Antichi mestieri rodiani: «u sanapiatt»

Riuscite a immaginare un mondo senza la plastica? Provateci! Chi vi scrive lo ha vissuto. Quand’ero ragazzino, la plastica era stata già inventata, ma era raro trovare nelle case del mio paesino oggetti fatti con questo nuovo materiale. Pensateci un attimo: barattoli, bacinelle, contenitori per alimenti… E i giocattoli? Oggi, in un mondo in cui quasi tutto è fatto di plastica, nelle sue forme più varie, è difficile immaginarne un altro in cui gli oggetti di uso più comune erano di legno, di metallo e di creta. Anche i mestieri di quell’epoca erano su misura. C’era lo stagnino (o stagnaro), il falegname, il fabbro, mestieri che in parte esistono ancora da qualche parte, ma che allora erano molto comuni.

Ricordo un mestiere davvero particolare: “u sanapiatt” che tradotto dal dialetto rodiano significa: “riparatore di piatti”. Spesso persone che facevano tali mestieri erano conosciuti e chiamati col tipo di lavoro che svolgevano, ovvero, l’arte che esercitavano. “U sanapiatt”, per esempio, a Rodi Garganico era anche il soprannome di una famiglia il cui capostipite faceva il riparatore di oggetti di coccio. Era, per lo più, un mestiere ambulante. “U sanapiatt” girava per le strade del paese e ogni tanto si fermava, dove la strada formava un piccolo largo, e gridava ad alta voce: “U sanapiatt”. In un mondo che, come dicevo, molti contenitori, per le olive in salamoia, per esempio, i catini per fare il bucato; ma anche piatti ed altre stoviglie per la cucina, erano di creta era facile che qualcosa finisse per cadere e andare a pezzi. E dato che non si disponeva di molte risorse, bisognava cercare di aggiustare, riparare quello che si era rotto. E sarebbe stato anche facile aggiustare qualcosa, di creta per esempio, disponendo di un tubetto di colla attacca tutto. Troppo facile! Non esisteva nemmeno quello.

Certo, qualcuno s’ingegnava a riparare tutto da sé, ma non era sempre così. Non per tutti, comunque. Ritorniamo, quindi, al nostro “sanapiatt” che, dopo essersi sgolato un po’ per richiamare l’attenzione, si è seduto in un cantone ed aspetta qualche eventuale cliente. Dapprima un crocchio di bambini molto curiosi gli si mettono intorno, aspettando con la stessa ansia del nostro uomo l’arrivo di una cliente. È troppo bello vederlo lavorare! Si osservano gli attrezzi “magici” dell’artista e si cerca di capirne il funzionamento. Poi, ecco! una signora arriva con un vaso di creta smaltata in due pezzi. Troppo bello e troppo caro per buttarlo. Lì dentro lei usa lavare i panni sporchi dei suoi bambini, ma anche le verdure da cuocere; basta darvi una lavata tra un uso e l’altro. Ma è caduto. E adesso ha un po’ di lavoro domestico arretrato; fortuna che Mastro Sanapiatt passa una volta alla settimana! Il maestro prende nelle sue mani il vaso di creta e lo osserva con grande perizia. Guarda le parti che sono separate come se si trattasse di una frattura di un osso di una gamba: osserva se i lembi delle parti da rinsaldare sono netti o scheggiati, cosa che può fare la differenza sugli usi futuri del vaso perché, se sono volate via delle schegge di smalto, la sua utilità è maggiormente compromessa.

Dopo un’attenta analisi, fatta soprattutto per soddisfare la curiosità del suo attento pubblico di bambini che lo circondano, si mette al lavoro. Mette insieme i due pezzi del vaso, lo ricompone nella sua fattezza originaria e su ogni pezzo, in perfetta corrispondenza l’un l’altro, segna dei puntini con un lapis. Quindi prende l’attrezzo più atteso: il trapano. E che trapano! Due palmi di piattina di ferro attorcigliata a caldo che scorre, girando, dentro il foro di un’assicella di legno; due cordicelle assicurano il tutto facilitando il movimento rotatorio della barretta di metallo che finisce a punta; una punta temprata, di piccolo diametro e fatta proprio come le moderne punte da trapano.

Con un movimento dell’asticella di legno alternato, su e giù, il trapano comincia a fare il suo dovere, creando dei forellini di piccolo diametro esattamente dove il maestro li aveva precedentemente segnati. Prima un foro, poi l’altro, fino a quando tutti i segni di lapis scompaiono e al loro posto stanno i forellini. Adesso si passa alla fase di cucitura. Sembra quasi un’operazione chirurgica. Salta fuori, finalmente!, il filo di ferro. Le due parti del vaso vengono fatte combaciare e viene fatto passare per i fori il filo di ferro, una due, tre… tante volte quante sono le coppie di fori lungo il segno della spaccatura del vaso. Infine, una sapiente passata d’argilla fresca per rendere impermeabile il taglio e il lavoro è finito. La padrona è contenta; il vaso non è bello come una volta, ma potrà utilizzarlo ancora e non le è costato quanto comprarne un altro. È contento “u sanapiatt” e i bambini che sono stati per un’oretta suoi allievi. Egli sa quanto sia importante insegnar loro cose utili. Quello che ancora non sa, è che presto, troppo presto per lui, non ci sarà più lavoro e la sua arte sarà dimenticata anche da quei suoi allievi così curiosi e interessati. Un altro mondo farà irruzione con prepotenza, un mondo che nessuno ancora immagina come sarà. Mastro Sanapiatt raccoglie i suoi attrezzi e riprende la sua strada…

Franco Miglionico

24 commenti

  1. SPICCIARIELLO SAVERIO

    un artigiano che riparava anche le giare e gli orci che conteneva olio.

  2. Lucrezia Altomare

    Io me lo ricordo a sonapiat

  3. Antonia Teormino

    L ho vissuto anchio U sanapiat..con un filo di ferro aggiustava i piatti..

  4. Vincenzo Campobasso

    Bella la tua esposizione, Franco, Miglionico: puntuale, inappuntabile. C’è solo una informazione che non mi risulta: che ci fosse un SANAPIàTT RUD’JèN’. Io so che venivano tutti da fuori, forse tutti da una stessa provenienza, forse Apricena, dove non mancavano piccole industrie di lavorazione della “creta”, a conduzione familiare. Ricordo la frase, forse non del tutto esatta: ACCONGIù PIATTù (che pareva più sardo o siciliano che non garganico). A differenza della tua, che è testimonianza indiretta, la mia è diretta, anche se ero piccolo (settembre 1938). Mi pare che già dalla fine degli anni ’40 il grido dei SANAPIàTT non risuonava più per le strade di Rodi. Non girovagava più nemmeno U SCARDALèN’. Invece U STAGGNèR’, U FAL’GGNèM’, U VARLèR’ (barilaio/bottaio), perfino U F’RRèR’ (nella sua specialità di MANISCALCO) siano durati più a lungo. U MURATòR’ (accento acuto, non grave, sulla /o/), U MECCàN’CH’ (che faceva anche da elettrauto, gommista ecc), U TUBBìST, U P’SCATòR’, U P’SSCIAJòL’ (anche su queste /o/ accento acuto) ed altri, anche se rari, stiano in qualche modo sopravvivendo, insieme ad altri mestieri nuovi come U GUMMìST, U LETTRICìST, U P’ZZAJòL’ (accento acuto sulla /o/), U FURNèR’ (in senso di lavorante di un forno, non di gestore-proprietario di un tempo) TALEFONìST/TELEFONìST ecc. Non so se esistano ancora u VARCAJòL’ (accento acuto sulla /o/), nel senso di costruttore di barche, U VARDèR’, (sellaio, che costruiva sia barde che basti e selle), ‘A MAGGHJèR’ (magliaia, mestiere femminile), ‘A SART e U SART….

  5. Roberto Castriotta

    Anche mio nonno cuciva i piatti 😇😇😇😇❤️

  6. Franco Miglionico

    Ciao, Vincenzo. Ti assicuro che è una testimonianza diretta. Ricordo che era una persona già avanti negli anni, probabile che avesse superato la settantina quando io potevo avere tra i 5 e gli 8 anni. D’altra parte, a Rodi esisteva il soprannome “sanapiatt”, e forse alcuni discendenti di quella persona (nipoti?) sono ancora conosciuti con quello; questo io non posso saperlo perchè lasciai Rodi a 17 anni, poi ci tornai solo per qualche settimana d’estate. Troppo poco per ravvivare i ricordi di legami di parentela di tutti quelli che conoscevo. Ricordo altri mestieri ambulanti, come quello di un fotografo che si portava dietro una vecchia macchina montata su un treppiede e un panno nero. Girava per le strade del paese a scattare foto su richiesta; dopo uno scatto si metteva ad armeggiare con le mani infilate in quella scatola, mettendo la testa sotto il panno nero a mo’ di “camera oscura”. Costui veniva da un altro paese del Gargano, non ricordo quale, ma ricordo che nel 1967 io e un mio cugino ci facemmo scattare una foto in spiaggia.

  7. Vincenzo Campobasso

    Franco Miglionico Franco, scusa, ma tu quanti anni hai? Io che, ripeto, ne ho superati 78 e mezzo, non ricordo affatto di rodiani di quel mestiere, ma ricordo bene il fotografo che era presente più durante le feste che in altri periodi dell’anno. Prima che Vittorio Vincitorio, originario di San Marco in Lamis, aprisse lo studio fotografico dove prima c’era il negozio (una specie di supermercato dell’epoca) di D’Errico (detto U CAMMURRìST – sopra al negozio c’era la casa dei miei nonni paterni e, alla destra, una famiglia PAGGHJòN’CH’, trasferitasi al nord, forse prima degli anno ’50; in particolare, ricordo che,il figlio maschio, partì prima di tutti, forse arruolato nei carabinieri o forse andato a Milano per altro lavoro). Ricordo che, come professione, esisteva il PANNACCèR’ (uno che vendeva le stoffe e gli asciugamani per le strade; non era rodiano; era il papà di Turiddu, il gioielliere), esisteva U STRACCèR’ (residente, ma originario di San Severo; a Rodi c’è almeno un figlio, sposato con una donna i cui genitori erano forse originari di Carpino od Ischitella); esisteva più di NU CAND’NéR’ (oggi mi pare che vere cantine non ce ne siano più, mentre ai miei tempi c’era quella di LUNàRD MACCABBù, prima era del padre e passata poi ad un vichese; c’era quella di C’C’NGANN, prima i nonni e poi il papà di Michele Bufis U CAMMBSANDèR’, ex-custode del cimitero; c’era quella di CAPP’DDùCC’, rimasta lì, alquanto cambiata; c’era quella di SCUPARèDD, nell’arco di accesso a SòTT U CASTèDD; ce n’era una nella strada che costeggia la chiesa madre, non ricordo il nome); esistevano U FURNèR’ (c’erano diversi forni, ora ridotti, mi pare, a due soli), U SCARPèR’ (non meno di due o tre: due erano muti, uno in Via Roma, che costeggia un lato di SAMBéTR, vicino al portone dove abitava il vecchio CAMBSANDèR’, uno vicino al CèVZ, al fianco di uno dei forni del tempo). Altri ricordi potrebbero essere tirati fuori dall’archivio, ma occorrerebbe una sorta di contradittorio, difficile da tenere in questa sede.

  8. Vincenzo Campobasso

    Ribadisco, comunque, che non ho mai sentito parlare di un SOPRANNOME “sanapiàtt” riferitro a persona/famiglia rodiana. Nemmeno Pietro Agostinelli ne parla nel suo libro L’IDIOMA DI RODI, dove,di soprannomi, ne cita diversi.

  9. Franco Miglionico

    Vincenzo Campobasso Ciao, sto per andare in palestra e, data la lunghezza del tuo post, ti risponderò nel pomeriggio con calma. Buona giornata!

  10. Vincenzo Campobasso

    Franco Miglionico Tranquillo, Franco, buona giornata!

  11. Anna Maria Padula

    Buongiorno u Senapiat di Rodi era il suocero di mio Cuggino Antonio Padula detto Caparul la moglie era la figlia di Senapiat Rodiano

  12. Libera Sinigagliese

    Era il bisnonno di mio marito. E da come mi raccontano , un artigiano preciso e dedito al proprio lavoro! Enigma risolto 😉

  13. Franco Miglionico

    Vincenzo Campobasso Carissimo, dopo gli interventi di Anna Maria Padula e di Libera Sinigagliese (che ringrazio e saluto), sarebbe superfluo insistere da parte mia. Ero certo che qualcuno avrebbe testimoniato a mio favore. Aggiungo che questi miei scritti, per me, non sono un’esercitazione dialettica, ma esperienze di cui sono stato testimone e che fecero parte della vita reale di Rodi Garganico. Desidero scrivere solo cose vere perchè se ne possa tramandare il ricordo. Il resto non mi interessa più di tanto. Pietro Agostinelli è mio coetaneo; è stato anche mio compagno di corso alla “Scuola di Avviamento Professionale”, fino al secondo anno. Dopo si ritirò. Essendo coetanei significa poco o tanto: dipende dai ricordi personali e dal modo in cui essi si sono fissati nella propria memoria. Riguardo al fotografo ambulante, non rodiano, questi non veniva a Rodi solo in occasione di qualche festa. Questo ricordo mi si è impresso nella mente con una punta di rincrescimento perchè vedevo alcuni dei miei amici che si facevano fotografare da lui, ed io, che lo desideravo tanto quanto loro, non ne avevo la possibilità. Cercherò la foto che mi feci fare dallo stesso fotografo quando avevo ormai 16 o 17 anni e la posterò in questa sede. La maggior parte dei nomi che hai elencato me li ricordo. Chiudo per il momento.

  14. Vincenzo Campobasso

    Franco Miglionico Franco, io non sto qui a battibeccare; parlo c on franchezza e secdondo le mie memorie. NON ti ho detto che il fotografo veniva ESCLUSIVAMENTE durante le feste; ho detto che vi veniva PER LO PIU’ durante le feste. Se, il fotografo, ci veniva anche in altri giorni, evidentemente lo faceva perché lo riteneva opportuno o perché non sapeva dove altro andare. NON ERA un residente, NON ERA un rodiano. Se non ti dispiace, gradirei che leggessi il mio commento a quelli di Anna Maria e di Libera. Ciao

  15. Vincenzo Campobasso

    Per voi, Anna Maria Padula e Libera Sinigagliese, l’ ENIGMA sarà pure RISOLTO; ma sta di fatto che io NON RICORDO affatto una figura di rodiano nei panni di un SANAPIàTT. Tutti quelli che ricordo io, ertano NON-RODIANI. Come FRUSTìR’ (accento acuto sulla /i/) erano i MOLAFRòFF’C’ (termine arcaico popolare)/MOLAFòRB’C’ (termine più recente,più “dotto”), ARROTINO, che arrivana o direttamente in bicicletta, su cui era montata una mola, mossa dai pedali della bici, o con altro mezzo e con la strumentazione per molare. Il soprannome SANAPIàTT potrebbe avere origini più “antiche” oppure essere un termine ironico (PER ESEMPIO, DATO AD UNO CHE I PIATTI LI ROMPEVA), nulla avente a che fare con il mestiere di SANAPIàTT. Insomma, la STORIA (anche locale) non si costruisce sul SI DICE, ma sulle COGNIZIONI DI CAUSA e sui ragionamenti logici.

  16. Franco Miglionico

    Vincenzo Campobasso Beh, su questo siamo d’accordo: non era rodiano. Ho trovato una foto fattami da quel fotografo, con un mio cugino, nel 1976. Quello fu un periodo difficile della mia vita, per via di un incidente e per il lavoro massacrante di aiuto panettiere. D’estate!!! Si vede che ero magro come un chiodo, anche se col pallino del culturismo (che non è mai andato via).

  17. Franco Miglionico

    Caro Vincenzo, per me questa questione è chiarita dal momento che i miei ricordi sono suffragati da testimonianze di persone che hanno affermato d’avere una certa parentela col personaggio descritto. Per me è una questione etica tramandare fatti e personaggi di cui sono stato testimone diretto. Se avessi costruito o inventato, senza averlo precisato, avrei fatto un torto a chi mi legge perchè, in tal modo, avrei spacciato per vere cose inventate. Ma non è così. Con cordialità.

  18. Carmela Clemente

    Ho tanto cercato una brocca come quella ndlla foto ms purtroppo non sono riuscita a trovarla

  19. Rita Maio

    Io me lo ricordo u sonapiat ,quando veniva in paese mia madre mi mandava a far aggiustare tutto quello che si crepava ,mi ricordo che faceva dei buchini e poi li cuciva e gli attrezzi si adoperavano ancora per tanto tempo niente si buttava altro che plastica,bei tempi.

  20. Vincenzo Campobasso

    Franco Miglionico Amerei che fossimo faccia a faccia, per meglio dialogare, anzi DIALETTIZZARE (verbo da te considerato negativo, mentre è padre del dialogo). Ho formulato due ipotesi, a proposito del SANAPIàTT:o che sia di origine antica rispetto a noi,testimoni di professionisti solo del nostro tempo; o che fosse derivato da una IRONIA, come quando si dice BRUTTA ad una bela ragazza, o si dice BRUTTO ad un figlio cui si vuole bene. Non avevo e non ho in animo di POLEMIZZARE né con te né con altri, se è così che hai pensato della mia teoria. Ciao

  21. Vincenzo Campobasso

    Per ricordare di persona il SANAPIàTT, devi avere una certa età. Sono contrento che dici “QUANDO VENINA

  22. Rita Maio

    Neanchio ricordo un Sanapiatt di Rodi io so che venivano a Rodi come veniva anche l’ombrellaio,vero I soprannomi venivano dai piu’ svariati modi anche su qualcosa che succedeva davano I soprannomi da quello che io mi ricordo

  23. Vincenzo Campobasso

    Rita Maio Siamo sulla stessa lunghezza d’onde, Rita: quello che so io, sai anche tu. Quanto ai soprannomi, devo dire che, quando non se ne possono dare per altre ragioni,si danno storpiando i cognomi od i nomi di battesimo.Per esempio, il cognome CAMPOBASSO non ha soprannomi, ma, a Rodi, alcuni dicevano QUìDD D’ CAMBOBBàSS, altri usavano il cognome come soprannome.

  24. Rita Maio

    si ai ragione si conoscevano le persone con i soprannomi ,adesso non so perchè sono andata via da tanti anni…

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