Il dialogo fonte di legalità

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La classe III Geometri C.A.T. dell’Istituto del Giudice

“Chi guarda nel cannocchiale e vede cose diverse da quelle che vedo io è sempre uno che può insegnarmi molte cose”. È l’atteggiamento che Guido Calogero chiamava “volontà di capire” o “spirito del dialogo”. Infatti il dialogo mette a confronto schemi, modi di ragionare, presupposti impliciti. Disporsi al dialogo significa pertanto mettersi in gioco e disinnescare le proprie difese, lasciando che un messaggio tocchi le zone protette della nostra soggettività. È un rischio, un’avventura, un dono che ci facciamo. La premessa per la convivenza e il dialogo in una società complessa è il riconoscimento teorico e pratico, che oltre alla propria cultura, possono esservi altre culture, dotate di pari valore umano. Il dialogo è vita vissuta, è condivisione. Non c’è bisogno di parole. La prima condizione perché esso sia possibile è il rispetto reciproco, per comprendere lealmente ciò che l’altro dice. Richiede, tra le altre cose, un contesto emotivo disteso. Il terreno d’intesa, la mediazione e la procedura di tipo dialogico appartengono come non mai al nostro tempo, in cui si usufruisce di una scuola di democrazia reale, ma nella società attuale, in cui ognuno tende a prevaricare gli altri, il dialogo sembra quasi un concetto astratto.

A scuola abbiamo parlato della differenza tra “dialogo” e “disputa”, confrontando queste due forme di comunicazione. Il dialogo indica il confronto verbale tra due o più persone, che possono esprimere sentimenti diversi e discutere idee contrapposte. La disputa si allontana dal dialogo tutte le volte che diviene pura polemica e l’elemento razionale viene strumentalizzato. Spesso si svolge sui mezzi di comunicazione di massa. Ha un pubblico allargato, ed è caratterizzata dal fatto di disporre di mediatori, come i giornalisti della stampa e della televisione, che non sempre garantiscono equidistanza tra i diversi punti di vista. Il giornalista non è più, come diceva John Stuart Mill, “il cane da guardia della democrazia”. Chi interviene nei mezzi di comunicazione di massa, spesso prende posizione, diventa “partigiano” a seconda del proprio punto di vista più o meno politicizzato e “schierato”. Imperando le comunicazioni di massa, il fattore tempo comprime la disputa. Vince chi è più bravo a riassumere, chi è più efficace nella comunicazione. Ma spesso vince chi si sovrappone agli interlocutori che esprimono un punto di vista diverso, impedendo loro di concludere le proprie argomentazioni, e “disturbando” di fatto la comunicazione.

E’ un cattivo modello per noi ragazzi, che inconsciamente lo imitiamo nelle comunicazione densa di conflittualità con i genitori, con gli amici, ma anche con i docenti e i compagni di scuola! Ecco perché la scuola è uno dei territori privilegiati per poter mettere in atto possibili interventi di prevenzione dell’illegalità, capaci di disattivare il disagio ambientale di cui possono essere portatori gli adolescenti incapaci di dialogare correttamente all’interno di un gruppo; in un programma educativo ampio che, a partire dalla scuola dell’obbligo, riqualifichi il diritto alla cittadinanza di tutti, è necessario focalizzare l’attenzione sui bisogni dei ragazzi sempre più nascosti dalle apparenze e dall’immagine, favorendo incontri ed esperienze di vita, ed evidenziando il confine che separa e distingue la legalità dall’illegalità. Oggi la legalità, e chi se ne occupa, deve leggere e conoscere il disagio dei giovani e le sue manifestazioni. La cultura della legalità può albergare in ciascuno di noi solo a partire dall’educazione e da una scuola che sia in grado di insegnare a dialogare e capace di elaborare programmi per il futuro. Ovvero creare spazi, opportunità, strumenti, e conoscenze, ma soprattutto trasmettere passione per una coscienza civile, per essere capaci di interrogarsi sull’ambiente, sulla politica e sulla società.

Cosa fare per rendere una classe un “luogo educativo”? Può il disagio dei ragazzi trovare idonei spazi ed espressioni nella scuola? Sì, se consideriamo che la classe, luogo di permanenza piuttosto “lungo” per i ragazzi che la frequentano, diventa il luogo in cui riversare i problemi e le insicurezze della crescita. Le istituzioni scolastiche sono un luogo ideale per la promozione di una cultura della legalità; i ragazzi, infatti, se opportunamente guidati, sono in grado di arrivare ad una valutazione critica della realtà in modo da mettere a punto idee, progetti e desideri di cambiamento. Proprio attraverso questo impegno personale si arriva ad una consapevolezza delle responsabilità individuali e collettive dei cittadini, sinonimo di maturazione civica.

Cosa hanno fatto realtà scolastiche inserite in contesti regionali ad alto rischio mafioso per favorire il dialogo educativo? Prendendo spunto dalla realtà in una scuola media palermitana, l’ufficio di servizio sociale per minorenni, per prevenire la devianza minorile, ha avviato l’attuazione di interventi educativi riguardanti il disagio relazionale all’interno di alcune classi. Il progetto è stato rivolto agli alunni, al corpo docente e ai genitori. Operatori dell’USSM (Ufficio Servizio Sociale Minorenni), avvocati, sociologi, conduttori di gruppi di incontro, assistenti sociali, hanno programmato e realizzato interventi con modalità, linguaggi e contenuti differenti. I ragazzi sono stati invitati a raccontare le proprie esperienze, ad ascoltare, comprendere e condividere le vicissitudini altrui. Per vivere appieno i sentimenti, abolire le paure, allentare le tensioni, controllare l’aggressività. Sul tema della legalità, di estrema utilità educativa si sono rivelati i messaggi proposti da una riflessione sui diritti e i doveri dei minorenni. L’etica della responsabilità, individuale e collettiva, a cui deve mirare l’educazione dei ragazzi, è di vitale importanza nel processo di costruzione dell’identità e della capacità di giudizio critico.

È opportuno ricordare che è necessario cercare sempre nuove motivazioni per la legalità in quanto non si tratta di nozioni, concetti che vengono depositati nei magazzini della memoria. L’esperienza non è un “caso” ma qualcosa che possiamo creare a partire da come entriamo in rapporto con l’ambiente complicato in cui viviamo e dal saper trasformare, a volte, delle piccole cose in grandi cose.

Educare “al vivere bene” diventa quindi educare alla realtà che può essere, al tempo stesso, complessa, problematica, ma anche positiva e interessante per noi che viviamo in essa.

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