La memoria dei gesti nella tradizione dei «sepolcri» di Vico del Gargano

Mi piace pensare che sia la memoria dei gesti a scrivere la storia. Questi gesti che si ripetono, senza diventare usuali, conservando intatto – ogni volta che vengono  compiuti – il loro significato. Fino a diventare segni, e infine simboli.

Di questa memoria dei gesti trasuda la tradizione di Vico del Gargano.

Lo intuivo, lo sospettavo, avendo partecipato da spettatore ai momenti più suggestivi di questa tradizione, come la Settimana Santa e la festa di San Valentino, che qui si celebrano come in nessun’altra parte del mondo. Ma ne ho avuto piena contezza solo dopo aver letto lo splendido reportage di Francesco A. P. Saggese che racconta il rituale della preparazione della settimana santa.

Leggere non è il termine esatto, perché più che altro il testo ti cattura, ti prende per mano, ti avvince, conducendoti per questo “lento percorso non scritto, ma percepibile nei gesti che si ripetono, come fa il sole ogni giorno, o la luna quando ogni notte silenziosa ci appare”.

Ed è giocoforza immergersi, lasciarsi circondare e coinvolgere e conquistare dal senso profondo e antico del racconto di Francesco, e dalle immagini struggenti di Pasquale D’Apolito, che conferma una squisita sensibilità nel catturare l’attimo e sublimarlo.

Di rado testo e fotografia si integrano con tale efficacia e potenza. Di rado un racconto è così discreto e nello stesso tempo avvincente, totale.

La narrazione si è sedimentata lentamente, così come i semi posti a dimora nelle croci il mercoledì delle Ceneri, all’inizio della Quaresima. Per non violare la regola non scritta di riservatezza che impone a tutte le Confraternite di non anticipare i Sepolcri, che saranno aperti il giorno del Giovedì Santo, il viaggio di Francesco e Pasquale si riferisce alla settimana santa di un anno fa.

Ma è proprio questa rinuncia all’attualità a conferire un tono epico al racconto, a far intendere fino in fondo al lettore la grandezza della memoria dei gesti che produce storia e vita.

Si ha l’impressione di non leggere un reportage, ma piuttosto un poema classico.

È la poesia – materiale, corposa, densa, irripetibile – del popolo che esprime la sua saggezza, la sua cultura in quei gesti che ripetendosi diventano mito.

Ringrazio vivamente gli autori per aver regalato agli amici e ai lettori di Lettere Meridiane la loro preziosa opera. Potete scaricarla, in alta risoluzione, cliccando sui link che seguono. La versione iBook è utilizzabile sui sistemi operativi iOS e macOS, ovvero su computer Mac, o su iPhone e iPad. Buona lettura.

Geppe Inserra

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