Vico del Gargano, morire d’abbondanza

Un paese, la sua comunità, può morire di digiuno; digiuno politico, digiuno culturale, progettuale, digiuno di orizzonti, digiuno da isolamento, e così via di questo passo. Ma, viceversa, può morire anche di abbondanza, anzi, di sovrabbondanza, come il forzato ingrassamento delle oche per produrre il prelibato patè “foie gras”, tanto decantato anche su qualche tavola nostrana. Si passa con una velocità mentale, stupefacente, dal niente al troppo per ritornare, velocemente, di nuovo al niente.

Nel paesungolo delle feste, farina e frescacce, fino a ieri non si poteva, e non si doveva, dare nessuna spallata, nemmeno tentata, alla famigerata pentammucchiata di Sementino perché, dicevano gli “esperti”, non esisteva alternativa. Preso per buona questa filosofia, il paese ha consumato una intera, vuota, dannosa consiliatura che ha galleggiata sull’acqua, come quegli escrementi che si vedono d’estate spesso tra le increspature del mare nostrano. È bastato ad un partito, UDC, avviare una serie d’incontri per le prossime amministrative che, subito, si è trovato sepolto sotto una valanga di sigle difficilmente da numerare persino ad un esperto ragioniere. Una selva di posizioni, e di ricchi pensieri, da dover ricorrere velocemente ad un corso di Orienteering, nuova disciplina sportiva da poco importata dai paesi nordici, per muoversi dentro questo labirinto. Altra soluzione sarebbe stata quella di ricorrere ad un “esploratore“, magari ricorrendo allo stesso esperto esploratore che cinque anni fa, dall’alto della sua consumata esperienza, esplorando, esplorando, arrivò a Sementino e alla pentammucchiata.

Per dovere di cronaca, e per non perdere il filo di Arianna, fino ad oggi il quadro delle posizioni che si è materializzato sotto gli occhi, come la strato di panna sopra il latte acido, è il seguente: i Popolari dell’UDC; il PD; Sinistra Italiana; Fronte Democratico di Michele Emiliano; Articolo 1 di Dalema; Fratelli d’Italia; Forza Italia; i Civici di Di Gioia; il centro di Capitanata; Direzione Italia; Cinque Stelle, poi gli amici: gli amici di Fitto; gli amici di Salvino; gli amici di Tarquinio; gli amici del PUG; gli amici in attesa di diventare amici di qualcuno o di qualcosa; quelli dell’ultimo minuto. Tutti partiti consolidati, tutti con voti già contati, pesati, garantiti “dalla gente”.

Manca tutto il resto, ma di questo frega poco o nulla, l’importante è esserci. Tutti alternativi, pronti, sicuri. Quelli del cemento armato e gli ambientalisti, i nostalgici e i novatori, gli idealisti e i praticoni, gli scapoli e gli ammogliati con carichi di famiglia. Guai a parlare di sintesi o sostanza sulle cose da fare, e chi li dovrà fare e saper fare; è secondario, “ne parliamo dopo”. L’importante, oggi, è aver scoperto che esiste una alternativa. Ma quello che attizza il pensiero è la solidità, la granitica certezza delle decisioni portate dalle delegazioni. Solidità e certezze che non vengono scalfite né dal vento, né dalle tempeste. Ma, appena vedono un foglio da sottoscrivere, o di fronte ad una stretta di mano, iniziano ad ammorbidirsi, sbiancano, si deformano, si accartocciano, diventano invertebrati. I bruchi d’allevamento sono più solidi. La speranza di vedere un orizzonte pulito, chiaro, profondo si perde, si incupisce, si accorcia e si acconcia al modello familiare, alla pagnotta, al rumore delle forchette e all’appetito dei forchettoni. Non è cambiato niente; siamo il paese dell’amore e degli amici, quelli che prima ti aspettavano ai crocicchi delle vie, che ti tempestavano di telefonate ad ogni ora e minuto. Ora non li vedi più, nemmeno per un saluto. Una vera salvezza. Quelli che non scompaiono mai sono gli spicciafaccende, sempre pronti, sempre sul marciapiedi, non fanno altro, non sanno fare altro. Questo è il paese delle frescacce, il paese dove marcisce un patrimonio abbandonato da anni, il paese dove, da anni, è scoppiato il terziario e le attività commerciali, si aprono e si chiudono vetrine e negozi alla velocità della luce, senza criterio e razionalità economica, dove nessuno si preoccupa di mettere un po’ di ordine, i nodi di questo paese vengono puntualmente ignorati, aggirati. L’unico avvenire è quello scritto sugli annunci fallimentari del Tribunale di Foggia, nomi e cognomi eloquenti. Un paese che non ha saputo costruire con gli altri relazioni, rapporti, connessioni, sistemi, strategie, idee. Nonostante ciò, non si percepisce consapevolezza, decoro, decisioni serie. Si tira a campare. L’unica sovrabbondanza sono le sigle partitiche e familiari. Esattamente come la produzione del fegato di oca.

Michele Angelicchio

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