Violenza e degrado nella casa degli orrori

C’era una volta una bimba di appena sei anni, costretta a vivere in una casa famiglia “Il Melograno” a Rodi Garganico. Una bimba che chiameremo Anna (nome di fantasia) e che spesso nel cuore della notte vomitava. C’erano una volta tre matrigne, le sue educatrici, quelle che avrebbero dovuto riempirla d’affetto, d’amore e di rispetto. Quelle stesse matrigne che la sera, raccoglievano il suo vomito per poi costringerla a mangiarlo insieme alla pasta. Perchè l’unica colpa di Anna era quella di svegliarsi nel cuore della notte: la piccola doveva essere punita ad ogni costo. Ma di storie come quella di Anna, in quella comunità di recupero per l’infanzia, se ne sono consumate davvero tante. Tante come quelle dei due gemellini, insultati, seviziati, chiusi a chiave nella loro piccola stanza, costretti a rimanere per ore con la faccia rivolta al muro. Le matrigne hanno un nome: A. e A. S., zia e nipote di 56 e 21 anni e A. M. T., 50 anni, rispettivamente responsabile, coordinatrice ed educatrice della comunità “Il Melograno”, ora finite ai domiciliari (e non in carcere perchè incensurate) con le pesantissime accuse che spaziano a vario titolo, da maltrattamenti su minori a sequestro di persona. Gli arresti sono stati eseguiti dagli agenti della squadra mobile di Foggia coordinati dalla Procura di Lucera. Ad accendere i riflettori su questa vicenda dai contorni inquietanti e’ stato un esposto anonimo che denunciava appunto le brutture subite dai piccoli ospiti. Ma il clima di terrore era tale che lo stesso titolare dell’esposto temeva pesanti ritorsioni da parte delle tre educatrici. Educatrici, tra le altre cose, aiutate nella loro crudeltà dai ragazzini ospiti della sezione penale della struttura. Adolescenti difficili che le arrestate “corrompevano” regalando loro sigarette. Tutti gli episodi sono stati riscontrati non soltanto dai racconti dei bambini, ma anche dalle dichiarazioni rese da altri dipendenti della comunità. Epiteti pesantissimi riservati dalle “matrigne” nei confronti dei familiari dei bambini e se uno di loro faceva la pipì addosso veniva letteralmente scaraventato con la testa nel water. Oppure, così come accaduto ad una delle vittime, è stata costretta a girare nuda, in lacrime, tra gli amichetti. E se i voti scolastici dei piccoli ospiti erano bassi, o se banalmente si rifiutavano di mangiare, volavano botte, anche utilizzando utensili da cucina in legno. Nella casa degli orrori, le tre arrestate, avevano assolutamente vietato qualunque gesto affettuoso ai bimbi: mai un abbraccio, mai un bacio, mai leggere una fiaba prima di dormire. Le vittime, sette in tutto, sono state trasferite in una nuova comunità di recupero, lontane dall’orco cattivo. Bambini, dunque, divenuti da, soggetti da tutelare, a oggetti di crudeltà. Crudeltà animata dal puro piacere di infierire su persone incapaci di difendersi. “Figli di un Dio Minore”, quest’indagine non ha un nome ha chiosato il Procuratore capo di Lucera, Domenico Seccia, ma a me preme definirla così perchè siamo di fronte a vittime innocenti che hanno subito umiliazioni fisiche e morali e che meritavano, per la loro condizione di emarginati, solo profondo rispetto.

Tatiana Bellizzi

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