La calza dei morti nelle tradizioni di Capitanata

calza-mortiIl periodo che va dal 1 Novembre all’Epifania è uno dei periodi più misteriosi dell’anno. Gli antichi dicevano che il primo Novembre i morti entravano da una porta e poi, attraversata la Valle di Giosafat, uscivano dalla porta dell’Epifania. Sempre secondo i racconti degli anziani, la Valle di Giosafat era piena di rovi e le spine laceravano tutti coloro i quali, nella vita terrena, si erano comportati in modo dissoluto. Solo i puri di cuore avrebbero attraversato indenni la Valle di Giosafat e per di più, su un cavallo bianco, segno di purezza d’animo.

A questo proposito esiste un detto foggiano che recita: “tutt’i feste ijessene e venessene, ma Pasqu’ebbifanija mai venesse”. Questo racconto è importante perché ci spiega il motivo per il quale, nella notte tra il primo e il due Novembre, si lasciava la tavola imbandita con vino, pane, acqua, ago e filo, oltre al giaciglio preparato, in previsione di accogliere i defunti che, in quella occasione, verranno trovare i propri cari. Se le vivande servivano per rifocillare i morti che in quella notte avrebbero fatto ritorno a casa propria, l’ago e il filo servono per rammentare i vestiti lacerati nell’attraversamento della Valle. Questo racconto giustifica anche la leggenda secondo la quale, in questa magica notte, accendendo una candelina, ricavata dal cerume delle orecchie, così come ci viene riportato dai testimoni, e posandola sul davanzale della finestra su un piattino ricolmo d’acqua, si potevano vedere specchiate le ombre del corteo delle anime vaganti. A capo della processione c’erano i bambini in ordine di età, e chiudevano il corteo i “disgraziati”, coloro i quali erano morti per disgrazia, perdendo una gamba, rimanendo schiacciati, etc. L’anima di quest’ultimi sarebbe rimasta nel luogo della disgrazia fino al momento in cui era segnato dal destino il giorno della sua dipartita.

Il lasso di tempo che va dal primo Novembre al giorno dell’Epifania è il periodo dell’anno in cui la natura muore, l’inverno incede e le giornate sono più corte. Gli antichi, che avevano una spiccata propensione all’osservazione dei fenomeni naturali, collegavano il riposo invernale alla morte e giustificavano questo lasso di tempo come il tempo dei morti. La concezione del tempo per gli antichi era ciclica, cosicché anche la morte umana avrebbe obbedito a questa legge empirica. La morte, in ogni accezione, non sarebbe mai stata definitiva, per cui in questo periodo i morti sarebbero dovuti venirci a trovare. Il motivo per il quale in alcune comunità la calza si dona ai bambini il giorno dell’Epifania è dovuto al fatto che i morti lasciano il regalo quando se ne vanno e non come avviene a Foggia, quando arrivano.

La calza, fino agli anni ‘20, era ripiena di frutta secca e frutta di stagione come susine, melograno, mandarini, castagne, noci e nocelle. Inoltre i bambini si riunivano in gruppo e muniti di una collana fatta impilando carrube (fainelle), oppure sorgole, delle susine selvatiche, facevano la questua girando di casa in casa ripetendo questa monotona filastrocca:

“a cavezette de l’aneme i murte
solv e nespel?”

Successivamente alla frutta secca furono sostituite caramelle e cioccolate e i bambini più discoli trovavano il carbone oppure degli steli di pannocchie avvolte nella carta del pane. Inoltre la notte tra il 31 ottobre e il primo novembre, i bambini, prima di coricarsi andavano a nascondere la grattugia in modo che, se i morti ritenevano che avevano fatto i cattivi, gli grattavano i piedi. Il coinvolgimento dei bambini in questa festività si spiega con il fatto che i parenti estinti, di solito i nonni, passano il testimone ai nipoti più piccoli in modo da continuare il casato, e lo fanno attraverso la calza che è l’elemento più vicino alla terra, quella terra sotto la quale i morti sono sepolti.

grano-cotto-dei-mortiIn questo periodo anche i fidanzati si scambiavano la calza. Contrariamente a quanto si possa immaginare, la calza degli innamorati consisteva in un vassoio (a guandire) ricolmo di dolci a pasta di mandorla che lo sposo portava in casa della sposa. Il significato di questo gesto riprende ancora la dicotomia vita-morte, in quanto i fidanzati, generatori di vita, consumano la calza, testimonianza di morte. Ma la calza non è soltanto simbolo terreno, ma anche simbolo apotropaico, in quanto cornucopia, vuole augurare fertilità alla terra che riposa.

Se la calza era il premio dolce riservato ai bambini, il granocotto era il dolce riservato agli adulti. Anticamente il granocotto era l’unico piatto del giorno. La sua preparazione avveniva qualche giorno prima facendo la cernita del grano (capanne a’ bianchette) e mettendolo successivamente a bagno per un paio di giorni. Dopo una decina di minuti di bollitura il fuoco si spegneva e si faceva riposare il grano tenendo la pendola ben chiusa col coperchio. Dopo essersi raffreddato, si scolava l’acqua rimasta nel granocotto e si condiva con noci, cioccolata, melograno e cedro candito, il tutto innaffiato da vincotto.

Giuseppe Donatacci

4 commenti

  1. Valentini Franca

    bello saperlo e poterlo raccontare a quelli che non conoscono questa tradizione

  2. Emma Panella

    Tradizioni cariche di senso DA TRAMANDARE

  3. Pietro Malizia

    La ricchezza e i valori della cultura popolare di un passato assai prossimo e il vuoto, la pvertà spirituale,valoriale di oggi. Con questo non sono di quelli che dicono che oggi il mondo va a rotoli, badate!

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