Il suicidio dell’extra vergine d’oliva illustrato dal New York Times

Foto di Francesca Mueller

Foto di Francesca Mueller

Recentemente il New York Times si è occupato del deplorevole fenomeno dell’adulterazione dell’olio di oliva in una pubblicazione dalla quale emerge con tutta evidenza la pessima reputazione che purtroppo è  associata alla produzione dell’extravergine nostrano.

Nicholas Blechman, illustratore e direttore artistico del New York Times Book Review, in collaborazione con Tom Mueller autore del libro “Extraverginità, il sublime e scandaloso mondo dell’olio d’oliva” e del blog Truth in Olive Oil, sostiene che «gran parte dell’olio venduto come olio d’oliva italiano non arriva dall’Italia, ma da Paesi come la Spagna, il Marocco e la Tunisia. Poche ore dopo essere state raccolte, le olive vengono spedite ad un frantoio dove vengono lavate, frantumate e pressate. L’olio viene poi pompato in un camion cisterna e spedito verso l’Italia, il più grande importatore mondiale di olio d’oliva.

Nel frattempo, carichi di olio di soia o di altri oli economici sono etichettati come olio d’oliva e contrabbandati verso la stessa destinazione. In una raffineria, l’olio d’oliva è tagliato con gli oli più economici e mescolato con beta-carotene, per mascherare il sapore, e clorofilla per la colorazione. Le bottiglie sono etichettate “Extra Vergine” e marchiate con il “Made in Italy” degno di rispetto in tutto il mondo (curiosamente questo è legale, anche se l’olio non viene dall’Italia).

olio-esportazione

L'”olio di oliva” viene spedito in tutto il mondo, in paesi come gli Stati Uniti, dove è adulterato circa il 69 per cento dell’olio di oliva in vendita.

Per combattere le frodi, una speciale sezione dei Carabinieri è addestrata per rilevare l’olio adulterato. Le prove di laboratorio sono facili da falsificare, così le forze dell’ordine fanno affidamento sull’olfatto con regolari controlli alle raffinerie nel tentativo di regolamentare il settore. Ma i produttori – molti dei quali hanno collegamenti con potenti politici – sono raramente perseguiti. Tutta questa frode, però, ha creato un calo dei prezzi dell’olio d’oliva. I produttori corrotti si puniscono da soli, commettendo un efficace suicidio economico».

Immediata la presa di posizione da parte dei produttori virtuosi, primo fra tutti il Consorzio Olio DOP Chianti Classico, che hanno realizzato un video per confutare le accuse. Come scrive Marco Gemelli, secondo il New York Times, dunque, sarebbe legale importare olio extravergine di oliva da Marocco, Tunisia, Turchia e altri Paesi extraeuropei, truccarlo con miscele di oli sofisticati ed etichettarlo impunemente come made in Italy. In effetti la legge sulle etichette dice altro e vieta espressamente di indicare con la dicitura “Prodotto in Italia” un olio proveniente anche in minima percentuale da altri Paesi, specie se extracomunitari. Il NYT, in questo caso, ha fatto confusione con un altro fenomeno, l’acquisizione – avvenuta negli anni passati – di quasi tutti i grandi marchi dell’olio da parte degli spagnoli per sfruttare la nostra buona reputazione nel mondo di grandi produttori oleicoli. Basti pensare che colossi come Bertolli, Carapelli e Sasso appartengono alla multinazionale spagnola Deoleo: gran parte della loro produzione arriva da mix di oli comunitari (Spagna, of course) ed extracomunitari, poi imbottigliati in Italia. Ma ciò non viene affatto nascosto: se anche hanno nome italiano, sull’etichetta è riportato che non si tratta di “olio prodotto in Italia da olive coltivate in Italia” né si parla di “100% Prodotto Italiano”.

Indipendentemente dalla veridicità di quanto scritto dalla testata d’oltreoceano, resta il fatto che l’extravergine di oliva – così come tanti altri prodotti Made in Italy – nonostante i numerosi organismi e le associazioni preposte alla protezione, tutela, valorizzazione e promozione, stanno vivendo una fase di declino suicida in termini di credibilità che costa caro all’esportazione e che finisce per coinvolgere anche i produttori virtuosi.

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