera faceva sornionamente il suo ingresso nel regno attraverso la Puglia. A contendersi il triste primato della comparsa del colera nella nostra regione sono Trani e Rodi Garganico. A Trani il colera venne denunciato con un certo ritardo, ma è probabile che vi avesse messo piede fin dal 23 agosto 1836. A Rodi, invece, si manifestò verso la metà di settembre. Ma nemmeno per Rodi si ebbe una tempestiva denuncia del morbo da parte dell’Intendente, Cav. Marchese Gaetano Lotti, quantunque egli fosse stato nominato fin dal 29 agosto con decreto sovrano Commissario del Re con l’Alter Ego e avesse, quindi, tutti i poteri per intervenire prontamente ed efficacemente.

Il colera scoppiò a Rodi probabilmente l’11 settembre (Nota 6) ed entrò nella fase acuta il 22, seminando il panico tra la popolazione che si dette ad una fuga generale verso la campagna e i vicini comuni; ma tutto ciò non fu sufficiente per convincere l’Intendente ad ammettere l’esistenza del colera e a porre, quindi, in contumacia la cittadina garganica. In seguito al fuggi-fuggi generale, alcuni rodiani trovarono rifugio e ospitalità presso alcune famiglie di S. Marco in Lamis mettendo in allarme e in apprensione la locale Commissione sanitaria, che si riunì immediatamente per decidere quali provvedimenti adottare nei confronti di quei rodiani. E poiché da alcuni sammarchesi che si recavano frequentemente a Rodi per portarvi la neve era già stata informata che in quel paese imperversava una malattia che aveva tutti i caratteri del colera, essa, temendone il contagio, in data 25 settembre ordinò lo sfratto dei rodiani, l’interruzione di ogni traffico con Rodi, la creazione di quattro posti di blocco a S. Giuseppe, a S. Berardino, nella Noce del Passo e alla Crocicchia, e informò d’ogni decisione l’Intendente, il quale, però, mostrandosi ancora restio ad ammettere la presenza del colera nella sua provincia, il giorno dopo fece pervenire al Sindaco di S. Marco, Candeloro Cera, presidente della Commissione sanitaria, questa comunicazione: ‘Foggia 26 settembre 1836. Signore – Il procedimento della Commessione sanitaria comunale di costà verso i Rodiani è abusivo ed irregolare. Non doveasi, ne poteasi impedire il traffico ed il commercio con quella popolazione, la quale se al momento è afflitta da malattie, queste non ha il carattere di contagio né son tali da determinarsi alle adottate estreme misure. Si riapra dunque il traffico con Rodi, ed a spese di chi ne a dato motivo subito si porti colà la neve, assicurandomi Ella dell’esatto e celere adempimento di questi ordini’.

E si noti che l’Intendente faceva queste affermazioni il giorno stesso in cui una Commissione sanitaria speciale inviata da lui stesso a Rodi trovava quella cittadina ‘in pieno caos con 400 colpiti da colera e 51 morti (su 3.792 abitanti) e la popolazione in preda al terrore’.

Si dovette attendere il 29 settembre per avere la pubblica denuncia del colera in Rodi. L’epidemia, comunque, cessò verso la metà del mese di ottobre facendo registrare 189 vittime su 494 casi. Il 31 ottobre veniva abolito il cordone sanitario intorno a Rodi. Altri Comuni della Capitanata lievemente colpiti dal colera nel 1836 furono Carpino, Manfredonia, Monte Sant’Angelo e le Isole Tremiti. S. Marco in Lamis se la cavò piuttosto a buon mercato, pagando solo lo scotto d’una gran paura: tuttavia, il suo appuntamento col colera non era scongiurato per sempre, ma solo rinviato di un anno”.

Michele Angelicchio

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