Le difficoltà “burocrazia-impresa” per la crescita dell’eolico in Italia

Fra le rinnovabili è la più matura dal punto di vista industriale e ha obiettivi ambiziosi. Secondo i dati Anev il potenziale reale definitivo realizzabile prevede 16.200 MW (1 MW = 1.000 kW) di potenza a tecnologia attuale e 27,2 TWh (1 TWh = 1 miliardo di kWh) di energia elettrica prodotta al 2020 (e considerato che in Italia la produzione lorda di energia elettrica nel 2008 è stato di circa 319 TWh). Eppure in Italia l’eolico incontra diversi ostacoli.

d oggi non si raggiungono i 4.000 MW di potenza installata. Anche se i 6,1 TWh prodotti nel 2008 sono stati in grado di soddisfare i bisogni di 6.500.000 persone, l’effetto Nymby (Not In My Back Yard) si presenta puntuale come una cambiale e impedisce un suo maggiore sviluppo sul territorio. A parole, infatti, sui vantaggi di questa energia pulita concordano un po’ tutti, ma quando si deve poi concretamente passare a progetti operativi non poche Regioni si mostrano scarsamente propense a sposare la causa dell’energia prodotta dal vento. Meglio intendersi: spesso le motivazioni con cui si oppongono alla concessione dei permessi per la localizzazione degli impianti sui loro territori sono talvolta condivisibili. Comprensibili sono certo quelle volte a preservare le aree di nidificazione e di caccia degli uccelli rapaci o i corridoi dell’avifauna migratoria. D’altra parte, nell’elaborare uno studio finalizzato a fornire un dato scientifico in merito al potenziale eolico italiano, la stessa Anev ha tenuto conto delle “maggiori e necessarie accortezze paesaggistico ambientali, peculiari del nostro Paese, previste nel Protocollo Anev e sottoscritto con le principali associazioni ambientaliste”. Tanto per essere chiari, il Protocollo d’intesa è stato sottoscritto con Legambiente, WWF e Greenpeace. Talvolta, però, la “deriva burocratica” si presenta sotto forma di leggi cavillose e poco trasparenti o, ancora, nell’imporre costosi studi preventivi senza che vi sia alcuna certezza per gli operatori di potere realizzare gli impianti. Basta un dato per farsi un’idea. Per la realizzazione di un monitoraggio sulla chirotterofauna (i pipistrelli) e sull’avifauna si arriva a spendere fra i 45.000 e i 55.000 euro. Cifra che non tutti gli imprenditori coinvolti possono permettersi. E così negli addetti ai lavori monta la frustrazione.

Il modello da imitare (e da invidiare) resta la Germania, dove l’eolico galoppa grazie al fatto che tutto il Paese è in grado di fare sistema. E in effetti vi sono pochi dubbi che da quelle parti il vento soffi nella direzione giusta: quadro normativo e incentivi certi, funzionari amministrativi che collaborano, una comunicazione efficace, imprenditori e banche preparati. Senza contare che, in una regione dove l’attenzione all’ambiente è alta, l’opinione pubblica è in maggioranza bendisposta verso l’energia eolica. In Italia, invece, la situazione sembra paradossale: da un lato il governo di Roma è tenuto a rispettare la direttiva UE 20-20-20, che impone all’Italia di raggiungere il 17% di quota da fonti rinnovabili entro il 2020 sul consumo finale di energia (nel 2005 tale quota era del 5,2%), dall’altro il processo di decentramento amministrativo lascia sufficienti competenze a quelle Regioni che si oppongono all’installazione degli impianti. In questo modo impedendo, di fatto, lo sviluppo dell’energia alternativa tecnologicamente più matura. La Liguria, per esempio, ha stabilito una “Carta delle aree non idonee alla localizzazione di impianti eolici di tipo industriale” (rif: Deliberazione del Consiglio Regionale n.3/2009, Deliberazione della Giunta Regionale nn. 966/2002, 551/2008) che in pratica preclude all’eolico i siti più ventosi. La parte rimanente libera è poi sottoposta a obblighi così stringenti da costituire una vera barriera all’ingresso. Ma anche in Emilia, Piemonte, Lombardia, Marche, Abruzzo, Molise i vincoli sono strettissimi. Dal canto suo l’Anev prevede tutta una serie di misure per mitigare la portata di impatto con la flora e con la fauna: dagli studi preventivi di cui si è detto al ripristino della vegetazione al termine della fase di cantiere, dall’evitare i lavori notturni, all’adozione di torri tubolari, all’interramento degli elettrodotti. I parchi eolici dei suoi iscritti, assicura l’Anev, “garantiscono un pieno rispetto del territorio che li ospita, un inserimento armonioso nel paesaggio e l’utilizzo delle migliori pratiche e delle tecnologie più innovative”.

Ma il dialogo con gli enti locali è ancora difficile. Nel nostro Paese le difficoltà all’innovazione possono essere certamente spiegate con la storica “incomunicabilità” fra burocrazia e impresa. Anche se poi vi sarebbe una questione di fondo, che poi è più o meno sempre la stessa. Vale a dire sapere comprendere e accettare i limiti cui può o deve spingersi il progresso nella ricerca di quelle tecnologie in grado di migliorare le condizioni di vita degli esseri umani. Nel caso particolare, di comprendere quali siano i (leciti) compromessi raggiungibili per sviluppare al massimo l’energia eolica, sapendo che essa potrà contribuire in maniera importante al taglio delle emissioni nocive e alla produzione di energia pulita. Perché è inutile girarci attorno, l’installazione di turbine comporta pur sempre qualche costo, anche se minimo. Per esempio, in base a uno studio condotto dal National Wind Coordinating Committee (NWCC) sul territorio americano su un totale di 4.700 aerogeneratori per una potenza installata totale di 4.300 MW è stata rilevata “un’incidenza degli impianti sulla mortalità di uccelli pari a 2,3 esemplari per turbina per anno e 3,1 per MW per anno, statistiche che per i pipistrelli diventano 3,4 per turbina per anno e 4,6 per MW per anno”. Una mortalità estremamente bassa, dunque. Lo dimostrerebbe anche un’altra ricerca realizzata su un impianto eolico sito in Tarifa nel sud della Spagna, dove sono stati monitorati per 14 mesi gli spostamenti di circa 72.000 volatili. Lo studio ha infatti “evidenziato come nel periodo considerato si siano registrati solamente due impatti di uccelli con le turbine (0,03 impatti per turbina per anno)”, e rilevato “come in presenza di turbine i volatili modificano la propria rotta migratoria molto prima di un possibile contatto.” Se si eccettuano i gatti, edifici (poco meno di un miliardo l’anno), cacciatori (circa 100 milioni l’anno), pesticidi, veicoli, torri per gli impianti di telecomunicazione, linee ad alta tensione (ciascuna categoria con un contributo che va da 60 a 80 milioni di esemplari l’anno) sono i principali killer dei volatili. Almeno in base a uno studio della US Fish and Wildlife Service. Gli impianti eolici contribuiscono con una frazione assai modesta. Eppure i problemi restano tutti. Complicata, se permanesse questa situazione, una piena affermazione dell’eolico sul territorio italiano. Ne è convinto Stefano De Benedetti, a.d. della valdostana S.E.V.A., nata all’inizio degli anni Novanta grazie a investimenti in alcune piccole centrali idroelettriche sparse sul territorio italiano. E che ora, nonostante le difficoltà oggettive, vuole puntare su questa tecnologia. “Gli enti locali non hanno sempre un atteggiamento costruttivo” dice De Benedetti – “difficile perdurando tale situazione che l’Italia riesca a raggiungere gli obiettivi vincolanti sul contributo delle rinnovabili. E che il governo di Roma si è impegnato a rispettare con la Unione Europea”. Proprio perché senza un pieno sviluppo dell’eolico, che fra le rinnovabili è la più affidabile, sembra difficile ottemperare a quegli obblighi. Resistenza delle amministrazioni ma non solo. Gli imprenditori italiani devono spesso scontrarsi con un sistema bancario ancora non pienamente attrezzato a comprendere le potenzialità industriali di questo tipo di fonte altrenativa.

Pur se lentamente la macchina si sta muovendo, le filiali, subissate di richieste, sono sottodimensionate e i funzionari non sempre preparati. E allora? Che conclusioni bisogna trarre da una situazione in apparenza non proprio soddisfacente per il futuro dell’eolico nel nostro Paese? Gli operatori devono alzare bandiera bianca? No di sicuro. Prima di tutto perché l’Anev continua ad operare tenacemente e perché una realtà produttiva comunque importante sul territorio nazionale è presente. Ma anche perché modelli già sperimentati nel Nord Europa e la capacità di innovare, che certo non manca anche in questo settore, lasciano intravedere uno dei possibili futuri per le rinnovabili italiane: l’eolico offshore. Cioè in mare, al largo, dove l’impatto ambientale è minore e dove i molti (forse troppi) enti locali sono assai meno coinvolti nel processo decisionale. Nell’offshore, il principale interlocutore per gli imprenditori che vogliano affrontare una sfida così complessa e affascinante è il Ministero dei Trasporti. Vale a dire il governo centrale. In ogni caso le speranze vengono anche da alcune regioni più disponibili ad ospitare impianti eolici sul proprio territorio o, nel caso, al largo delle proprie coste. E la Puglia è senz’altro tra queste. Tanto che potrebbe accogliere due progetti di parchi eolici adesso soggetti alla fase di valutazione di impatto ambientale. Nel Canale d’Otranto la Sky Saver, filiale dell’olandese britannico-olandese Blue H Technologies BV che opera nell’ambito della tecnologia eolica offshore in acque profonde, pensa per esempio ad un parco da 90 MW complessivi da realizzare a circa 20 chilometri dalla costa del comune di Tricase. L’impianto per la produzione di energia elettrica verrebbe sistemato su “piattaforme galleggianti sommerse a spinta bloccata”. Ed è proprio la possibilità di installare turbine eoliche su una piattaforma di questo tipo (realizzata al largo, praticamente al limite delle acque territoriali e ancorata tramite tiranti ai fondali di diverse centinaia di metri) che consente di eliminare l’impatto visivo ed acustico e preservare la vocazione turistica delle coste della penisola Salentina. Nel progetto è coinvolto anche il RINA (società operativa del Registro Italiano Navale) di Genova, il cui intervento e sorveglianza, come descritto nella relazione descrittiva del progetto Sky Saver “si estende al progetto, alla costruzione, al trasporto, all’installazione ed esercizio, alle ispezioni ed ai controlli durante la vita operativa, e riguarda i materiali, la resistenza e la stabilità delle strutture, sistema di ancoraggio incluso, il sistema di protezione contro la corrosione.” Più vicini alla costa (circa 7,5 km di distanza a cavallo della batimetrica dei 20 metri) e infissi sui fondali più bassi ma non per questo meno impegnativi e densi di suggestione sono invece i due parchi eolici che SEVA pensa di realizzare nel tratto di mare antistante i Comuni di Rodi Garganico, Ischitella e Cagnano Varano. Anche perché oltre i 5 chilometri dalla costa gli impatti acustico e visivo sono sempre molto ridotti. La società valdostana ha anche avviato con il comune di Ischitella una collaborazione per formare, nella locale scuola di periti tecnici, delle figure professionali qualificate a gestire e mantenere i futuri parchi. Tra questi, gli addetti alla manutenzione delle strutture fisse in acciaio, gli operai meccanici con compiti di officina a terra, gli addetti alla sala controllo per monitoraggio e diagnostica impianti, nonché i responsabili addetti alle visite guidate al parco, gli istruttori scuola subacquei o i responsabili monitoraggio del parco marino pensato come corpo integrante del progetto. I due parchi avranno una potenza complessiva di 528 MW. Più in dettaglio le acque di Rodi Garganico e Ischitella potrebbero ospitare un primo parco fatto di 35 aerogeneratori (sorretti da palafitte) da 3,6 MW. Per un totale di 126 MW. Il secondo parco dovrebbe sorgere nel tratto di mare fra Ischitella e Cagnano Varano e essere composto da 67 aerogeneratori da 6 MW per un totale di 402 MW. Nei fondali sommersi dei parchi sono previsti anche una barriera artificiale (destinata a favorire l’insediamento di una nuova e ricca fauna bentonica naturale che aumenterebbe la biodiversità dei fondadiversi organismi (animali e vegetali) genererebbe un benefico effetto collaterale di bio (zoo+fito) rimedio finalizzato alla depurazione delle acque e deili), un impianto di maricoltura integrata, all’interno del quale potrebbero essere allevate diverse specie di interesse commerciale, una palestra di addestramento subacqueo e un sito di immersione turistico‐naturalistica. Senza contare che un allevamento integrato ed equilibrato di fondali. “Ma la difficoltà di realizzazione per gli impianti eolici offshore è inversamente proporzionale a quelli onshore. Lo stesso generatore piantato su una collina presenta molte difficoltà amministrative e pochi problemi tecnici. Mentre l’offshore presenta un’elevata difficoltà tecnica e pochi vincoli di ordine burocratico e amministrativo” conclude Stefano De Benedetti.

Bruno Pampaloni

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