Dighe quasi piene, salva la stagione agricola

diga-di-occhitoPoco meno di 160 milioni di metri cubi (157) nella diga di Occhito, la cifra è sufficiente per cantare vittoria. Al Consorzio di bonifica lunedì si riunirà la deputazione amministrativa (l’organo di autogoverno dell’ente): probabile che dichiari la fine dello stato di emergenza e l’inizio della nuova stagione irrigua. «In quella seduta – annuncia il presidente del consorzio, Pietro Salcuni – la deputazione deciderà la quota da assegnare agli agricoltori. Credo tuttavia che per la quantità attualmente disponibile nella diga di Occhito siamo già in grado di assegnare alle imprese una sottodotazione fino a 1600 metri cubi per ettaro (il massimo è 2mila: ndr)».

Ma la corsa potrebbe non essere ancora finita. C’è ottimismo al consorzio, i mesi più piovosi in Capitanata sono proprio quelli di marzo e aprile e nell’invaso sul Fortore c’è posto ancora per altri 80/100 milioni di metri cubi. La stagione promette bene: quest’anno, fatto insolito, abbiamo avuto un inverno abbastanza piovoso grazie al quale Occhito ha fatto «scorte» per oltre 90 milioni di metri cubi. Serviva questa manna dal cielo per permettere a tutte le dighe della provincia dauna di riempirsi fino al limite della capacità: l’invaso di Capacciotti nel basso Tavoliere con i suoi 48 milioni mc è pieno fin quasi all’orlo; stesso discorso per la diga di San Giusto-Capaccio sul torrente Celone a quota 14 milioni (su 18 milioni di capacità massima). L’agricoltura dauna si appresta, insomma, a vivere una stagione irrigua di assoluta normalità o forse di assoluta eccezionalità, se teniamo conto che ormai l’acqua per le campagne scarseggia in media ogni 2/3 anni. Fino ai primi del Duemila un ciclo irriguo durava, in media, 8/9 anni e ciò a conferma della sempre più stringente scarsità di risorse idriche.

Per combattere la siccità gli amministratori foggiani negli ultimi vent’anni hanno tentato di costruire nuove dighe (il progetto di Piano dei limiti, finanziato dal governo, è stato affossato dall’indecisionismo delle amministrazioni locali), o provato a stringere improbabili accordi istituzionali con il vicino Molise ricco di corsi d’acqua. Va detto che quest’anno, oltretutto, la siccità avrebbe potuto causare danni molto seri anche per i conti traballanti del Consorzio di bonifica appesantito da un deficit di 23 milioni di euro. Tirano un sospiro di sollievo anche i dirigenti dello storico ente della Capitanata: la vendita d’acqua agli oltre 80mila consorziati porterà in cassa le risorse economiche necessarie per garantire i costi di gestione e rassicurare i circa 500 dipendenti. Il grande ente gestito dagli agricoltori (una delle conquiste democratiche più importanti di questa provincia) non naviga più nell’opulenza di qualche tempo fa. Errori di valutazione e gestionali alla base di quel «rosso» in bilancio la cui origine viene fatta risalire a qualche amministrazione fa. Sta di fatto che il consorzio sembra stia uscendo solo ora dal tunnel di una crisi accentuata dalle difficoltà del sistema bancario. In corso Roma viene data per «imminente » la sottoscrizione di un mutuo che rimetterà a posto i conti. Resta congelato invece il piano di austerity varato dall’amministrazione Salcuni per il risparmio di costi divenuti ormai insostenibili, dopo la bocciatura da parte della maggioranza delle associazioni agricole che governano il consorzio (Confagricoltura, Cia e Copagri con il voto del novembre scorso). Problemi destinati a rimanere sul tappeto, considerati i contrasti emersi in questi mesi tra le associazioni agricole e che potrebbero ripresentarsi in occasione del voto di luglio in Camera di commercio (agricoltori ago della bilancia).

Massimo Levantaci

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