Il Liceo di Vico del Gargano si «ritrova»

La platea dell’Auditorium comunale di Vico è grande, tante file di posti a sedere una dietro l’altra; e uno dietro l’altro gli ex alunni del Liceo di Vico hanno fatto capolino in sala, spingendo il loro sguardo oltre la tenda d’ingresso, squarciando così ore, giorni, mesi, e anni di uno dei licei più longevi della nostra Provincia.

Gli occhi, aguzzandosi, indagavano su questo o quel volto, come se ognuno fosse alla ricerca di qualcosa nascosta dalle rughe lente del tempo.

Così, quelli che a prima vista potevano sembrare degli sconosciuti o persone che “conosci e hai visto da qualche parte” via via trovavano conferme, fino a diventare calde strette di mano e abbracci forti, perché avevi ritrovato il/la tuo/a compagno/a di Liceo, del tuo Liceo. È un attimo, e sembra ieri, quando la professoressa raccontava D’Annunzio, o quando ti sei innamorato per la prima volta, o quando venivi chiamato alla lavagna, o quelle declinazioni ripetute cento e cento volte; Platone e la guerra dei Cent’anni, l’accento circonflesso, seno e coseno, e la speranza di trovare quella piccola frasetta riportata su quel lemma del vocabolario di greco o di latino che avrebbe dato senso più “compiuto” al tuo compito in classe.

Comincia la cerimonia ufficiale, siamo in tanti tra alunni, docenti e assistenti; gli organizzatori illustrano per filo e per segno tutti i passaggi che ci hanno permesso di stringerci ancora le mani. Si succedono una dietro l’altra testimonianze cariche di ricordi e di bellezza, di nodi in gola e di “grazie”: in ognuna di esse si percepisce chiara la grandezza e l’importanza del nostro Liceo. Mentre ascolto interessato le parole di ognuno mi chiedo tra me e me: ma oggi senza il “mio” liceo – gioie e dolori – dove sarei stato? Cosa avrei fatto? Se non avessi tradotto il greco, o il latino, sarei oggi la persona che sono?

Le radici culturali impiantate dal Liceo negli anni di ciascuno hanno prodotto un capitale umano enorme, inestimabile, sparso in ogni angolo del mondo: fuori e dentro Vico. Un patrimonio speso in ogni dove con caparbietà e coraggio, che ha permesso a ciascuno di realizzarsi secondo le proprie inclinazioni e portando alla collettività quel contributo di esperienza carico di valori.

Che tesoro che abbiamo, una miniera senza fine di competenze preziose. Un tesoro che l’anno prossimo compirà cinquant’anni di vita (1968-2018), e che ha attraversato dalla fine degli anni Sessanta generazioni di vite e di storie di oltre tremila studenti.

Il Liceo è stato – ed è – un padre e come tale lo dobbiamo festeggiare. Da qui l’idea promossa dagli organizzatori di riunire le classi con i modi migliori (dai social alle lettere), nominare dei capoclasse e organizzare qualcosa d’importante per l’anno prossimo. Provare a creare qualcosa che strutturandosi nel tempo possa diventare socialmente utile: è stata infatti rilanciata l’idea – ottima a mio parere – dell’Accademia dei Liceali, che in qualche modo possa associare risorse intellettuali trasversali a ogni settore. Un’assemblea aperta che merita partecipazione e attenzione, un appello a non perderci e a farsi sentire, un invito lanciato a tutti gli studenti e a chi ha incrociato la sua vita con questa scuola.

È stato bello ritrovarsi, ripulire le radici incrostate dal tempo ma impiantate nel cuore di ciascuno. Radici che ci rendono più simili, più vicini; quelle che ci permettono di ritrovare ciò che siamo stati – la meglio gioventù, avrebbe scritto Pasolini –, quello che siamo diventati, i nostri sogni e le nostre speranze per qualcosa di migliore.

Ecco, non è stato così solo un salto commosso nel passato. E se avete inteso questo mi sono espresso male: al contrario è stato un salto nel futuro, verso qualcosa che accadrà – che deve accadere – e che ci renderà migliori, più di quello che siamo.

Grazie allora a chi ha permesso tutto ciò: Gerardo Alifano (http://garuv.blogspot.it/; fb: GARUV), Maria Teresa Rauzino (https://rauzino.wordpress.com), Matteo Cannarozzi De Grazia, Sergio Baldassarre e tutti gli intervenuti, e a tutti quelli che in futuro vorranno esserci.

Francesco A. P. Saggese

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