Election day, in fumo 313 milioni di euro?

Continuano a “urlare” il loro dissenso per la “scelta scellerata” di dire no all’election day. Esultano per il sostegno che arriva in serata alla loro causa dal presidente della Camera, Gianfranco Fini. Chiedono un incontro “urgente” a Silvio Berlusconi e invitano l’opposizione a non accettare “la chiamata in correità della Lega”. I referendari, insomma, non si danno per vinti. Non considerano un ‘no’ definitivo, l’accordo siglato a palazzo Grazioli tra il presidente del Consiglio e i ministri del Carroccio. Il compromesso sull’accorpamento di referendum e ballottaggi al 21 giugno, del resto, è per loro inaccettabile. Perché, sostengono, “un minor spreco è sempre uno spreco: una porcata da 313 milioni di euro”.

La giornata dei referendari inizia alle 11 del mattino, con l’installazione di un presidio permanente davanti a Palazzo Chigi. A segnalarne la presenza, tre manifesti con la foto di un enorme maiale e la scritta ‘400 milioni per la porcata’. Chiaro il messaggio, che il presidente del comitato promotore, Giovanni Guzzetta, ripete come un mantra: “Chi non vuole l’election day al 7 giugno dovrà spiegare perché è pronto a sperperare 400 milioni di euro che potrebbero essere importanti per l’Abruzzo, pur di far fallire il referendum e soddisfare l’arroganza della Lega”. Al ministro Roberto Calderoli, che sostiene l’incostituzionalità della consultazione, Guzzetta risponde con la promessa, da professore, di inviargli presto un manuale di diritto costituzionale. Ma soprattutto, sbandiera contro la “farneticazione leghista”, il parere di due eminenti giuristi. “L’accorpamento del referendum con qualsiasi altra competizione elettorale – dice il presidente emerito della Consulta Annibale Marini – è assolutamente conforme alla Costituzione”. E secondo un altro presidente emerito, Riccardo Chieppa, “nulla impone che il referendum venga votato da solo”.

Ma nel primo pomeriggio, da palazzo Grazioli arrivano pessimi segnali. Prima i capogruppo del Pdl Fabrizio Cicchitto e Maurizio Gasparri, poi lo stesso Calderoli, parlano di un accordo raggiunto per il 21 giugno, giorno dei ballottaggi. Serve però il sì dell’opposizione, per cambiare la legge che non consente referendum oltre il 15 giugno. E allora Guzzetta lancia subito l’allarme: “L’opposizione rimandi al mittente la polpetta avvelenata della Lega”.

Se i quesiti venissero votati da soli il 14 giugno, spiegano i referendari a chi si avvicina al loro banchetto, si “butterebbero dalla finestra” circa 400 milioni di euro. Ma se si votasse con i ballottaggi se ne “butterebbero” circa 300. E allora la battaglia continua, per l’election day al 7 giugno. Anche se domani scade il termine di 50 giorni per la fissazione di quella data e anche se da palazzo Grazioli è uscito un ‘no’ chiaro. “Aspetteremo comunque in presidio permanente – assicurano – il provvedimento del Consiglio dei ministri e del presidente della Repubblica”.

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