Lo tsunami che colpì il Gargano nel 1627

terremoto-tsunami-gargano_1Nel 1627 il Gargano fu sconvolto da un terrificante tsunami e le cronache dell’epoca non sono molto diverse dai racconti giapponesi di oggi. Nella mappa che vi proponiamo risalente al 1627 è spiegato l’effetto dello tsunami nella provincia di Foggia. Il mare si alzò fino a sommergere quasi tutto il Tavoliere delle Puglie e sfiorando la stessa Foggia. Il Gargano da penisola fu ridotto dalla violenza dello tsunami quasi ad isola perché le acque del mare di fatto circondarono quasi tutto il Promontorio. La fonte è il famoso “Catalogo dei forti terremoti in Italia dal 1461 a.c. al 1990 dell’Istituto Nazionale di Geofisica Italiano. Il sisma sul Gargano del 1627 ha avuto un’intensità massima (complessiva di diverse scosse) dell’X grado della scala Mercalli (per intenderci superiore a L’Aquila, all’Irpinia ed al Friuli), ha provocato la morte di molte migliaia di persone, ha causato fratture nel terreno, variazioni nel regime idrico delle acque sotterranee ed un forte maremoto lungo le coste della Puglia e del Molise.

Le località più gravemente colpite furono Apricena, Lesina, San Paolo di Civitate, San Severo e Torremaggiore dove la maggior parte degli edifici crollarono. L’area danneggiata meno gravemente comprende le località costiere del Gargano, fino a Manfredonia a sud ed a Termoli, a nord. Il terremoto fu avvertito a est fino alle isole Tremiti ed a ovest in molte località dell’Appennino dauno e della Campania, compresa la città di Napoli. Il numero delle vittime complessive varia notevolmente da fonte a fonte. Tuttavia, una cifra vicina a quella reale è possibile ottenerla dalla cronaca di Lucchino che riporta 4.500 vittime per Apricena, Lesina, San Paolo di Civitate, San Severo, Serracapriola, Torremaggiore. Considerando che Lucchino non riportò il numero delle vittime per tutte le località più fortemente colpite, se ne deduce che la cifra complessiva superò le 4.500 unità. La località che ebbe la più alta percentuale di vittime fu Apricena, con circa il 45% degli abitanti totali, seguita da Serracapriola e San Paolo di Civitate con il 35% circa. Il terremoto colpì in maniera grave la Capitanata nel patrimonio edilizio e nelle infrastrutture agricole, causando un danno rilevante, che non fu alleviato da adeguate disposizioni amministrative. In alcuni casi è ricordata l’emigrazione di molte famiglie ed anche di religiosi, da San Severo e zone limitrofe verso località ritenute più sicure. L’effetto demografico di lungo periodo su alcuni abitati fu notevole.

A San Severo nel 1637, a dieci anni dal terremoto, le famiglie erano scese da 1.100 a 600. La ricostruzione, secondo le fonti, fu completata nell’arco di dieci anni per quanto riguarda l’edilizia privata. Un’ondata di maremoto colpì il tratto di costa prospiciente il lago di Lesina, il litorale di Manfredonia e la foce del fiume Sangro. Il maremoto causò l’allagamento della pianura tra Silvi e Mutignano e l’inondazione delle campagne di Sannicandro Garganico; non si hanno notizie di vittime.

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Il terremoto più significativo per l’area garganica è stato certamente quello del 30 luglio 1627, ben documentato dagli studiosi dell’epoca. In occasione di questo terremoto, accompagnato anche da un’onda anomala (tsunami), furono pubblicati i primi esempi di carta macrosismica, con la rappresentazione degli effetti distinti in 4 gradi. Altri significativi terremoti della zona sono avvenuti nel 1223 (IX grado MCS), nel 1414 (VIII-IX), nel 1646 (intensità IX-X), e nel 1875 (VII-VIII). Più recentemente, due terremoti con caratteristiche di elevata intensità sono avvenuti il 30 settembre 1995, con magnitudo di 5.2 e il 29 maggio 2006 con magnitudo di 4,9.

Ma vediamo cosa accadde quel venerdì 30 luglio 1627 in Capitanata.

Il “killer” aveva annunciato il suo “arrivo” sin dall’anno precedente; scosse di lieve intensità, infatti, furono avvertite dalla popolazione da ottobre e fino al 27 gennaio del nuovo anno. Unperiodo di apparente calma nella prima parte del 1627, poi di nuovo altre scosse a maggio e giugno. Agli inizi di luglio ci furono giorni di pioggia torrenziale tanto da vedere le campagne piene di acqua, e il 27 un’eclissi di luna per sei ore oscurò tutto l’orbe.

La faglia assassina, comunque, si era già messa in moto e il fatto fu evidenziato da alcuni fenomeni, quali l’intorbidamento delle acque dei pozzi, che avevano assunto un odore sulfureo e l’udito di molti rombi sotterranei: era l’evidente segnale dell’arrivo del “killer”. Nulla poteva portare ad immaginare il dramma che da li a poco avrebbe sconvolto la regione.

Quel drammatico venerdì 30 luglio 1627 il sole, con maggior forza dei giorni precedenti, faceva sentire il suo calore; donne e bambini erano rifugiati nel fresco delle loro abitazioni mentre la maggior parte degli uomini, per tollerare il gran caldo, si tratteneva in strada all’ombra degli edifici.

Giunta l’ora fatale delle sedici, s’udì muggir la terra non a guisa di un toro, ma d’un grandissimo tuono che non se ne può dar comparazione, poiché offuscava l’udito e la mente e subito si vide ondeggiar la terra, a guisa che sogliono le onde nel maggior agitamento del mare.

A questa prima scossa ne seguirono altre, ma quella più intensa e devastante fu la quarta, anticipata da un terribile boato, una scossa così grande e terribile verso ostro, stimata tra il X e l’XI grado della scala Mercalli, che causò la maggior parte dei crolli nei paesi coinvolti nell’area dell’epicentro. I centri che furono maggiormente dissanguati dal “mostro” furono Apricena (oltre 900 vittime), Lesina (150), San Paolo di Civitate (circa 400), Serracapriola (2000 morti), San Severo (800) e Torremaggiore (350). La morte, il più grande ladrone universale, quel 30 luglio fece banchetto opulento. Secondo Antonio Lucchino, un sacerdote di San Severo che descrisse la tragedia vivendola in prima persona, perirono complessivamente sotto le macerie circa 4.600 persone.

Lo sciame sismico continuò ancora per molti giorni e altre forti scosse di terremoto furono avvertite dalla popolazione, che ormai era corsa a trovare un rifugio sicuro nelle campagne della Capitanata, nella notte tra il sabato 4 e la domenica 5 agosto di intensità leggermente inferiore a quella del 27 luglio, che dette il colpo di grazia a Serracapriola (che rovinò tutta non restando alcuna forma completa de habitatione, né pietra sopra pietra) e interessò anche Chieuti, dove crollarono molte abitazioni, e alle ore 22 del 6 settembre, che causò altri crolli nei vari centri già duramente provati dall’arrivo del “killer”. Dopo un periodo di relativa calma, in cui si verificarono scosse di livello strumentale, all’alba del 12 luglio 1628 un’ulteriore forte scossa di assestamento gettò la gente nel panico, facendola sobbalzare dal letto e costringendola ad abbandonare le baracche, non ritenendole luogo sicuro.

Nell’area colpita, il sisma, oltre a distruzione e morte, provocò collassi nei terreni e variazioni nel regime idrico delle acque sotterranee. La riva sinistra del fiume Fortore fu segnata da grandi e profonde aperture; inoltre fecero la loro comparsa fontane di acque negre che, dopo un mese circa, sparirono senza vedersi più. Anche i pozzi, persino quelli più profondi, rigurgitarono le loro acque all’esterno e sprigionarono un intenso odore sulfureo. Nei pressi di Chieuti il “killer” sradicò totalmente un intero bosco.

Nel concludere la sua descrizione, il cronista ci dice che tutti vivevano con timore indicibile, aspettando piuttosto la morte che la vita.

La terribile forte scossa del 27 luglio, inoltre, provocò un’onda gigantesca che si abbatté sulla costa settentrionale del promontorio garganico colpendo il tratto di costa prospiciente il lago di Lesina, il litorale di Manfredonia e la foce del fiume Sangro, provocando inoltre l’allagamento della pianura abruzzese tra Silvi e Mutignano e l’inondazione delle campagne di San Nicandro Garganico.

Anche le onde anomale, meglio conosciute col termine di “tsunami”, comunque non sono state infrequenti nell’area garganica, sebbene i geofisici intendono per “frequenza” un intervallo di millenni tra un fenomeno e l’altro.

Quello del 30 luglio 1627 è stato uno dei maggiori tsunami che hanno interessato le coste italiane dell’Adriatico meridionale. La zona colpita dal sisma terrestre, dopo un primo ritiro delle acque, venne completamente sommersa dal mare. Il fronte d’acqua associato allo tsunami deve essere stato veramente impressionante: cronache dell’epoca riferiscono che Termoli “precipitò” nel mare. Anche altre città furono interessate dall’evento: a Manfredonia, uscita praticamente indenne dagli effetti del terremoto, si registrò un’onda di 2-3 metri.

Un’importante considerazione riguarda l’estrema pericolosità dell’evento se dovesse ripetersi ai giorni nostri. La zona interessata, infatti, praticamente disabitata all’epoca dell’evento, è oggi sede di un forte insediamento abitativo e numerose strutture turistiche sono sorte a ridosso della costa. Terribile sarebbe il pedaggio da pagare sia in perdite di vite umane sia in danni economici al patrimonio per la distruzione generalizzata che deriverebbe dal verificarsi di un terremoto/tsunami analogo a quello del 1627.

Tuttavia la prova dello tsunami del 1627 è stata accertata dagli studiosi, che hanno analizzato gli strati del terreno a Nord e a Sud della zona di Lesina. In totale sono stati individuati sei depositi potenziali di tsunami, probabilmente relativi a sei terremoti, in due zone. La datazione col radiocarbonio di tre di questi depositi suggerisce un intervallo medio di ricorrenza di 1700 anni per gli eventi di tsunami sul litorale nordico del Gargano e di 1200 anni sul litorale di Manfredonia.

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