L’idioma di Rodi

E’ questo il titolo del volume di Pietro Agostinelli, presentato lunedì 13 luglio, nella meravigliosa cornice del Convento dello Spirito Santo di Rodi Garganico, alla presenza di un folto pubblico.
Assente il Sindaco di Rodi, Carmine d’Anelli, per il grave lutto che lo ha recentemente colpito, l’Amministrazione Comunale di Rodi, che ha patrocinato la serata, era rappresentata dall’Assessore alle Politiche Educative, Giuseppe Ventrella.
La presentazione del volume è stata affidata agli insegnanti Pietro Saggese, Tiziana Piletti e Caterina Santa Maria. E’ intervenuto anche l’Editore, Luigi Marangelli, dell’Editrice Parnaso, cui va riconosciuto il merito di un’attenta cura grafica del testo e del materiale iconografico che lo accompagna, oltre che di aver reso in modo organico il variegato e ricco materiale raccolto da Pietro Agostinelli.
Numerosi gli interventi anche da parte del pubblico presente, a sottolineare l’interesse e la partecipazione non solo alla serata ma anche ai temi affrontati nel libro. Va sottolineato tra tutti quello del Presidente della Giunta Nazionale della Federazione Italiana Tradizioni Popolari, Benito Ripoli, che ha avuto parole di elogio per il lavoro svolto da Pietro Agostinelli e per tutta la manifestazione.
Pubblichiamo qui di seguito il testo della relazione del prof. Pietro Saggese.

Ci ritroviamo, come nell’ottobre del 2007, anche se con uno spirito diverso. Allora eravamo alla presentazione del 1° libro di Pietro Agostinelli. L’emozione era tanta, soprattutto da parte dell’autore, che dopo una così lunga attesa vedeva per la prima volta pubblicato il frutto di tante sue ricerche. Si percepiva l’emozione ma anche la gioia di poter comunicare quel mondo magico, fatto di tante immagini, di tanti racconti, di tanti aneddoti, un mondo così ampio, così vasto che Pietro non riusciva più a contenere in se stesso, ma sentiva il bisogno di comunicare, di far giungere ad altri. Con quel suo libro Pietro ci ha fatto fare un balzo indietro, ci ha fatto rivivere atmosfere magiche, che appartengono a momenti del nostro passato, momenti carichi di storia e di nostalgia, ma ci ha fatto anche riscoprire le nostre radici.
Con questo secondo libro su Rodi, Agostinelli va ben oltre l’intento da cui era nato il suo primo lavoro. Il filo conduttore è sempre lo stesso: l’amore per la sua e la nostra Rodi, per tutto ciò che appartiene a Rodi, per tutto quello che costituisce l’immenso patrimonio linguistico, storico, culturale della nostra città.
Pietro non è un grammatico, un esperto di linguistica. Pietro è un autodidatta, fuori dagli ambiti accademici. Questo, se da un lato può essere un limite, dall’altro costituisce un punto di forza. Il libro di fatto non ha nulla di accademico, neppure la fredda classificazione. Esso nasce dalla riflessione attenta e continua che Agostinelli da anni porta avanti e che, sia pure da autodidatta, gli ha consentito di guardare lontano e di cogliere l’esigenza di una grammatica del nostro dialetto, esigenza riconosciuta dallo stesso mondo accademico, essenzialmente per due motivi:
– una valenza storica, che va messa in rapporto all’isolamento geografico, economico-sociale, culturale, in cui i paesi del Gargano sono vissuti (una testimonianza è data proprio da quei dialetti così diversi tra loro pur se i nostri paesi sono a distanza di pochi chilometri l’uno dall’altro);
– il timore dell’inesorabile “morte” dei dialetti, del loro generale appiattimento dovuto all’imporsi della lingua comune italiana.

In questa ricerca c’è tutto lo sforzo di chi, come Pietro, usa il dialetto e vuole cogliere di questo tutte le potenzialità espressive, perché possa divenire il veicolo del proprio ricco mondo interiore.
E chissà che la riflessione sul dialetto non possa giovare a coloro che hanno la strada come palestra di vita, la cui lingua è il dialetto, e rendere meno traumatico il loro impatto, in età scolare, con l’italiano, senza che i due idiomi entrino in conflitto, ma verificando di volta in volta le similitudini e le differenze. E non è detto che la conoscenza e la riflessione sul dialetto non aiuti ad evitare degli errori nell’uso dell’italiano. Penso al pratico suggerimento per distinguere la e verbo dalla e congiunzione: quando la e è verbo, in dialetto la rendiamo con ie, questo può aiutare a evitare strafalcioni, piuttosto frequenti, e a suggerire opportunamente quando la e va accentata e quando no, perché congiunzione.
La prima parte del libro è volta, insomma, al tentativo di rispolverare, come ho detto nella prefazione a questo volume, un’antica dignità letteraria al nostro dialetto, a testimonianza che l’uso del vernacolo per Agostinelli non è un vezzo, ma una vera e propria operazione culturale.
Il viaggio attraverso il vernacolo rodiano continua, poi, con il Dizionario, che presenta come sottotitolo una espressione dialettale tanto efficace quanto simpatica: “Parl’ a ccom’ t’ha fatt’ mamm’t'”.
Nella nota introduttiva Pietro mette a fuoco il problema centrale, la scomparsa dei dialetti, ma anche il conseguente isolamento che, in seguito a questa scomparsa, finisce per interessare le persone, fino a giungere all’incomunicabilità che caratterizza la nostra epoca.
Il recupero del dialetto è per Agostinelli il recupero di “valori come il calore, l’espressione, l’affetto, la saggezza e la tenerezza”. Valori di un tempo andato che ci consentivano di aprirci agli altri e di vivere in una dimensione di maggiore disponibilità e cordialità.
Ma il dialetto ci consente di ricostruire anche la storia dei nostri paesi. Come dicevo poc’anzi, i dialetti così profondamente diversi dei nostri paesi garganici sono la testimonianza della diversa origine di questi ultimi, prima, del loro isolamento, poi, un isolamento che ora “il progresso, l’emigrazione, i mass-media e il turismo”, secondo Pietro, stanno contribuendo a ridurre, e questo è senz’altro positivo, ma la conseguenza è che così si finisce per contribuire all’estinzione di quel dialetto che invece il nostro Autore vuole riprendere, tramandare, ricorrendo anche a riferimenti linguistici, che sono andati a sostanziarlo nel tempo, derivanti dal greco, dal latino, dal francese, dallo spagnolo, dall’albanese, e che, sia pure con delle trasformazioni, sono entrati a far parte dell’uso comune del nostro dialetto.
Questa sezione del libro si presenta come un primo essenziale Dizionario di termini dialettali, accompagnati dal corrispondente significato italiano.
Il capitolo dedicato ai “Motteggi” ha anch’esso come sottotitolo un’espressione rodiana: “‘u yok’ iè bbell’ quann’ dur’ pok'”. Quasi ad ammonire che si scherza, ma non troppo, perché se alcuni di questi motti sono divertenti, altri fanno riflettere. Ne cito solo alcuni, che mi hanno riportato un po’ all’infanzia quando, non ancora distratti dai moderni passatempi, anche i rapporti tra genitori e figli erano affidati a giuochi accompagnati da filastrocche, come questa: “Yatta musciagn’/ rid’ e chyagn’,/ va o’ mulin’/ e’ ‘rrobb’ ‘a farin'”
Ancora più divertente “Figghiy miy/ magnèt’ e v’vit,/ ppèn’ rutt’/ no’ tucchèt’,/ ppèn’ sèn’/ no’ nu rumpit’,/ figghiy miy,/ magnàt’ e v’vit'”.
Simpatico, ma che fa riflettere, questo profilo dei rodiani: “Rudiyèn’,/ p’zzènt’/ e fumus’./ Rudiyèn’/ magna k’mmun’./ Rudiyèn’,/ magna cap’tèl’.
Il libro contiene anche una prima essenziale raccolta di proverbi, che non ha la pretesa di costituire una vera e propria sezione paremiologica, destinata allo studio dei proverbi, ma li registra semplicemente e mette in evidenza una “saggezza popolare” legata soprattutto al mare, frutto di esperienze anche drammatiche, come forse annuncia quel primo proverbio “Quann’ lampèy a punènt’ no’ lampèy p’ senza nènt'”.
“Quann’ ‘i nuv’l’ vann’ a mmèr’, pigghiy’ a zapp’ e va a zappà”. “Quann’ ‘i nuv’l’ vann’ o’ mont’, pigghiy ‘u ‘mbrell’ e va ‘nda grott'” (Io li conoscevo in un’altra versione: Quann’ ven’ dalla marina, pighj’ a tiell’ e va’ a cucin’; Quann’ ven’ dalla muntagn’, pighj’ a zapp’ e va’ ‘n campagn’).
L’esperienza marinara dei rodiani diventa in questa sezione il metro di tutto, proprio perché essa ha occupato da sempre un ruolo importante nella vita del nostro popolo. Uno di questi proverbi si fa interprete di una speranza che in questo periodo è nei cuori di tutti noi: “‘U port’, port'” (Il porto, porta).
L’attenzione va poi al comportamento degli animali per capire il tempo che si preannuncia, o alla direzione del vento. In ogni caso essi si presentano come il distillato di un’attenta e lunga osservazione per evitare di incappare nella furia di qualche fortunale, per fornire qualche certezza a una esistenza già di per sé molto precaria.
Si giunge, poi, al capitolo dedicato ai Soprannomi dei rodiani, introdotto, come gli altri capitoli, da una simpatica ed efficace espressione dialettale: Trist’ ch’ c’ fa ‘na brutta nom’n'”. Infatti i nomignoli, nel bene e nel male, sono riconducibili alle vicende proprie delle singole persone.
Nomignoli curiosi, strani, ma che nascondono storie che si perdono nel tempo. Una per tutte, quella che Pietro ricorda nella introduzione al capitolo, la storia bella e coraggiosa del salvataggio del Sacro Quadro della Madonna della Libera dalle fiamme di un incendio. Di tutta questa vicenda resta la testimonianza nel soprannome dell’autore del salvataggio, che era nel frattempo divenuto celebre per l’accaduto e che pertanto veniva indicato con il semplice appellativo di “K’llom'” (Quell’uomo).
E’ facile perdersi anche in questa sezione dietro i ricordi di tante persone, tante famiglie che non ci sono più o che la ricerca del lavoro ha portato lontano e che ora rivivono proprio grazie a questa simpatica e utile rassegna di Pietro.
La nota introduttiva alla sezione relativa ai Quartieri poetici poteva essere snellita. Nella introduzione a questo capitolo Pietro si addentra, infatti, nella annosa questione di Uria garganica, su cui sono stati versati fiumi di inchiostro e sono stati organizzati diversi convegni, alla fine dei quali ognuno è rimasto con le proprie idee, perché nessuno aveva documenti certi da esibire, ma solo ipotesi da avanzare. La parte più interessante e originale di questo capitolo sono proprio i versi che Pietro scrive, dedicandoli alle diverse località della nostra cittadina, accompagnandoli con suggestive immagini fotografiche, alcune delle quali fornite da Giulio Giovannelli, che, nella nota introduttiva al libro Pietro ringrazia, per il suo contributo (ringraziamenti che Pietro rivolge, sia pure per motivi diversi, anche al Sindaco, a Lazzaro Russo, a Gianni Di Biase, amico d’infanzia e “maitre chocolatier”, autore di queste vere e proprie opere d’arte raccolte nella mostra ospitata nella sagrestia di questo convento, alla compagna, signora Lucia, e ai figli Marco, Nazario, Michela, Monica, e, bontà sua, i ringraziamenti sono rivolti anche a me).
La carrellata di questi versi e di queste foto parte, e non poteva essere diversamente, visto quanto ogni rodiano si sente legato ad essa, dalla chiesa della Madonna della Libera e dal Sacro Quadro, per continuare con il riferimento al “Sacro sasso” e al “Giorno della Madonna, che ne ricorda l’approdo nella nostra cittadina.
L’itinerario prosegue, poi, con il riferimento ad altri posti caratteristici di Rodi: il Belvedere, u sp’nton, ‘u péda cèv’z’, il quartiere in cui, come Pietro ricorda, ebbero i natali Michelantonio Fini e Michelangelo De Grazia, ma dove lo stesso Pietro ha vissuto la sua infanzia. Egli si riferisce forse a se stesso quando parla di “ragazzi che stornellavano all’ombra del gelso, mentre la vecchia ascoltava e cuciva le calze”.
Si passa quindi a Piazza Padre Pio, al Convento, che questa sera ci ospita e che sta tornando a nuova vita, alla Madonnina, alla Fontana, che tra non molto rivedremo, anch’essa risorta a nuova vita, al porto di Rodi, che Pietro ricorda nei suoi fasti commerciali di limoni e arance.
Di qui l’itinerario di Pietro ci conduce nella caratteristica Piazza Masaniello, e poi Sotto il Castello, al Calvario, al Campanile. L’amore sconfinato di Pietro per la sua terra è sintetizzato nei versi dedicati a Rodi: “Rod’,/ r’gin’ di’ pèrl’,/ ch’ mamma natur’/ ha cr’yèt’ sop’ ‘a terr'”. Poi il viaggio riprende attraverso i faraglioni, i comignoli, il borgo marinaro, Chèpabbasc’.
Un discorso a parte merita la Chiesetta di Santa Barbara. “Sol’/ sop’ nu palm’/ d’ terr’/ l’ parl’ ‘u s’lènziy”. Tra non molto questa chiesetta non parlerà più con nessuno, continueranno i versi di Pietro a tramandarci il ricordo di una gloriosa storia. Quante cose avrebbe ancora da dire questa chiesetta. Ora da quella parete sventrata sembra si levi non un grido, perché la chiesetta è sempre stata lì, discreto e silenzioso testimone di un grande passato, ma una smorfia di dolore, in attesa che qualcuno colga questo suo disperato messaggio.
Il viaggio poetico-fotografico continua con il riferimento a quello che resta dei magazzini che nella zona del porto hanno visto il fervore di tante schiere di donne e uomini impegnati nell’imballaggio degli agrumi pronti per essere esportati. Essi sono per Pietro “Scrign’ d’ storiy/ d’ dd’or’/ d’ Rod’…”.
Tra passato e presente l’attenzione va anche a un angolino del nostro centro storico, una strada che conserva l’originaria pavimentazione di “crust'”.
Si prosegue, quindi, con il riferimento a ‘mmezz’ add’ariy, ‘u furn’, il mulinello di mare, for’ ‘a port’, u «Savèriy», il mare di Rodi, il frantoio, Sott’ ‘a cost’, ‘u Crucifiss’, il fiore all’occhiello, la chiesa che stiamo vedendo risorgere, sicché bisognerà modificare l’annotazione di Pietro, perché già il 2 luglio scorso abbiamo potuto vedere riaperte le porte di questa chiesa al passaggio della processione della Madonna della Libera.
E non è finita qui, perché l’itinerario ci porta ancora a Campomill’, a ‘u vuck’l’, a Sampétr’, Mèr’ ‘i vark’, Piazza Rovelli, già sede del mercato, a ‘u sciumaril’, San Giacum’, ‘a sciumèr d’ Santa Varv’, per concludersi con il Camposanto “Fredda terr’,/ mut’ lok’,/ lum’/ ‘na sciarèt’ d’ sol’ (Fredda terra,/ muto luogo,/ lume/ un raggio di sole).
Con questo raggio di sole che si schiude sulle tombe dei nostri padri, si conclude l’itinerario e anche questa opera, ma Pietro riesce ad accendere con questa immagine la speranza che una nuova luce possa splendere sulla nostra Rodi, quella luce che ci viene dal recupero di valori del passato non per una mera nostalgica operazione, ma perché essi portano nuova linfa al presente e ci aiutano a renderlo migliore.

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