Resterà al suo posto il relitto garibaldino affondato alle Tremiti

Isole-TremitiHanno lottato lo scorso anno per non farselo strappare. Convinti che “la storia” depositata in fondo al mare non vada toccata. Ma anche perché – la spiegazione scaramantica- se il destino ha voluto così, sarà bene non contraddirlo. Il relitto Lombardo -per i tremitesi- è una sorta di reliquia da conservare con cura in fondo al mare. Ma anche da proteggere da occasionali “desiderata” ministeriali che lo vorrebbero spezzettato e dirottato in diversi musei d’Italia a far bella mostra di sé. “Il relitto per fortuna è rimasto qui ed è diventato l’attrattiva dei sub” sottolinea oggi il sindaco Antonio Fentini. Che appena insediatosi la scorsa estate si ritrovò tra le prime incombenze da neo primo cittadino proprio quella di organizzare la “resistenza” per bloccare la partenza del relitto (erano sbarcati per dei sopralluoghi i tecnici della ditta incaricata).

Come si ricorderà, lo volevano portare in un museo a Caprera, dove Garibaldi morì. E l’ok allo spostamento arrivava da Presidenza del Consiglio dei Ministri, Ministero dell’Ambiente e Sovrintendenza di Ancona. Ma alle Tremiti non ne vollero sapere. “Ed abbiamo fatto bene, perché oggi è un’attrattva per sub specializzati e turisti appassionati di storia, i quali si armano di maschera e pinne per immergersi ed osservare da vicino un pezzo di storia” rivela Fentini.

Il relitto Lombardo era una delle due navi (l’altra era il Piemonte) usate dai Mille di Garibaldi, per andare da Quarto a Marsala, nel 1860, a fare la storia d’Italia. Il relitto è adagiato nei fondali di Cala degli Inglesi a San Domino, da quasi 150 anni. Precisamente dal 1864 quando affondò (era la notte tra il 12 marzo ed il 13 marzo): urtò una secca affiorante di San Domino e sparì tra le onde. Era un classico pirovapore, ossia una nave (o piroscafo) a ruota. Secondo alcune indagini storiche quella notte la nave trasportava dei detenuti da destinare alla colonia penale delle Tremiti. Un forte vento di maestrale ne ritardò l’arrivo, per cui approdò all’arcipelago diomedeo a notte inoltrata. Complice le pessime condizioni meteo e la scarsa illuminazione dell’arcipelago, il comandante sbagliò rotta e si avvicinò pericolosamente a San Domino. Qui l’impatto con una secca affiorante. Non si registrarono vittime. Per sei giorni provarono a tirarlo su. Poi il piroscafo il 19 marzo 1864 fu dichiarato irrecuperabile. Oggi è depositato ad una profondità tra gli 8 e di 15 metri (il grosso del relitto), mentre una piccola parte è sprofondata più giù, a 25 metri.

Francesco Trotta

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