Il silenzio del nostro mare

Al largo delle nostre coste sono segnalati depositi di armi chimiche residuate dagli ultimi conflitti bellici

Lazzaro Santoro ASSOCIAZIONISMO ATTIVO DEL GARGANO VIESTE

Alla fine della II Guerra Mondiale la parte più a sud del Mar Adriatico rappresentava la principale “dumping area in the basin for chemical weapons”. La maggior parte del materiale bellico scaricato in mare proveniva dai depositi di armi convenzionali e chimiche che i tedeschi prima e gli Alleati dopo avevano installato nei pressi di Foggia e Bari.

A peggiorare la situazione, con la fine della II Guerra Mondiale, sui fondali del Mare Adriatico al largo della Puglia venivano abbandonati gli ordigni recuperati dalle navi affondate nei porti e nelle baie pugliesi, oltre bombe inesplose della Luftwaffe. Da molte interviste con i pescatori locali (pugliesi, ma anche maltesi, albanesi e croati), risulta evidente l’esistenza di “dumping sites non officially reported”. La Convenzione internazionale che disciplinava gli armamenti durante la II Guerra Mondiale era il Protocollo di Ginevra del 1925, proibiva «l’uso in guerra di gas asfissianti, tossici o simili, nonché di tutti i liquidi, materiali o procedimenti analoghi». Il Protocollo di Ginevra non vietava la produzione e l’immagazzinamento di armi chimiche e non escludeva l’uso dei gas asfissianti come rappresaglia ad un’eventuale attacco militare con l’uso di armi chimiche. Ciò spiega la presenza sul territorio pugliese, durante la II Guerra Mondiale, di un loro vastissimo arsenale. La Convenzione sulla loro proibizione firmata a Parigi il 13 gennaio 1993 stabilisce che tutti gli Stati Membri devono procedere alla distruzione di tutte le armi chimiche nei territori sotto la loro giurisdizione; devono, inoltre, provvedere alle rimozione delle armi lasciate sul territorio di altri Stati.
Queste disposizioni non si applicano «a discrezione dello Stato Parte, alle armi chimiche sotterrate nel suo territorio anteriormente al 1 gennaio 1977 e che rimangono sotterrate, o che sono state scaricate in mare anteriormente al 1 gennaio 1985». Dalla lettura della Convenzione di Parigi, si evince che il recupero delle armi chimiche rilasciate in mare è di assoluta responsabilità dello Stato che effettua il recupero, senza distinzione tra acque territoriali o internazionali. La Convenzione di Parigi non affronta l’impatto sull’ambiente delle sostanze chimiche rilasciate dagli ordigni inesplosi. Gli esperti affermano tuttavia l’assoluta necessità di localizzare i luoghi dove si trovano le armi chimiche, di approntare studi ecologici per valutarne l’impatto sull’ambiente e di raccogliere informazioni sullo stato di corrosione delle munizioni. Al largo del Gargano è stata segnalata, dagli operatori dell’Istituto Centrale per la Ricerca Scientifica e Tecnologica Applicata al mare, un’area contenente armi convenzionali e chimiche alla profondità di 230 metri, su un’area estesa approssimativamente 2 x 5 miglia nautiche. Sempre al largo del Gargano è stata segnalata, dagli operatori dell’Istituto Centrale per la Ricerca Scientifi ca e Tecnologica applicata al mare, e confermata grazie alle interviste con i pescatori, la presenza di armi chimiche con iprite a profondità variabile tra i 200 e i 400 metri, su una estensione di circa 14 x 29 miglia nautiche, distante dalla costa di Vieste approssimativamente 30 miglia nautiche.

Un’altra area di forma circolare di fronte al Gargano, è segnata sulle carte nautiche come “unexploded ordnance dumping area”: profondità 50 metri, distanza dal centro dell’area alla costa di Vieste approssimativamente 5,5 miglia nautiche, raggio dell’area 1,4 miglia nautiche. Per quanto riguarda gli effetti sull’ambiente marino delle sostanze chimiche contenute nei residuati bellici, grazie al progetto A.C.A.B. (Armi chimiche e affondate e Benthos) realizzato dall’I.C.R.A.M. (Istituto Centrale per la Ricerca scientifica e tecnologica Applicata al Mare) e al progetto R.E.D.C.O.D. (Research on environmental damage caused by chemical ordnance dumped at sea), nato dalla collaborazione tra l’Istituto Centrale per la Ricerca Scientifica e tecnologica Applicata al Mare, il Consorzio Nazionale Interuniversitario per le Scienze del Mare, il Dipartimento di Scienze Ambientali dell’Università di Siena, l’Istituto di Biomedicina e di Immunologia Molecolare del Consiglio Nazionale delle Ricerche e il Centro Tecnico Logistico Interforce NBC, pubblicato nell’ottobre del 2006, la comunità scientifica dispone di dati attendibili che preoccupano gli studiosi.

Da un punto di vista generale, gli alti livelli di arsenico rintracciati negli organismi marini pongono dei serissimi interrogativi sulla salute umana. Gli studiosi non escludono che le cause dell’elevata presenza di arsenico riscontrate nelle aree di studio sia dovuto esclusivamente agli ordigni inesplosi adagiati sui fondali marini. Non sono state rilevate tracce di iprite negli organismi marini, e questo è dovuto probabilmente al rapido passaggio nella circolazione sanguigna.

Lazzaro Santoro

Gargano Nuovo settembre 2009

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