Disegni e versi di Nino Ognissanti

dipinti-nino-ognissantiMagia della poesia che mi ha fatto ritrovare un amico, Nino Ognissanti, ma anche le atmosfere della “nostra” Rodi, della Rodi di un tempo.

Di qualche anno più grande di me, ci si incontrava in quelli che, prima delle sale gioco o dei circoli ricreativi, erano i luoghi di ritrovo nella Rodi della fi ne degli anni Cinquanta, primi anni Sessanta: la locale sede dell’Azione Cattolica.

Le vicissitudini della vita ci hanno portato lontano. Alcuni sono poi rientrati, altri, per scelta, a volte obbligata, continuano a vivere fuori.

Chi è andato lontano, le proprie radici e le atmosfere del proprio paese se le è portate dentro e in qualche caso, come quello di Antonio Carlo Ognissanti, Nino per gli amici, hanno costituito nel tempo l’humus fondamentale della vena poetica.

Leggere, pertanto, le poesie dell’amico Nino Ognissanti nella raccolta inedita Paesaggi ed altri versi, mi ha dato la possibilità di rivivere quelle atmosfere, ma anche di cogliere l’eco del suo percorso di vita compiuto in tutti questi anni. Lo stesso Autore scrive, infatti, nell’introduzione: «Ho raccolto queste poche cose come memoria di una vita e del mio cammino di sofferenza e di fede. Il mio intento nell’accingermi ogni volta a scrivere era creativo tout-court e, dando libero sfogo alla mia interiorità, ho toccato le corde del mio sentire cercando di interpretarlo al meglio. Febbraio 2011». E tutto questo come esclusivo «dono d’amore» per la moglie e i figli.

Continuo è il riferimento a Rodi: alla campagna, al mare, ai tramonti, alle albe o al suo “Borgo antico”, che dà il titolo a una lirica del 2006.

Conosciamolo questo “borgo antico”, così come appare nelle liriche di Ognissanti, con la sua architettura spontanea, le sue case che cercano di appoggiarsi l’una all’altra, quasi per farsi coraggio o per vegliare l’una sull’altra in una fuga di tetti rossi, su cui prima si levavano solo i comignoli, ora svettano anche le antenne televisive a spiare il mare, da sempre fonte di vita, e le immense e dorate spiagge, un tempo approdo di “fuste” saracene, ora di più lieti e festanti visitatori. Un borgo marinaro, proteso verso il mare, la cui punta più avanzata è detta, con voce longobarda, consegnataci dalla tradizione, “u vucchele”. Un borgo che solo tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento ha visto nascere al suo interno palazzi, espressione di una ricca borghesia mercantile, che ha costruito la sua fortuna sui traffici commerciali interadriatici e transadriatici dei famosi agrumi del Gargano: le arance bionde del Gargano e durette del Gargano e i limoni femminelli:

Comignoli fumanti / in un brulichio di antenne / abbarbicate in ogni dove / muschi incrostati / pallidi verdognoli / mescolati al giallo dei licheni. / Fuga di tetti arsi / dal torrido sole meridiano. / Addossati contigui / stretti in un abbraccio. / Giù le strade di ciottoli consunti / vene grigiastre. / Il cielo luminoso ammanta / i tenui colori del borgo. / I richiami le voci sgranano lievi / sul fondo del brusio / della strada maestra / che lo divide.

Gli ultimi versi di questa lirica ci fanno percepire segni di vita: le voci, il brusio che ci riportano a una realtà un tempo palpitante, piena di vita, ora semplicemente esangue, come le «vene grigiastre» delle sue strade lasciano intendere. Il ricordo, però, è vivo nelle mente, ma soprattutto nell’animo del Poeta, che quella vita ci ripropone anche in altre liriche, come “Braciere”, del 1997: Le lunghe sere del crudo inverno/ tra muri enormi senza una carezza.// Intorno alla ruota del minuscolo braciere/ un pezzo di formaggio scaldavamo al fuoco// E le chiacchiere e le risa/ che usavamo mi ricordo ancora/ e di quel poco non mi rattristo/ ché a noi bastava/ e non c’era spettacolo o risorsa:/ ci mancava tutto e non lo sapevamo.

La lirica nella sua immediatezza ci fornisce un quadro preciso delle condizioni di vita che in quelle case rodiane si scorgeva, se appena appena si metteva il capo oltre la soglia. Stanze con volte a botte, muri spessi, fredde atmosfere. A riscaldare l’ambiente e il cuore c’era u vrascere (il braciere) poggiato su una “ruota” di legno, u pede.

Il braciere contribuiva a ristabilire l’armonia. Esso diventava l’allegro centro della casa, intorno al quale ci si ritrovava per intiepidire una parca cena, sprigionando profumi, invogliando alla conversazione, aiutando a trascorrere le lunghe e noiose serate invernali, soprattutto quando anche tra quelle strade strette si insinuava il gelido e tormentoso grechelevante (vento da Nord-Est). Attorno al braciere si ritrovavano grandi e piccini, gli uni a narrare, gli altri ad ascoltare fantastici racconti, i paravule (le favole), che ci lasciavano stupiti e facevano correre la nostra fantasia, prima che, stanca, si arrendesse a un dolce sonno ristoratore.

Quante sere lo sferzante vento era causa anche di interruzione dell’elettricità e allora faceva la sua ricomparsa la lampada ad olio (che ha dato il titolo a una lirica del 2009), allora solo da poco accantonata o destinata alle case di campagna, che creava un gioco di ombre, divertente per i più piccoli, e affievoliva la vista, acuendo gli altri sensi, come l’olfatto, ma anche la fantasia, che ancor più liberamente si sprigionava.

Il contesto di queste poesie, però, non si limita a Rodi, perché esso si allarga ben oltre i confini del paese d’origine per cogliere gli elementi del più ampio Promontorio. Essi vengono fuori da versi senza punteggiatura e perciò con un ritmo incalzante, che rende, come non mai, il loro affollarsi nella mente del Poeta e le sensazioni e le emozioni che ne scaturiscono, come nella lirica del 1963, “Gargano antico”:

Monti, campi, verde, bruno / acqua grigia delle pozze / case sparse sui pendii. / Greggi bianche / come sparse rocce tra i cespugli / zagare profumate. / Boschi ombrosi coste aspre / seni selvaggi barche pescatori antichi. / Tutto nella memoria / che la lontananza accende / tutto è presente e si compone / in teorie d’immagini silenti. / E ripercorro i vicoli e / le scale e di nostalgia mi nutro / nelle mie notti insonni / e negli algidi mattini.

Ai colori, ai profumi, alle forme, sia pure «silenti» della prima parte della lirica, si contrappongono le «notti insonni» e gli «algidi mattini» della chiusa, che finiscono per accentuare ancor più la nostalgia di luoghi lontani nello spazio, poiché il poeta vive fuori dalla sua terra, ma soprattutto lontani nel tempo, quel tempo dell’anima che solo la poesia può aiutare a riconquistare.

Quella di Nino Ognissanti si caratterizza, infatti, come “poesia della memoria”, “sentimentale”, anche quando il poeta ci descrive in maniera così vivida paesaggi e atmosfere, perché essi rivivono prima di tutto nel suo animo.

Ma il suo sentire è tanto intenso e profondo, che non si ferma solo ad aspetti così generali, ma sa cogliere di quel paesaggio le note più intime che gli giungono attraverso i colori, i suoni, le atmosfere, attraverso il ricordo di persone con cui ha condiviso esperienze di vita, gioiose o tristi. Come accade nella lirica “Il pino”, quello che per noi tutti da più di un secolo è u zappine, luogo di ritrovo, punto di riferimento per appuntamenti quotidiani. La sua folta chioma ripara dal sole in estate, dalla pioggia d’inverno. Lo spazio che il pino sovrasta, consente di spingere lo sguardo ben oltre la linea d’orizzonte per perdersi all’infinito verso la punta del Gargano, verso la costa croata, non per nulla il luogo è comunemente detto u bellevedere. Questo stesso spazio, circondato da transenne e tende, per difendere la privacy dei partecipanti, si trasformava, nelle sere d’estate di quei lontani anni Cinquanta e Sessanta, in pista da ballo. Fino a quando a Rodi, poi, c’è stato un cinema, u zappine, con il suo secolare tronco, era divenuto quasi il naturale luogo al quale attaccare u cartellone, con le locandine che annunciavano il titolo del film in programmazione e riproducevano alcune delle scene clou e accendevano la curiosità. Ma il pino è legato anche al tragico ricordo di una giovane vita prematuramente stroncata proprio ai suoi piedi. Ricordi tristi e lieti si rincorrono nella lirica composta nel 1997, fino a giungere ai tempi più recenti, ai turisti di passaggio, per i quali esso ha assunto, con la sua chioma, la funzione di gradito luogo di sosta e di ristoro per gustare un gelato, mentre a poca distanza, lì dove Onero Cavaniglia, feudatario del luogo, aveva posto nel Settecento uno dei primi orologi meccanici, un più moderno orologio scandisce le ore, quasi angustiando, con la sua pur discreta presenza, i passanti, segnando il tempo che inesorabilmente corre.

Dal Belvedere lo sguardo si allarga anche verso la campagna che lo circonda. Una campagna un tempo viva, che traspare dai versi di “Scene di campagna”, del 2008. Dietro quella campagna, infatti, c’era la mano dell’uomo a dar vigore ai frutti su cui si riverberavano i raggi del sole. Un’attenzione che passa anche attraverso la presenza, in questo paesaggio, delle canne, “arundo donax” (che è anche il titolo di una lirica del 2009), che, numerose, popolavano il nostro paesaggio, con dei canneti “morti” e “vivi”, per salvaguardare l’integrità del nostro più caratteristico prodotto della terra, quegli agrumi che hanno segnato dall’Ottocento la nostra storia e la nostra economia, il nostro paesaggio e che recentemente, proprio per tutto questo, si sono visti riconoscere l’IGP. Canne guardate dall’Autore con un po’ di invidia, perché «salde al suolo … sotto il cielo felice/del Gargano», mentre egli è costretto a vivere lontano. Canne metafora dell’uomo stesso, perché «verdi in gioventù/bigie in vecchiaia», «docili ai tumulti», ma pur nel loro ondeggiare, nella loro apparente fragilità e nel loro «eterno mormorare … al vento di tempesta», un punto di riferimento per il Poeta, un’àncora per chi da lontano tende le palme alla terra natia.

Anche questi canneti, “vivi” o “morti”, stanno ormai scomparendo e la poesia di Ognissanti, se da un lato, con il loro ricordo, vuole porre un argine al fluire inarrestabile del tempo, dall’altro rivela, nella vena malinconica che la attraversa, tutta la consapevolezza di questo ineluttabile andare. La sua poesia diventa, pertanto, un mezzo attraverso il quale far rivivere quanto non c’è più, ma trova ancora un posto privilegiato nel suo animo, tra i suoi ricordi.

Con questo intento l’Autore si addentra in quelle viuzze, in cui ha vissuto la sua infanzia, per cogliere palpiti di vita ormai scomparsi, come quelli del vecchio calzolaio (u scarpare) con il suo deschetto e i suoi attrezzi da lavoro. Un mondo assolutamente sconosciuto alle nuove generazioni e che attirava la nostra curiosità. Ci incuriosiva soprattutto vedere realizzare le scarpe su misura. Assistere alla cucitura delle pelli passando prima la lesina (a sugne) e poi infilando lo spago. Fino al passaggio con la raspa, per sgrossare le parti sporgenti del tacco. Il martello per battere il cuoio su un’incudine a forma di piede. Un cuoio già ritagliato con il trancino. Con il passar del tempo questi calzolai si sono trasformati in ciabattini: c’era sempre meno da creare e sempre più da riparare. Ora non c’è neppure più questo.

Quante volte Ognissanti si è fermato accanto al deschetto a guardare il calzolaio trafficare con i chiodini che prendeva con le sue mani deformate dall’artrite, per rinforzare una suola o più spesso per fissare una “pezza”, con la quale, dati i tempi, si cercava di sfruttare il più possibile un paio di scarpe, rendendolo ancora utilizzabile. Tutte queste sensazioni ed emozioni rivivono in una poesia del 1976, in quattro quadri, scanditi dal ripetersi dell’annuncio della morte di questa cara figura, a sottolineare la vena malinconica di una morte che porta via tutto: la persona e tutto il suo mondo, che è anche il nostro mondo. Di questo artigiano l’Autore dice: «Ragazzo, lo consideravo quasi un mio nonno acquisito e lo ammiravo tantissimo per la sua bontà e modestia. Quando si dice «i ragazzi ci guardano!». E conclude: «Di qui quella serie di strofe come omaggio ad una figura notevole nel quartiere (u céveze) e a me molto cara. Scritta nei giorni successivi alla sua morte. Esempio dei tanti ricordi di personaggi facenti parte dell’atmosfera paesana della nostra gioventù».

La poesia di Nino Ognissanti acquista spessore proprio grazie a questi ricordi, che la alimentano. Altri restano chiusi nel suo animo e attraverso un’amichevole chiacchierata prendono corpo, si animano e mi lasciano intravedere altre scene di vita passata. La sua casa a Rodi, posta in cima a una ripida scalinata, lungo la quale, a fatica, la cara figura di un uomo si arrampicava per rifornire, adeguatamente ricompensato, di acqua la famiglia del Poeta: quattro barili (i varrile) al giorno, per il fabbisogno familiare. Quattro barili da riempire della fresca acqua della fontana per antonomasia (a funtene), da sempre “il serbatoio” dei rodiani, quando non era possibile attingere da quelle caratteristiche fontanine, ora scomparse, che, allacciate alla condotta dell’Acquedotto Pugliese, consentivano di soddisfare il fabbisogno delle famiglie di Rodi con la loro presenza nei diversi rioni. Ma molto spesso anche queste fontanine restavano asciutte e allora ecco che veniva in soccorso del fabbisogno familiare a funtene, con le sue tredici cannelle, da cui sgorgava l’acqua della sorgente del Pincio. Un punto di riferimento per tutti i rodiani, soprattutto nelle serate estive, quando, nella calura, la gente trovava refrigerio nelle fresche acque che qui scorrevano sempre, alimentando anche un vicino abbeveratoio, dove si dissetavano gli asini e i muli di ritorno dalla campagna, o le greggi prima di far ritorno all’ovile. Nelle serate estive il massimo del gusto era dato dall’assaporare un limone appena colto, che ci si faceva regalare da qualcuno di ritorno dalla campagna, per poi gustare ancora di più la freschezza dell’acqua che scaturiva da quelle cannelle.

Ma le chiacchierate con l’Autore sono state anche l’occasione per mettere a fuoco altri aspetti importanti, a partire da come e perché egli si è avvicinato alla poesia. Un accostamento, come egli dice, «naturale e spontaneo», avvenuto verso i venti anni, «con cose semplici e classicheggianti, ma prive di sufficiente pathos». La scoperta, poi, del verso libero ha contribuito a dare all’Autore la possibilità di esprimere con immediatezza il suo profondo sentire, le sue emozioni. “Complice” del suo desiderio di scrivere «la lontananza, ma non principale motivazione. In realtà sentivo il bisogno di lamentarmi con qualcuno e lo facevo in versi sulla carta». Una voglia di scrivere che con il passare del tempo è diventata sempre più stringente dopo che particolari circostanze hanno spinto Ognissanti a limitare l’ambito di frequentazioni a una ristretta cerchia di persone, anche quando fa ritorno a Rodi, dove nella campagna ritrova una condizione di assoluta serenità, forse perché essa rappresenta il ritorno alle sue e alle nostre radici, alla nostra storia, quella che qui ho voluto, sia pur sommariamente, ripercorrere perché ognuno se ne possa riappropriare, grazie a Nino Ognissanti, un figlio di Rodi, che vive da sempre lontano dal nostro paese e che con le sue poesie vuole ristabilire un rapporto che per lui, come le liriche dimostrano ampiamente, non si è mai interrotto.

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