Vico: la Caporetto di Sementino. Era nel DNA

La previsione, e la conferma, del fallimento dell’esperienza Sementino e della sua pentammucchiata, era già scritto e deciso nell’esito delle urne del maggio 2013. Scrivemmo nel giugno di quell’anno 2013, appena qualche giorno dopo quella stucchevole carnevalata dell’insediamento in piazza San Domenico, che non si poteva amministrare una popolazione e un territorio complesso come quello di Vico del Gargano con una striminzita e anemica mangiata di voti, 1510, quando dal corpo elettorale giunse una forte risposta negativa sancita da 3200 cittadini contrari. Questa, per rammentarlo a tutti, si chiama democrazia sostanziale; altro che legge elettorale. Ci pensino bene, quindi, i nuovi e prossimi amministratori.

L’ammucchiata Sementino è nata con il “nulla” nel DNA, povera nel pensiero e totalmente inadeguata ai bisogni, e soprattutto ai ritardi, del paese. Legata da un patto scellerato e suicida al Piano Urbanistico Generale che, prima l’ha paralizzata e poi l’ha sotterrata.

Leggere, oggi, attentamente il percorso e la produttività dei vari settori assessorili, ci si rende conto che tutta la storia, vecchia di cinque anni, dello “stare insieme”, dei partiti consolidati, della lunga e profonda esplorazione, della pentammucchiata, era scritta sull’acqua e sulle menzogne. Assessorati come l’Urbanistica, tenuto strettamente nelle mani di Sementino, garante di una continuità offensiva per i predecessori; dei Servizi Sociali trasformati in acquasantiera, nelle mani del vice-sindaco Casavecchia; dell’Igiene e Sanità, nelle mani del veterinario Matano, l’unico a non vedere il fallimento delle pattumelle dell’umido e la sporcizia diffusa dalle buste pensili, solo per citarne alcuni, sono letteralmente scomparsi dietro l’effimera, episodica, dannosa azione clientelare e del “family affair”. Voler cercare un atto, qualificato e qualificante, che ne giustifichi la loro presenza è tempo sprecato. Nessuna traccia, nessuna impronta della loro presenza su questa terra, ad eccezione di numerosi selfie, bellocci, e numerose sfilate dietro santi e madonne. Sono arrivati, indisturbati, sino ad oggi grazie ad un comico consiglio comunale, liquefatto dopo le prime battute, alla complicità di qualche consigliere fiancheggiatore, buono per tutte le minestre, alle lingue, tutte le lingue, per cinque anni saldamente annodate.

Ma, ormai siamo alla fine. Fra poco le lingue dovranno, per forza, sciogliersi. Qualcuno dovrà pure raccontare questi cinque anni. A destra si nota l’agitarsi di qualche consigliore alla Talleyrand. Con atteggiamento solenne, lento, pacifico, sicuro, lo vediamo spesso al centro fra il sindaco e la vicesindaco. Dispensa consigli freschi arrivati direttamente da Arcore o giù da quelle parti. Per la verità non tollerato da tutti; un suo “poco” amico lo definisce napoleonicamente “merda in calze di seta e capace di tutto”. Dall’altra parte inizia a muoversi qualcosa. Le sezioni locali del PD, con Nicolino Sciscio e quella dei Popolari dell’UDC, coordinatore Luigi Palmieri, dovrebbero annunciare i primi nomi. Per il momento sono solo “in pectore”, anche se tutti sanno che i meno segreti sono i segreti della politica, in un paese dove non c’è più nulla da sapere o scoprire. Una terna di candidati è pronto, aspettiamo solo il via libera “ufficiale”, oppure un pezzo di carta per evitare che l’annuncio fatto di mattina venga smentito il pomeriggio, corretto la sera, come il caffè. Quello che manca è il futuro di Vico del Gargano, ricostruire i fondamentali. Tutto il resto l’abbiamo già, basta togliere la polvere e guardare lontano.

Michele Angelicchio

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