Arance, tra Ponente e Levante

agrumetoUn frutto, dunque, che segna i traffici e le mulattiere di mare (come direbbe De Andrè) da un capo all’altro del Mediterraneo, dall’Oriente greco e poi arabo all’Occidente iberico, e che trova una particolare varietà anche nella nostra terra, spesso protagoniste di queste rotte 

Il termine “arancia” proviene dalla parola persiana nāranğ, letteralmente “frutto favorito degli elefanti”; esiste, però, anche un’altra etimologia legata al suo arrivo in Europa come ben esplicita la parola greca πορτοκάλι. Se la prima versione è rimasta oltre che in italiano, anche in spagnolo, “naranja”, in ungherese “narancs” ed in veneziano “naransa”, la seconda persiste, oltre che in altre lingue indoeuropee come il rumeno e l’albanese, anche in altri dialetti della nostra penisola (in alcune parti del Piemonte e dell’Emilia-Romagna) e del nostro Sud come in Basilicata, in diverse parti della Campania, della Calabria e dell’Abruzzo; in Sicilia sono presenti entrambe le forme “purtualli” e “arànciu”, con una maggiore diffusione della prima. Per quanto riguarda la Puglia, l’arancia viene indicata col termine “portacallu” in Salento e “portajall” sul Gargano, ma caso a sé fa Taranto come esplicato nel «Vocabolario del dialetto tarantino» del sacerdote Domenico Ludovico De Vincentiis del 1872 dove sono attestati sia “maràngia” sia “purtijalle” (“Purtugallu” nell’uso comune). Il termine è tradotto come melarancia che, riscontrabile sin dalle fonti latine, a partire dal 1691 fu accompagnato da «arancia» nel Vocabolario degli Accademici della Crusca, ma permase fino ad epoca più tarda nella sua forma originaria.

arance rodi garganicoCaso a sé fanno comunque le lingue germaniche che identificano il frutto letteralmente come “mela cinese” e non completamente a torto. Si ritiene, infatti, che sia effettivamente originario della Cina dove nel 304 d.C., in un libro intitolato «Piante della regione del sud-est», lo scrittore Chi-Han racconta dell’abitudine di mangiare agrumi, in particolare l’arancia dolce. Sempre dal paese del dragone ci è giunto anche il «Trattato degli aranci», il primo dedicato a questo frutto, scritto da Han Yanzhi nel 1178. Dal paese dell’Estremo Oriente, l’arancia sarebbe stata portato quindi in Asia Minore, in Egitto e in Nord Africa dagli Arabi per poi arrivare in Europa per mano degli stessi o, più probabilmente, da marinai portoghesi grazie al boom delle esportazioni registratosi a partire dal 1497 con l’apertura della rotta del Capo di Buona Speranza per mano di Vasco da Gama, attraverso la quale le piante di arancia avrebbero lasciato la Cina per essere portate al porto di Lisbona dal quale sarebbero state diffuse in tutta Europa. Nel 1518 in Messico vennero impiantati i primi aranci anche nel Nuovo Mondo. Tuttavia, secondo la mitologia greca la dote di Era, sposa di Zeus, consisteva in alcuni alberelli i cui frutti erano meravigliosi globi dorati che il re degli dei avrebbe poi coltivato nel giardino delle Esperidi e nei quali diversi studiosi, soprattutto recentemente, hanno visto proprio le arance al contrario della tesi maggiormente diffusa che le identificava come mele d’oro. Inoltre, a sostegno di una diffusione più antica in Europa, diversi testi latini parlano già nel I secolo di un frutto chiamato melarancia e ne localizzano la sua coltivazione in Sicilia. Entrambe le teorie potrebbero, però, essere vere con una coltivazione in Sicilia a partire dall’età antica che, però, arenatasi nei secoli dell’Alto medioevo sarebbe stata poi riscoperta dalla diffusione per mano dei marinai portoghesi o degli arabi.

Ad ogni modo, la coltura assunse una certa rilevanza a partire dal XVIII secolo fino a diventare l’agrume più coltivato al mondo. Particolari specie di arancia crescono anche nella nostra regione come quelle del Presidio Slow Food del Gargano. Estesi in un’area di quasi 1000 ettari tra Vico del Gargano, Ischitella e Rodi, gli agrumeti sono qui protetti da lecci e piante di alloro secolari. I “giardini” come vengono chiamati i frutteti sono i rappresentati dell’identità culturale stessi di interi centri come Rodi, il paese dei limoni e di Vico e Ischitella, centri specializzati nella coltivazione delle arance. Gli impianti di coltivazione sono costituiti da terreni a pendio con muretti a secco a creare una sistemazione a “terrazzo” con i limoni coltivati nelle zone più alte e le arance in quelle vallive. Nei “giardini” le arance maturano tutto l’anno, a Natale le “Durette” prive di semi e dalla polpa croccante, in primavera inoltrata le “Bionde” più succose. Le prime hanno una forma tonda o ovale con la buccia di colore chiaro. La loro origine è sconosciuta, ma si tratta di una varietà antichissima ed esclusiva degli agrumeti di queste zone. Le seconde si distinguono proprio per il particolare periodo di maturazione e la grande serbevolezza che ha permesso a questi agrumi, in tempi passati, di essere sottoposti a viaggi anche di un mese per arrivare perfettamente integri anche in terre lontane.

oasi-agrumaria

I primi riferimenti storici sull’esistenza della coltivazione degli agrumi sul territorio risalgono al 1003 quando Melo principe di Bari spedì in Normandia i “pomi citrini” del Gargano, arance amare, per dimostrare ai Normanni la fertilità della zona. Quindi, nel Seicento, i comuni di Vico del Gargano e di Rodi Garganico intensificarono i commerci di agrumi con Venezia e a partire dal secolo successivo questi ultimi erano diventati addirittura protagonisti di una processione che ancora oggi si tiene ogni anno a febbraio per San Valentino, protettore degli agrumeti durante la quale chiese, vicoli e piazze vengono addobbati con le arance degli innamorati e si benedicono le piante ed i loro frutti. Nel corso dell’Ottocento gli scambi continuarono e la fama dell’arancia del Gargano crebbe ulteriormente finché nel 2001 è avvenuta la costituzione del Consorzio di Tutela “Gargano Agrumi” che, anche col sostegno dell’Ente Parco Nazionale del Gargano ha ottenuto il riconoscimento del marchio IGP per gli agrumi e quello di presidio Slow Food. Un frutto, dunque, che segna i traffici e le mulattiere di mare (come direbbe De Andrè) da un capo all’altro del Mediterraneo, dall’Oriente greco e poi arabo all’Occidente iberico e che trova una particolare varietà anche nella nostra terra, spesso protagoniste di queste rotte.

Antonio Caso per cosmopolismedia.it

1 Commento

  1. Vincenzo Campobasso

    Quanto all’etimo di PORTAJàLL, nel mio vocabolario del Dialetto rodiano, ho formulato un’ipotesi: che avesse a che fare con il PORTOGALLO. Qui, leggo che, proprio i portoghesi potrebbero aver introdotto in Portogallo questo frutto, prendendolo dalla Cina o dagli Arabi che potrebbero averlo preso dalla Cina. Per dire che, la mia ipotesi, intuitiva, non derivata da ricerche di studi particolari, non era del tutto peregrina. Per una questione di spazi, lascerò in vita la mia ipotesi, rinviando il lettore a questa fonte: Antonio Caso per cosmopolismedia.it, pubblicata da RODI GARGANICO ON LINE, 19 aprile 2016.

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