Tutti al bar a guardare la televisione

Erano gli anni ’50 e a Rodi Garganico era arrivata la televisione. Potevano permettersela solo in pochi, oltre ad alcune sedi di partiti politici, che fungevano anche da ritrovi per piccole attività sociali, oltre a locali pubblici come i bar.

Ma sto parlando di un tempo in cui un solo bar aveva la televisione, quello del Signor Laidò Vincenzo (Gemi), con albergo ristorante annesso (l’albergo Bologna) sito in Via Carmine Grossi.

E vorrei parlare un po’ di questa famiglia, del suo spirito di accoglienza. Ero un ragazzino che aveva appena iniziato le Scuole Elementari. Resto nel vago perché vaghi sono i ricordi di quel tempo. Ma quello che ricordo bene, ancora oggi che sono molto avanti negli anni, è che spesso di sera entravo nel bar di Laidò e trovavo, insieme a una “morra” di ragazzini, un’accoglienza meravigliosa. Non l’ho più dimenticato. Eravamo mediamente un gruppo che superava la dozzina, spesso sporchi, cenciosi. A parte qualche eccezione, eravamo ragazzini di famiglie povere. Ci sedevamo tutti per terra in due o tre file, col naso in su a guardare il piccolo schermo. Per noi era sempre una grande festa. Di fronte c’era lo storico Cinema della famiglia Apicella ma, a meno che non fosse festa grande, chi ce l’aveva i soldi per il biglietto (a quei tempi costava dalle 50 alle 70 lire)? Così la televisione era un ottimo sostituto del cinema.

Il “Cinema Imperiale”, rinominato in seguito Cinema Apicella, con di fronte il bar Laidò

Ricordo la pazienza infinita dei Signori Laidò, Vincenzo e Signora che, di tanto in tanto ci apostrofavano, quando diventavamo un po’ irrequieti e litigavamo tra di noi. Eppure, quasi ogni sera, noi poveri cristi senza una lira da spendere in quel bar, venivamo accolti meglio che nelle parrocchie locali.

Queste brave persone sapevano benissimo chi eravamo, conoscevano le nostre famiglie. La loro era un’opera di bene, di accoglienza gratuita. Non si mostravano infastiditi, sembrava che accettassero come normale quella situazione, una situazione che, ben sapevano, sarebbe durata per molto tempo.

Allora c’era la mitica “Tivù dei ragazzi” che trasmetteva divertenti cartoni animati; ma spesso ci intrattenevamo fino a dopo il “Carosello”. Ricordo la serie del televisivo “Perry Mason”, ma anche il teatro come “La morte di Socrate”, un’opera teatrale non proprio alla mia portata, allora.

Via Carmine Grossi: il bar Laidò è la terza porta a destra

Spero che con queste semplici parole io possa omaggiare l’opera semplice, ma importante di questa famiglia. La nostra vita era la vita di ragazzi di strada, senza alcuna possibilità di scelta, senza alcun luogo di accoglienza e di crescita. Ripenso a loro come ad una piccola fiamma dall’apparenza trascurabile, ma che per me ha assunto un grande valore: la comprensione dell’accoglienza, della modestia e della generosità che, devo dire, era raro trovare a quei tempi.

I Laidò meritano, oggi, almeno una menzione. Grazie! Con tutto il cuore.

Franco Miglionico

1 Commento

  1. Commosso leggo le belle parole con cui il sig. Miglionico rimembra un tempo passato che ricordo con grande nostalgia. Sono oltretutto grato a questo conterraneo per l’ammirazione e la grande stima che ha della mia famiglia. Immensamente riconoscente un cordiale saluto e auguri di ogni bene.

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