Pinto e Maratea a processo

Rinviati a giudizio, saranno processati per concussione dal 28 aprile, dai giudici della seconda sezione penale del Tribunale di Foggia, Nicola Pinto, 60 anni di Rodi, sino al gennaio scorso presidente della Comunità montana del Gargano; e Peppino Maratea, 69 anni, già assessore alla cultura dello stesso ente. Arrestati l’11 gennaio e tutt’ora detenuti ai domiciliari, i due noti amministratori sono accusati d’aver intascato una tangente di 20mila euro da un ingegnere abruzzese per non bloccare il progetto di cablaggio di una zona del Gargano, con la connessione a internet senza fili. Si dicono innocenti.

«VANNO SCARCERATI» – Se Pinto e Maratea riacquisteranno la libertà dopo due mesi e mezzo trascorsi agli arresti, lo sapranno la prossima settimana. Il giudice dell’udienza preliminare Enrico Di Dedda, che ieri mattina ha rinviato a giudizio i due imputati, si è infatti riservato di decidere sulle richieste di scarcerazione avanzate dagli avvocati Michele Curtotti, Bernardo Lodisposto (per Pinto), Raul Pellegrini e Vincenzo Palumbo (per Maratea). Non c’è pericolo di fuga, nè di inquinamento delle prove e soprattutto non c’è pericolo di reiterazione di reato perchè Pinto e Maratea si sono dimessi dalle rispettive cariche in seguito all’arresto, argomentano i difensori. I pm Giuseppe Gatti e Enrico Infante esprimeranno il loro parere sull’istanza di scarcerazione nelle prossime ore, e il gip deciderà dopo Pasqua.

SI VA AL PROCESSO – Udienza rapida e scontata quella di ieri mattina davanti al gup, presenti i due imputati. Scontato il rinvio a giudizio chiesto dalla Procura perchè sono gli stessi Pinto e Maratea ad avere interesse ad arrivare al processo in aula – dice la difesa – per dimostrare di non aver mai preteso mazzette e d’essere vittime di una strumentalizzazione, interna all’ente per contrasti con alcuni dipendenti ai quali non ritenevano di dover rinnovare i contratti di collaborazione.

ESCLUSA PARTE CIVILE – Al momento la richiesta di costituirsi parte civile della comunità montana contro i due imputati è stata respinta, per una questione formale. Ieri l’avv. Bottalico ha chiesto di costituirsi per conto dell’ente montano: il pm Gatti ha però rilevato come la delega rilasciata dal vicepresidente dell’ente e vistata dal segretario sia generica. Tesi condivisa dalla difesa che sottolinea polemicamente, con l’avv. Curtotti, come l’atto di richiesta di costituzione di parte civile sia stato vistato da un dipendente dell’ente che è testimone d’accusa nel processo a Pinto e Maratea. E tra il dipendente dell’ente e i due imputati ci sono contrasti che, nell’ottica difensiva, hanno anche un peso nella vicenda giudiziaria. La costituzione di parte civile ieri è stata quindi respinta dal gup; superato il problema della genericità della delega, potrà essere comunque riproposta quando il 28 aprile inizierà il processo.

«PAGAI 20MILA EURO» – L’accusa poggia tutto sulle dichiarazioni dell’ingegner Gino Verrocchi, presunta vittima della concussione. Il professionista abruzzese ha una società che sviluppa progetti relativi a bandi della Comunità europea, da presentare da parte di enti pubblici per accedere ai finanziamenti. Se la Comunità europea dà il via libero al finanziamento e il progetto viene fatto proprio dall’ente pubblico, Verrocchi ne diventa direttore esecutivo e viene pagato. E’ quanto successo – dice l’accusa – per il progetto di cablaggio del Gargano, predisposto da Verrocchi, finanziato dall’Ue e fatto proprio dalla Comunità montata del Gargano. Pinto e Maratea incontrando Verrocchi alla Provincia a Foggia nel giugno 2006 avrebbero preteso – dice la Procura, sulla scorta delle parole del professionista – il pagamento di una tangente di 16mila euro, poi salita a 20mila euro, altrimenti non avrebbero dato seguito al progetto che si sarebbe quindi arenato. Verrocchi ha raccontato d’aver pagato la tangente in tre tranche e sempre nelle mani di Pinto: 8500 euro a Rodi il 5 luglio 2006; 7500 euro a Mosciano, vicino un casello autostradale dell’A/14 in territorio abruzzese il 27 febbraio 2007; 4mila euro a Poggio Imperiale il 23 maggio 2007. I riscontri all’attendibilità di Verrocchi vanno cercati – dice l’accusa – nei tabulati telefonici che dimostrano la presenza di Pinto nei tre luoghi in concomitanza con i giorni di pagamento delle mazzetta; nelle dichiarazioni di tre dipendenti della comunità montana con i quali l’ingegnere abruzzese si sfogò, raccontando delle pretese di denaro da parte di Pinto e Maratea; nelle dichiarazioni di due assessori dell’ente montano sulla presenza di Pinto a Mosciano, in autostrada, il 27 febbraio 2007 quando avrebbe incontrato Verrocchi per ricevere la seconda rata del pizzo; nelle intercettazioni ambientali.

LA TESI DIFENSIVA – Ricostruzione che la difesa contesta (dopo l’arresto i due imputati risposero al gip dichiarandosi innocenti), dando una spiegazione alla presenza di Pinto a Rodi, Mosciano e Poggio Imperiale in occasione delle tre presunte riscossioni della tangente. La difesa porta avanti questo discorso: quanto successo è la conseguenza anche di una contrapposizione tra gli imputati e alcuni dipendenti dell’ente; mai nessuna pretesa di soldi e Verrocchi sarebbe stato strumentalizzato.

Articolo tratto da “LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO” edizione del 21/03/2008

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