La casetta della curva «Carbone»

  • A casèdd dā gg’ratóra “Carbón”
  • La casetta della curva “Carbone”
Quant nă vìst
d’ ciùcc’, d’ múl’, d’ cavàdd e dd’ trajín’,
d’ passà p’ qquèdda gg’ratόr’
e ppúr’ i prím’ mach’n’ e i prím’ càmmjə
(specialmènt quìddi m’r’chèn’)
e qqual’che bb’c’clètt
da quann ‘a strèt’ jév’ bbianch’
e cchjén’ d’ pòv’l’
fín’ ä qquann l’ănna fàtta nér’ pū catrèm’
e ă vìst monopàtt’n’ e carruzzèdd
che, p’ rrόt’,
t’név’n’ i cusc’nìtt ä sfér’.

Púr’ ji, cόm’ ä ttantàv’ti uaggliún’
sò ppasset’ uucín’ ä tte nu mùnn d’ vòvt,
p’ sscèggn o p’ nchjanà pā ccurtatόr’
e p’ ffa prím’ d’ mamm e ppat’m’
che c’ n’ jèv’n’ chjèn’ chjèn’,
gg’rann attùrn attùrn ä ttè.

E m’arr’còrd quann jìnt i múr’ tόjə
ciabb’tèv’ na famìgghjə, ch’mpòst dō pètr
dalla mamm e ttre o quatt fìgghjə:
parév’ che t’ dév’ nu mèr’ d’ pr’jèzz.
Pù, ănna scasèt’, t’ănna lassèt’ sόla sόl’
e nta nu pucarèdd d’ tèmp
t’ sì ffàtta vècchjə, sènza pòrt
sènza f’nèstr, sènza tìtt – sènza nènt!

Alla fίn’, quann jív’ ggià mmèzza scuff’lèt’,
p’ lluuàr’t’ da tùrn tùtta quant,
pā scús’ che dív’ fastìdjə ë mach’n’,
t’ănna f’nút’ d’ scuff’là e ccuscì sì mmòrt
– sparút’ dalla facc’ d’ la tèrr!

Mò Lìll, Lìlla D’Errích’ e cchjù nn’ssciún’,
pā fòrz dī ch’lúr’, dī p’nnìll
e ddā m’mòr’ja sόjə, cchjù ffòrt du fèrr,
t’à ssapút’ fa r’sussc’tà.

E jji t’ tèngh’ aqquà
nnanz ä dd’ùcchjə mìjə
p’ttèt’ sόp’ ä nnu vècchjə pìnc’ sgubbèt’
e, ggraz’jə ä tte, nu cr’jatúr’ mò m’ sènt,
precís’ cόm’ ä ttann – nàvta vòvt!

Quanti ne hai visti
di asini, muli, cavalli e carri,
passare per quella curva
e pure le prime auto ed i primi camion
(specialmente quelli americani)
e qualche bicicletta
da quando la strada era bianca
e piena di polvere
fino a quando l’hanno resa nera con l’asfalto
ed hai visto monopattini e carrozzelle
che, come ruote,
avevano cuscinetti a sfere.

Anch’io, come tanti altri ragazzi,
son passato vicino a te molte volte
per scendere o salire per la scorciatoia
e per far prima di mia madre e mio padre
che se ne andavano piano piano,
girando tutt’intorno a te.

E ricordo quando dentro le tue mura
ci abitava una famiglia, composta dal padre
dalla madre e tre o quattro figli:
pareva che ti davano un mare di gioia.

Poi hanno sloggiato, t’hanno lasciata tutta sola
ed in pochissimo tempo
sei diventata vecchia, senza porte
senza finestre, senza tetti – senza niente!

Alla fine, quando eri già mezza crollata,
per toglierti di mezzo completamente,
con la scusa che davi fastidio alle auto,
hanno finito di demolirti e così sei morta
– sparita dalla faccia della terra!

Ora Lilla, Lilla D’Errico e nessun altro,
con la forza dei colori, dei pennelli
e della sua memoria, più forte del ferro,
ha saputo farti resuscitare.

Ed io ti tengo qui
davanti agli occhi miei
dipinta sopra una vecchia tegola gobba
e, grazie a te, un bimbo ora mi sento,
precisamente come allora – un’altra volta!

Vincenzo Campobasso
San Giovanni Rotondo, 30.8.2006
in PENSIERI RODIANI

La foto è tratta dall’album “Rodi Garganico nel passato” della fan page Facebook di Rodi Garganico online

7 commenti

  1. Lucia Albano

    che bella poesia….!

  2. Rosa de Felice

    eppure faccio fatica a leggerla !!!!!!!!!!!!!!!! anche se sono di rodi

  3. Rodi Garganico online

    Rileggere in vernacolo dopo tanti anni spesso è un esercizio particolarmente impegnativo, anche se riporta alla mente tanti suoni che credevamo perduti per sempre. Anche per questo abbiamo preferito pubblicare anche la versione in italiano. Speriamo con questo di contribuire a non far andare perse per sempre le nostre origini.

  4. Vittorio Ognissanti

    Bellissima, ma fruibile per pochissimi, bisogna armarsi di un pò di dizione filo-napoletana e conoscere il significato dei caratteri e degli accenti, per renderla fruibile per il resto dei Rodiani ci vorrebbe un video con un sottofondo che la recita senza esitazione :-)

    Mi riesce più facile di leggere il rumeno di cui ho interrotto l’apprendimento a causa dei caratteri non disponibili su tastiera di PC italiana.

  5. Barbara Carrassi

    Bellissima!…Si legge benissimo :)

  6. Vincenzo Campobasso

    Vittorio, un passo alla volta! Io sono un essere umano! Se fossi un dio (non voglio dire “se fossi Dio”), tutto sarebbe venuto fuori, assolutamente completo e fruibile da tutti, solo pensando. Io ci lavoro da sette anni, da solo (a parte il poco apporto datomi per quanto attiene ai termini rodiani, da parte dell’ins. Lilla D’Errico e la dott Candida Gentile), ma ho già pensato ad un CD da ssociare al vocabolario (ne è testimone lo stesso Marco Sciarra, con il quale ne ho parlato proprio ieri; se lo avessi conosciuto prima, gliene avrei parlato prima: qui si tratta di affrontare imprese per le quali mi mancano le dovute qualità tecniche). Pazienza, dunque! Però, Barbara Carrassi non ha avuto – testimonia lei – alcuna difficoltà a leggere il vernacolo trascritto come lo intendo io. Non appena possibile, su questa pagina, indipendentemente dal lemmario, cercherò di anticipare la pubblicazione dei cenni di grammatica, che daranno corpo alla parte introduttiva del vocabolario. Un vocabolario che sto cercando di compilare alla meno peggio, innanzitutto per salvare il salvabile della nostra storia rodiana. Devo ancora aggiungere che, tra qualche giorno, sempre su questo blog, con l’aiuto di Marco, pubblicherò un elenco di lemmi, per i quali mi è rimasto qualche dubbio, in particolare, circa il loro significato. Chi, avendone la possibilità, vorrà aiutarmi sarà più che ben accolto.

  7. Vincenzo Campobasso

    Ho omesso di dirti, Vittorio, che non c’è bisogno di “armarsi di un po’ di dizione napoletana”; noi abbiamo molto in comune con il napoletano, ma non tutto. Abbiamo fatto parte del Regno delle due Sicilie, abbiamo fatto parte del regno di Napoli, abbiamo avuto Gioacchino Murat, come nostro re, … ma abbiamo comunque una nostra storia, legata, come NEAPOLIS, alla Grecia, indipendentemente dalla storia napoletana. Noi abbiamo subito anche l’influenza jugoslava, riscontrabile in molti termini (che io, purtroppo, non ho potuto segnalare pedissequamente nel mio vocabolario, nonostante gli sforzi fatti di ricercare, per molte parole, l’etimologia). Un vocabolario, particolare come un vocabolario di un particolare dialetto, non è un vocabolario di LINGUA nazionale (che pure ha le proprie sfumature, nonostante gli sforzi dei grammatici, di farci pronunciare identiche parole con identici suoni).

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