«Così Renzi uccide l’Adriatico»

no-petrolio-adriaticoUn lunedì di protesta contro le politiche energetiche del governo Renzi. Una chiamata alle armi dei parlamentari di riferimento per modificare quegli articoli del decreto cosiddetto «Sblocca Italia», che schiudono di fatto un’autostrada davanti alle nuove autorizzazioni per la ricerca e la coltivazione di giacimenti petroliferi anche a mare. Tutto questo è «Nopetrolio-sblocca Futuro», iniziativa di denuncia e sensibilizzazione che mobilita il mondo ambientalista e le istituzioni locali, già espressesi in questi mesi contro le trivelle su gran parte della dorsale adriatica e ionica e che si terrà il 27 ottobre, anche in Puglia e Basilicata, per iniziativa di Legambiente, Wwf e Greenpeace.

«Il governo Renzi – è la posizione assunta già all’indomani della prima lettura del provvedimento – con le disposizioni contenute nell’art. 38 del decreto Sblocca Italia, favorisce la nuova colonizzazione del nostro territorio e dei nostri mari ampliando le servitù petrolifere in Basilicata a tre quarti del suo territorio, bypassando il divieto in Alto Adriatico, favorendo le attività nel canale di Sicilia e mettendo a rischio anche il Nord Ovest della Sardegna».

Gli ambientalisti chiamano a raccolta cittadini, categorie economico- sociali, rappresentanti degli enti locali e dei parlamentari sul presupposto che – osservano – l’art. 38 del decreto legge n. 133/2014 è nel solco di una strategia del ministero dello Sviluppo economico che tende a favorire gli interessi dei petrolieri sin dal 2010, quando ci fu la modifica del Codice dell’Ambiente (con l’art. 2 del decreto legislativo 128/2010) sulla interdizione alle attività di prospezione, ricerca e coltivazione degli idrocarburi liquidi in una fascia di 12 miglia dal perimetro esterno delle aree naturali protette marine e costiere, e cerca di scardinare qualsiasi norma prudenziale, prima con l’apertura delle attività nel Golfo di Taranto, già nel 2011, poi con la sanatoria delle “procedure in corso” al giugno 2010 seppur localizzate nelle aree interdette (contenuta nell’art. 35 del “decreto sviluppo” n. 83 del 2012) e ancora con l’individuazione di una nuova area di sfruttamento, grande quanto la Corsica, tra la Sardegna e le Baleari (con il Decreto Ministeriale del 9/8/2013)».

Non è una posizione ideologica, ma ha forti connotati di carattere economici. Legambiente, Wwf e Greenpesace, infatti, osservano che «il calcolo costi-benefici dell’impatto economico, sociale e ambientale dell’approccio del governo Renzi è assolutamente perdente quando si pensi che l’inquinamento sistematico e il rischio di incidente mettono a rischio aree di pregio naturalistico e paesaggistico, dove si svolgono fiorenti attività economiche legate ai settori delle pesca e del turismo per cercare di estrarre petrolio di bassa qualità che potrebbe coprire, valutate le riserve certe a terra e a mare, il fabbisogno nazionale per appena 13 mesi».

Giuseppe Armenise per La Gazzetta del Mezzogiorno

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