Le apparizioni di San Michele nella suggestione del Gargano

Monte Sant’Angelo è uno dei paesi più suggestivi della Puglia. Abbarbicato su di uno sperone di roccia al vertice del Gargano, domina dall’alto il Golfo di Manfredonia. L’intero paese ruota intorno al culto di San Michele Arcangelo che, secondo la tradizione, sarebbe apparso presso una grotta ben quattro volte dichiarando con fermezza la sacralità del luogo.

Il centro storico (il più bel centro storico del Gargano) è cresciuto, a partire dall’anno mille, intorno e in funzione della grotta-santuario. Tappa obbligata per i crociati diretti in Terra Santa, Monte Sant’Angelo è da secoli ininterrottamente meta di pellegrinaggi.
Oggi i turisti vi giungono per lo più di passaggio diretti a San Giovanni Rotondo, ignari del fatto che al tempo di Padre Pio tale borgo non era altro che un punto di sosta sulla strada per il paese di San Michele.

Le origini del santuario non sono conosciute con certezza. La tradizione fa risalire la prima apparizione all’8 maggio del 490 in epoca in cui il cristianesimo, non del tutto affermatosi, rivaleggiava ancora con i culti pagani. La leggenda narra di un ricco pastore di nome Gargano che dopo aver fatto pascolare la sua mandria si accorse della sparizione del suo toro più bello. Al termine di una affannosa ricerca che lo aveva condotto a inerpicarsi sulla montagna lo ritrovò presso l’ingresso di una grotta.

Preso dall’ira, scoccò una freccia contro l’animale, ma il dardo inspiegabilmente tornò indietro colpendolo al piede. Tornato a casa riferì l’accaduto al vescovo Lorenzo Maiorano, che rimase interdetto poiché la grotta era stata a lungo un luogo di cerimonie pagane. Il vescovo rimase dubbioso anche quando l’Arcangelo Michele gli apparve dichiarando che il luogo era sacro e che quello che lì sarebbe stato chiesto nella preghiera, sarebbe stato esaudito.

L’Arcangelo Michele è, secondo una antichissima tradizione il Generale delle Armate celesti, colui che ha scacciato l’angelo ribelle negli inferi ed è raffigurato come un soldato romano che brandisce una spada. Nella sua seconda apparizione a Monte Sant’Angelo, due anni dopo, condusse alla vittoria gli abitanti di Siponto, a lui devoti. Nella sua terza apparizione San Michele davanti a sette vescovi pugliesi dichiarò che non necessitava consacrare la grotta al culto cristiano poiché vi aveva provveduto egli stesso.
Il santuario infatti non è mai stato consacrato dalla mano dell’uomo.

Questo per quanto riguarda la leggenda; le fonti documentarie ricollegano invece la monumentalizzazione del santuario e l’affermazione del culto micheliano alla dominazione dei longobardi in Italia meridionale nel VII secolo, i quali elessero San Michele (non a caso un santo guerriero) loro protettore e Monte Sant’Angelo loro principale santuario.
Nel corso dei secoli tutte le varie dinastie che si sono alternate al dominio del sud Italia hanno sentito la necessità di rendere omaggio a San Michele e abbellirne questa sorta di sua dimora terrestre. In particolare gli Angioini a cui si deve, fra l’altro l’edificazione della torre campanaria ottogonale le cui forme e dimensioni non possono non ricordare Castel del Monte.

Il santuario è un autentico scrigno ricolmo di capolavori artistici aggiuntisi nel corso dei secoli. Da un punto di vista storico-artistico va letto al contrario: ossia la parte esterna è la più recente, al suo interno, invece, scendendo lungo una scalinata di 89 gradini, si ritorna indietro nel tempo andando a scoprire i manufatti più antichi. Giunti al termine della scalinata si apre dinnanzi al visitatore la Porta del Toro su cui è incisa la promessa angelica di remissione dei peccati, da cui si accede ad un cortile interno.
Prima di entrare nel santuario vi è ancora un’altra porta di straordinaria bellezza, un esemplare in bronzo, raro esempio di arte bizantina conservato intatto. Questo capolavoro fu donato nel 1076 dal nobile amalfitano Pantaleone a testimonianza della enorme fama raggiunta dal Santuario nel corso di tutto il medioevo.

Entrati nel santuario, il primo altare è dedicato a San Francesco d’Assisi. Il santo poverello giunse qui anch’egli in pellegrinaggio, ma non varcò il portale in bronzo non sentendosi degno di entrare in un luogo così santo. Raccolse un sasso e vi incise il segno del Tau. Una copia è custodita sotto l’altare essendo purtroppo l’originale andata distrutta ad opera delle soldataglie napoleoniche.

Il santuario è costituito da una grotta naturale a cui, con stupefacente maestria e con uno squisito gusto, è stata integrata una navata di stile tardo romanico che ne accresce la bellezza. Ogni elemento ha una storia a sé, come ad esempio la Cappella dell’Altissimo in stile barocco leccese posta di fronte all’ingresso.

Nella zona dell’altare altri due capolavori: un trono episcopale scolpito da un unico masso nel XII secolo da un maestro scultore medievale e una statua raffigurante l’Arcangelo trionfante sul demonio in bianchissimo marmo di Carrara. Tale statua è da ricollegarsi con la quarta apparizione avvenuta molti secoli più tardi: nel 1656.

A quel tempo la peste si era abbattuta sul mezzogiorno, il male sembrava invincibile tanto che i devoti abitanti di Monte Sant’Angelo invocarono l’aiuto dell’Arcangelo. Al termine di tre giorni di digiuni San Michele apparve ordinando di incidere su dei sassi presi nella sua grotta le lettere MA (Michele Arcangelo), chiunque avesse ricevuto quelle pietre, in qualsiasi luogo si trovasse e le avesse custodite con venerazione sarebbe stato immune dal contagio. Il popolo festante liberato dal mortale flagello portò in processione la spada d’oro oggi impugnata dalla statua.

Lo sviluppo turistico, avendo mantenuto negli anni la sua connotazione di luogo di culto, non ha risollevato le sorti di un’economia che si basa prevalentemente sull’agricoltura. C’è da dire però che da tempi molto remoti, questo luogo non è solo meta di pellegrinaggio, ma anche luogo in cui vivere intense emozioni e dove lasciarsi ammaliare dalla suggetsione della natura.

Giampaolo Nanula

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