La pianta di Rodi Garganico nel 1600

Il Castello di Rodi era molto importante, sia dal punto di vista topografico – col dominare torri di Peschici, nonché quella zona di levante fino a quelle di ponente e a torre Miletta – che da quello commerciale col suo pregiato Portus Garnae ai suoi piedi, che da quella struttura muraria, assai massiccia, imponente e molto antica. Esso era composto di camminamenti sotterranei di molti ampi vani intercomunicanti, posti a pian terreno, in 1° e 2° piano. Era fornito di torrioni, di vedette e ponti levatoi. I torrioni che aveva erano tre, forniti di balestriere e feritoie, più una piccola torre, tuttora esistente verso levante, attualmente incorporata nella sopraelevazione di una casa di abitazione (proprietà, ora, di Simone Mauro). Dei tre torrioni, due erano antemurali, il 3°, posto sul lato sud-est, era fornito di ponte levatoio che dava alla piazza. La certezza storica del 3° torrione ci è data dal Rev. Arc. Paolozza che nel censimento del 1679, a pag. 84, porta la seguente illustrazione: “nella strada del fossato vicino al Castello di Rodi per andare al forno Ducale”, e dalla deliberazione comunale del 1883, citata dal De grazia nel suo volume “Appendice alle memorie storiche di Rodi Garganico”. Dei tre torrioni, imponenti e minacciosi a quel tempo, uno è rimasto naturale ed è quello che in gergo rodiano è chiamato Spuntone; è fornito di una botola a pian terreno, che immetteva in un ampio camminamento sotterraneo che accede al “tabularium” del Portus Garnae; di un finestrino di vedetta in 1° piano e di due balestriere, ora murate all’esterno, l’una prospiciente a levante e l’altra a ponente; in secondo piano, di un’ampia terrazza a belvedere che immetteva, a sua volta, nell’adiacente sovrastante bastione di difesa.

La certezza della struttura, nella maniera su esposta, ci viene data in parte da un atto di compravendita per notar De Grazia del 26 ottobre 1846, col quale, un mio lontano avo, ex padre, Don Nicola Sala, alienava in favore del Sig. Angelo Lobuono cinque vani di casa (attuale abitazione Sig.ra Lama) con sovrastanti suppegni e ciminiere alla monarchica. Infatti, stando alla innanzi detta dizione notarile e a un attento esame di sopralluogo e a varie informazioni degne di fede, chiaramente risulta che quasi tutte le modifiche e le varie sopraelevazioni si riferiscono ai primi decenni dello scorso secolo. La pianta di Rodi nel 1600.

Il castello in esame era cinto di mura, come attestano alcuni avanzi tuttora esistenti, difeso da un ampio fossato, giusta quanto ci indica il Paolozza nel censimento del 1679, della Rocca e relativa porta di entrata nel Castello, questa, da me ampiamente descritta nel numero del 25 novembre 1952 del “Gargano”. Poi, adiacente alla porta principale dello stallone, vi era un ponte di legno – evidentemente levatoio – che immetteva nel “tabularium” del Portus Garnae, anch’esso citato dal Paolozza, nel censimento del 1677. Al finire della piazzetta d’armi, verso ponente, era guardato da una torre a semicerchio di tre piani con interrato, quest’ultima attaccata ad un corpo di fabbrica (ora Palazzo Medina) composto di locali interrati, pian terreno e 1° piano, nonché da un massiccio torrione di vedetta e difesa corrispondente all’attuale campanile, di forma quadrata, la cui costruzione si può definire comacina, di stile classico-bizantino e fornito di varie feritoie. Inoltre, il Castello di Rodi doveva essere molto importante, specie in rapporto alla difesa di buona parte del Gargano, contro le invasioni degli Uscocchi – pirati slavi – e contro le altre invasioni di pirati turchi, varie volta scacciati da questa cittadina nel corso dei secoli. Quasi certamente era anche fornito di una piccola flotta da guerra per la protezione del nostro commercio in Adriatico, dato che le scorrerie dei suddetti pirati danneggiavano maledettamente le nostre caravelle mercantili.

Come attestano alcune rinomate pitture molto scolorite, di autore ignoto, che sanno di molti secoli, tuttora esistenti sulla volta in legno di una soffitta del grande torrione antemurale Buchi – ora proprietà Sanzone – nonché alcuni ruderi superstiti, il Portus Garnae era difeso da tre torri, di cui due poste sui rispettivi moli, e quella centrale (la principale) nel centro del tabularium del porto medesimo.

A conferma indiscussa sull’esistenza del Portus Garnae di Rodi citiamo l’espressione del Rev. Arc. Paolozza, trascritta nel censimento del 1677, precisamente a pag. 34, la quale dice: “A finire lo stato dell’anime sono in detta Ira che si scopre il Porto di mare”. La cittadina di Rodi a quel tempo, era cinta di mura con diverse porte: ogni porta aveva la sua torretta di appostazione. Oltre al fortificato Castello, facevano corona di difesa a tutta la cittadina, altre tre torri considerevoli: la torre vicino al soppresso convento di S. Francesco; la torre del palazzo Forte, ora Sacco; la torre del palazzo Buchi, ora Sanzone.

La porta principale del paese, chiaramente indicata dal Paolozza a pag. 100 del citato volume (censimento del 1679), munita di architrave, era posta tra il palazzo Forte e l’antico Seggio. Nell’anno 1886 la punta rettangolare della torre Forte, forse per ragioni di estetica del Carso, venne tagliata e lasciata a punta di triangolo; il Seggio, viceversa, composto di un vano grande (in catasto iscritto alla p. 550 in ditta Rovelli e geom. Fu Franc. Paolo) e, di un vano piccolo, quest’ultimo iscritto in catasto alla p. 92 in ditta: Comune di Rodi, venne demolito nell’anno 1886. Sull’architrave della porta principale del paese, fino all’epoca della demolizione, vi era un grande orologio. Una inconfutabile conferma di quanto è stato asserito, ci venne data dalla deliberazione comunale del 22 luglio 1822 formulata dal Sindaco Vincenzo Maria Rossi, in base alla quale si rimettevano al Sig. Intendente, per la polita approvazione, le perizie del perito capo –mastro Carmine Inglese, consistenti nelle urgenti riattazioni del Pubblico Ponte ed orologio.

Ad eccezione di tutte le fortificazioni innanzi descritte, il centro urbano di Rodi era composto di case per 2/3 a pian terreno e 1° piano. Le chiese citate dal Paolozza nel censimento del 1677 sono: la chiesa parrocchiale S. Nicola di Mira col campanile, indicata a pag. 50 del volume dei vari censimenti (della chiesa esistette evidentemente fino al 1679, poiché nel successivo censimento del 1680, il nominato Paolozza a pag. 110 dell’infra citato volume dice che si era diroccata), la chiesa di S. Michele Arcangelo, di cui è stato fatto cenno innanzi; la chiesa di S. Francesco ed il soppresso convento di S. Francesco dei minori convettuali, indicati a pag. 70 del volume in questione; la Chiesa dell’Annunziata.

Nella nominata opera del Paolozza, risultano chiaramente indicati: il forno grande ducale ed il trappeto ducale, da cui i feudatari del tempo traevano i famosi diritti derivanti dal Seggio. Il numero degli abitanti esistenti in Rodi nell’anno 1677 era di 877 persone. Le famiglie feudatarie che hanno dominato Rodi dal 1677 al 1800 sono le seguenti:

1°) Dominazione del feudatario Spinelli Don Giuseppe di Carlo (abbate), Principe di Tarsia e Cavaliere napoletano, 1677-1681. Pertanto, i componenti la famiglia, più il personale di Corte, li troviamo elencati a pag. 36 del 1677, nel modo seguente: A) Don Giuseppe Spinelli di Carlo, Principe e Cavaliere; C) L’Ecc. Sig. D. Carlo Onero. B) L’Ill.ma Sig.ra D. Violanta Macedonia, napoletana; D) Matteo del Gaudio, napoletano; E) Agostino Bellotti, della Clabria; F) Teresa Noglianno di Monte S. Angelo, più altre persone di servitù, censite, queste, nelle loro case e nelle loro famiglie.

2°) L’ultima dominazione fu quella del feudatario Don Gerolamo Onero Cavaniglia, Marchese di S. Marco e della Diocesi di Benevento; essa va dal 1686 al 1800, e i componenti della famiglia, più il personale di Corte, li troviamo elencati a pag. 193 e 194 del 1686, nel modo seguente:
Parte 1°: A Ecc/mo Sig. Gerolamo Cavaniglia, Marchese di S. Marco e della Diocesi di Benevento, util Signore della Ira di Rodi, figlio del D. Carlo e dell’ Ecc. Sig/ra D. Silvia Caracciolo; B) L’Ecc./ma Sig/ra D. Felice Caracciolo e moglie del suddetto Marchese, figlia dei Sig/ri D. Francesco Caracciolo e moglie D. Maria-Cecilia Caracciolo; Cavaniglia Duca di S. Giovanni Rotondo; D) L’Ecc. Sig. D. Michele Cavaniglia; E) L’Ecc/ma Sig/ra D. Silvia Cavaniglia; F) L’Ill/mo Sig. D. Francesco Marino Cavaniglia;
Parte 2°: Gentiluomini ed altre persone della famiglia che assistevano alla servitù del predetto Castello: G) Sig. Francesco Iccio di S. Marco; H) Sig. Lorenzo Maolore di Livorno; I) Sig. Alessandro Lopez di Roma; L) Sig. Giuseppe Antonio Minchinelli di Roma. Si omettono i nomi di altre 11 persone della servitù, avente dimora fissa in detto Castello, oltre ad un altro congruo numero di servi non distinti nel su descritto elenco specifico di cui il Paolozza fa cenno a pag. 195 dell’innanzidetto volume.

Gabriele Inglese. Articolo pubblicato da: “Il Gargano” (1953: A. 4, lug., fasc.7).

A cura di Franco Miglionico

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