Nomina rappresentanti Comunità Montana: la sentenza del TAR

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Puglia
(Sezione Terza)
ha pronunciato la presente
SENTENZA

Sul ricorso numero di registro generale 206 del 2008, proposto da:
Concetta Bisceglie, Loreto Pino Veneziani, Domenico De Meo, rappresentati e difesi dagli avv. Antonio L. Deramo, Domenico Fasanella, con domicilio eletto presso Antonio L. Deramo in Bari, via Imbriani, 26;

contro

Comune di Rodi Garganico in Persona del Sindaco P.T., rappresentato e difeso dall’avv. Vito Aurelio Pappalepore, con domicilio eletto presso Vito Aurelio Pappalepore in Bari, via Pizzoli, 8; Comunità Montana del Gargano;
nei confronti di
Libero Mario Carnevale, Carmine D’Anelli, Salvatore De Felice, Maria Voto, Lazzaro Pupillo, Michele Azzellino;

Sul ricorso numero di registro generale 207 del 2008, proposto da:
Nicola Pinto, rappresentato e difeso dagli avv. Antonio L. Deramo, Domenico Fasanella, con domicilio eletto presso Antonio L. Deramo in Bari, via Imbriani, 26;

contro

Comune di Rodi Garganico in Persona del Sindaco P.T., rappresentato e difeso dall’avv. Vito Aurelio Pappalepore, con domicilio eletto presso Vito Aurelio Pappalepore in Bari, via Pizzoli, 8; Comunità Montana del Gargano;
nei confronti di
Liberio Mario Carnevale, Carmine D’Anelli, Salvatore De Felice, Maria Voto, Lazzaro Pupillo, Michele Azzellino;
per l’annullamento
previa sospensione dell’efficacia:
a) della delibera del C.C. di Rodi Garganico del 30.11.2007, n. 40, pubblicata all’Albo Pretorio comunale in data 5.12.2007, con la quale è stato nominato per il prossimo quinquennio il consigliere comunale Libero Mario Carnevale quale rappresentante della minoranza del Consiglio Comunale di Rodi Garganico in seno all’Organo Rappresentativo della Comunità Montana del Gargano;
b) per quanto occorra, dalla medesima delibera del C.C. di cui al precedente punto a, nella parte in cui sono stati nominati per il prossimo quinquennio i consiglieri comunali Carmine d’Anelli (Sindaco) e Salvatore de Felice quali rappresentanti della maggioranza del Consiglio Comunale di Rodi Garganico in seno all’Organo Rappresentativo della Comunità Montana del Gargano;
c) della delibera del C.C. di Rodi Garganico del 30.11.2007, n. 38, nella parte in cui è stata verbalizzata la dichiarazione di avvenuta costituzione, all’interno del medesimo Consiglio Comunale, di un ulteriore gruppo di minoranza composto dai consiglieri Carnevale Libero Mario, Pupillo Lazzaro, Azzellino Michele e Voto Maria, nonché della relativa dichiarazione a firma di questi ultimi, avente pari data, con la quale gli stessi hanno manifestato la loro dissociazione dal gruppo di maggioranza;
d) di ogni altro atto connesso, presupposto e conseguente, ancorché non conosciuto, comunque lesivo degli interessi dei ricorrenti.

Visti i ricorsi con i relativi allegati;
Visti gli atti di costituzione in giudizio del Comune di Rodi Garganico in Persona del Sindaco P.T.;
Viste le memorie difensive;
Visti tutti gli atti della causa;
Relatore nella camera di consiglio del giorno 13/02/2008 il dott. Roberta Ravasio e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;
Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue:

FATTO

Con ricorso tempestivamente notificato, rubricato al ruolo generale di Questo tribunale al n. 206/2008, i signori Concetta Bisceglie, Loreto Pino Veneziani e Domenico De Meo chiedevano, nella loro qualità di componenti la minoranza del Consiglio del Comune di Rodi Garganico, pronunciarsi l’annullamento delle delibere indicate in epigrafe. Riferivano i ricorrenti che nel corso della riunione consiliare del 30/11/2007 quattro consiglieri componenti la maggioranza – e precisamente Carnevale, Azzellino, Pupillo e Voto -, previa sottoscrizione di apposito documento nel quale dichiaravano di collocarsi nella minoranza e di valutare di volta in volta se votare “a favore o contro”, costituivano un nuovo ed autonomo gruppo di minoranza, in esito a che l’originale gruppo di maggioranza si riduceva da 12 a 8 componenti, mentre il gruppo di minoranza si portava da 5 a 9 consiglieri. Di tanto il Consiglio Comunale prendeva atto con il verbale n. 38 del 30/11/2007. Riferivano ancora i ricorrenti che, nel corso della medesima riunione, veniva messa ai voti la proposta di di votare per l’elezione dei rappresentanti del Consiglio medesimo in seno alla Comunità Montana del Gargano: detta elezione, dovendosi svolgere secondo quanto stabilito dall’art. 12 comma 9 L.R. 20/2004, avveniva separatamente per la maggioranza e per la minoranza, però come ri-configuratesi a seguito della costituzione del nuovo gruppo di minoranza. Pertanto, alla votazione del gruppo di minoranza partecipavano anche i quattro consiglieri di maggioranza dissociati, mentre alla votazione del gruppo di maggioranza partecipavano solo gli 8 consiglieri residuati dopo l’abbandono dei quattro “dissidenti”. In esito alle votazioni, per la (ex) maggioranza riportavano quattro voti ciascuno i consiglieri d’Anelli (sindaco) e de Felice, mentre per la (ex) minoranza riportavano quattro voti ciascuno Carnevale e Pinto, quest’ultimo assente. Tenuto conto del fatto che l’art. 12 L.R. 20/04 stabilisce che il consiglio comunale viene rappresentato nella Comunità Montana con due consiglieri per la maggioranza ed un consigliere per la minoranza, con delibera 40 del 30/11/2007 il Consiglio del Comune di Rodi Garganico eleggeva, quali rappresentanti in seno alla Comunità Montana del Gargano, i signori d’Anelli e de Felice per la (ex) maggioranza, ed il consigliere Carnevale, più anziano del consigliere Pinto, per la (ex) minoranza.
Avverso la delibera anzidetta, nonché avverso ogni altro atto presupposto e/o connesso, i ricorrenti, nella loro qualità di membri della minoranza consigliare hanno proposto ricorso per i seguenti motivi:
violazione e falsa applicazione di legge: artt. 71 e 27 D. L.vo 267/00 nonché art. 12 comma 9 L.R. 20/04; eccesso di potere per omesso apprezzamento dei presupposti; travisamento, sviamento, contraddittorietà; ingiustizia manifesta. La dissociazione dei consiglieri Carnevale, Azzellino, Pupillo e Voto non è stata effettiva, ed infatti i consiglieri stessi in più occasioni hanno votato a favore della maggioranza: tale dissociazione non può quindi avere alcuna rilevanza. La deliberazione 40 del 30/11/2007 è comunque illegittima nella misura in cui al voto della minoranza hanno partecipato consiglieri facenti capo, in origine, alla maggioranza: infatti il concetto di maggioranza e di minoranza non può intendersi in senso dinamico, ma deve intendersi con riferimento al risultato dell’ultimo confronto elettorale: di conseguenza eventuali eventi successivi non possono influire nel senso di svincolare l’attribuzione di un consigliere in quota alla maggioranza o alla minoranza rispetto al dato elettorale. Ad ogni buon conto la delibera consigliare 40 del 30/11/2007 è illegittima quantomeno per non aver preso atto del fatto che i due schieramenti si erano scambiati il ruolo – data la preponderanza numerica che la minoranza ha assunto a seguito della dissociazione dei consiglieri Carnevale, Pupillo, Azzellino e Voto – e per aver quindi consentito di eleggere due rappresentanti, anziché uno solo, alla maggioranza ormai ridotta ad 8 consiglieri, e consentendo alla “minoranza” di eleggere un solo rappresentante, anziché due.
Con ricorso iscritto al numero di ruolo generale 207/2008 ha proposto impugnativa, avverso i medesimi provvedimenti e per i medesimi motivi, il dott. Nicola Pinto, consigliere di minoranza, assente alla seduta consigliare del 30/11/2007, il quale, nella votazione di cui alla delibera n. 40 del 30/11/2007 risulta aver riportato quattro preferenze e che pertanto sarebbe risultato eletto, quale rappresentante di minoranza in seno alla Comunità Montana, ove non fosse stato consentito ai quattro consiglieri di maggioranza dissociatisi di votare insieme a quelli di minoranza.
Si è costituito in entrambi i giudizi il Comune di Rodi Garganico, chiedendo la reiezione del ricorso. In particolare nel ricorso 206/2007 il Comune ha eccepito: inammissibilità per difetto di interesse, relativamente alla delibera n. 38 del 30/11/2007 , non essendo sindacabili le scelte politiche espresse da un consigliere comunale; inammissibilità anche relativamente alla delibera n. 40 del 30/11/2007, avendo i ricorrenti prestato ad essa acquiescenza per avervi partecipato; inammissibilità del ricorso per carenza di legittimazione attiva dei ricorrenti; infondatezza nel merito del ricorso: sul punto la difesa del Comune di Rodi Garganico ha ribadito la effettività della dissociazione dei quattro consiglieri di maggioranza, ed ha richiamato l’orientamento giurisprudenziale a mente del quale è legittima la revoca della nomina del consigliere comunale a rappresentante del Comune in seno al Consiglio della Comunità Montana, allorché sia venuto meno il rapporto di rappresentatività tra il Consigliere medesimo e la parte consiliare che lo aveva designato. In entrambi i ricorsi il Comune di Rodi Garganico ha depositato documentazione attestante che il consigliere Pinto è stato sospeso dal Consiglio Comunale con delibera n. 1 del 04/02/2008, a seguito di sottoposizione del medesimo a provvedimento restrittivo della libertà personale.

DIRITTO

Va preliminarmente disposta la riunione del ricorso n. 207/2007 al ricorso n. 206/2007 per connessione oggettiva, derivante dalla identità di petitum, nonché per parziale connessione soggettiva, derivante dalla coincidenza delle parti resistenti e controinteressate. La coincidenza dei motivi enunciati a supporto dei due ricorsi e la quasi totale identità delle argomentazioni difensive portate dalla Amministrazione resistente, rende possibile l’esame congiunto dei due ricorsi riuniti.
In ordine alle eccezioni di inammissibilità sollevate dalla Amministrazione resistente, osserva il Collegio quanto segue.
Va disattesa, in primo luogo, l’eccezione di inammissibilità dei ricorsi di che trattasi per carenza di legittimazione di consiglieri comunali ricorrenti: la deliberazione consiliare n. 40 del 30/11/2007, della cui impugnativa si tratta, si traduce infatti in una vera e propria lesione delle prerogative spettanti ai singoli consiglieri comunali componenti la minoranza , nonché in una lesione dei diritti che l’Ordinamento Giuridico attribuisce alle minoranze consiliari in quanto tali. Si deve infatti rilevare che, dovendo i rappresentanti consiliari essere nominati previa votazione da effettuare separatamente per il gruppo di maggioranza e per quello di minoranza, ove ai quattro consiglieri dissociati fosse stato impedito di votare insieme alla minoranza, il consigliere Carnevale – proclamato eletto quale rappresentante della minoranza – non avrebbe potuto essere votato non che dai colleghi dissociati neppure, in ipotesi, dai componenti della “minoranza storica”. Quindi, se è vero che, essendosi svolte le votazioni a scrutinio segreto, non è oggi possibile affermare con certezza che i quattro voti riportati dal dott. Pinto siano stati espressi dai consiglieri di minoranza e che egli sarebbe quindi risultato vincitore, è pero possibile affermare, senza ombra di dubbio, che se alla votazione avessero partecipato solo i membri della “minoranza storica” sarebbe riuscito eletto uno di costoro, e non certo uno dei quattro consiglieri dissociati o qualsiasi altro consigliere della maggioranza. E’quindi evidente che l’aver consentito ai quattro consiglieri dissociati di votare con la minoranza ha comportato una considerevole diminuzione di chances, per ciascuno dei membri della minoranza, di essere eletto a rappresentante del Comune in seno al Consiglio della Comunità Montana ed ha comunque costretto la “minoranza storica” a subire, nelle votazioni per l’elezione del proprio rappresentante in seno al Consiglio della Comunità Montana, la presenza di un gruppo consiliare ad essa estraneo. Non si può quindi seriamente dubitare del fatto che la deliberazione assunta dal Consiglio del Comune di Rodi Garganico n. 40 del 30/11/2007 abbia dato luogo ad una lesione delle prerogative spettanti ai consiglieri della “minoranza storica”, lesione la cui legittimità sarà oggetto di valutazione in sede di scrutinio del merito dei ricorsi.
Va parimenti respinta l’eccezione di inammissibilità del ricorso n. 206/2007 per aver i ricorrenti preso parte alle deliberazioni impugnate. Non risulta, infatti, che i consiglieri di minoranza ricorrenti (Bisceglie, Veneziani Pino, Maggese e De Meo) abbiano approvato espressamente la deliberazione con cui sono stati individuati i rappresentanti in seno al Consiglio della comunità: il verbale della deliberazione n. 40, infatti, non specifica affatto se la deliberazione sia avvenuta all’unanimità o a maggioranza, e quali consiglieri abbiano eventualmente votato contro la proposta. E’ anzi possibile argomentare che la deliberazione n. 40 in punto elezione dei rappresentanti presso il Consiglio della Comunità non sia avvenuta alla unanimità, per il fatto che il verbale menziona l’intervento di 16 voti favorevoli su 16 votanti solo a proposito della immediata eseguibilità della deliberazione medesima, eseguibilità che risulta essere stata deliberata dopo la elezione dei rappresentati del Consiglio presso la Comunità Montana. Ed è superfluo sottolineare che la approvazione espressa alla immediata eseguibilità della delibera non può e non deve confondersi con la approvazione delle operazioni di voto: se si riflette sul fatto che l’immediata eseguibilità di una delibera ne anticipa gli effetti, ormai, solo del tempo necessario ad ultimare la pubblicazione di legge – e quindi di 15-20 giorni al massimo – si capisce come essa non arrechi, il più delle volte, un danno ulteriore (rispetto a quello insito nel contenuto della delibera), non fronteggiabile tramite un ricorso giurisdizionale amministrativo, il quale richieda l’adozione di atteggiamenti ostruzionistici da parte di coloro che hanno votato contro la deliberazione. Non vi è quindi necessaria incompatibilità logica nel comportamento del consigliere comunale che voti contro una proposta all’ordine del giorno ma a favore della immediata eseguibilità della deliberazione medesima. Si deve del resto considerare che non vi è prova del fatto che i ricorrenti avessero contezza di possibili cause di illegittimità della delibera, ed è quindi comprensibile che in tale incertezza abbiano ritenuto più saggio partecipare ad una votazione la cui illegittimità avrebbe potuto essere eventualmente acclarata in giudizio a posteriori. In sostanza, si deve affermare che in assenza di una espressa rinunzia ad agire in giudizio per impugnare la deliberazione di che trattasi, si deve presumere che i consiglieri di minoranza oggi ricorrenti abbiano partecipato alla votazione con riserva di impugnazione. Mette conto sottolineare, infine, che è principio consolidato in Giurisprudenza quello per cui l’acquiescenza alla sentenza, che preclude l’impugnazione ex art. 329 c.p.c., consiste nella accettazione della sentenza desumibile da manifestazione espressa o tacita, ma in questo secondo caso solo quando l’interessato abbia posto in essere atti dai quali sia possibile desumere, in maniera precisa ed univoca, il proposito di non contrastare gli effetti giuridici della pronuncia, e quindi ove gli atti stessi siano assolutamente incompatibili con la volontà di avvalersi dell’impugnazione: in particolare la Giurisprudenza esclude che l’adempimento alla sentenza effettuato a seguito di richiesta proveniente dalla parte vincitrice, possa costituire acquiescenza tacita (ex multis: Cass. Civ. Lav. 1551/2006). Come si vede, il principio testé ricordato è suscettibile di applicazione analogica anche al caso di specie, e conferma che il comportamento tenuto dai ricorrenti in occasione del Consiglio Comunale del 30/11/2007 non evidenzia una loro volontà di non avvalersi dei mazzi approntati dall’Ordinamento per rimediare alla illegittimità delle delibere di Consiglio Comunale.
In ordine al ricorso n. 207/2008, presentato da Pinto Nicola, va precisato che la applicazione della misura cautelare personale di tipo custodiale disposta in data 11/01/2008, determinando la mera sospensione del Pinto dalla carica di Consigliere Comunale, e non anche la decadenza, non fa venir meno l’interesse del Pinto al ricorso, ben potendo la misura cautelare venir meno a seguito di proscioglimento o anche solo per decorrenza dei termini, con conseguente reintegrazione del Pinto nell’ufficio. Allo stato, pertanto, sino a che il procedimento penale non sarà definito con sentenza passata in giudicato, ovvero sino a nuove elezioni, l’interesse ad agire del Pinto non potrà essere contestata.
Va ancora scrutinata l’eccezione di inammissibilità del ricorso n. 206/2008 sollevata con riferimento al verbale n. 38 del 30/11/2007: sostiene la Amministrazione resistente che i ricorrenti non siano legittimati a contestare la scelta di distaccarsi dalla maggioranza da parte di un gruppo di consiglieri. L’eccezione va accolta ma per motivi differenti La deliberazione n. 38 si limita ad approvare i verbali dal n. 31 al n. 37 adottati nel corso di precedente seduta, mentre della vicenda della costituzione di nuovo gruppo di minoranza si riferisce nel verbale ma non risulta che su di essa il Consiglio abbia assunto qualsivoglia determinazione. Non è quindi ravvisabile un concreto interesse dei ricorrenti all’annullamento del verbale di che trattasi, la cui validità peraltro non pregiudica l’impugnativa spiegata avverso il successivo verbale n. 40.
E’ ora possibile passare alla disamina del merito dei due ricorsi.
La questione giuridica fondamentale che viene in considerazione nell’ambito del presente giudizio attiene al concetto di minoranza/maggioranza di consiglio comunale (o provinciale): si tratta in particolare di stabilire se tale concetto, allorché sia richiamato da una norma di legge la quale vi attribuisca rilevanza per qualsiasi ragione, debba considerarsi variabile, per effetto di ogni possibile passaggio di componenti del consiglio comunale dall’una all’altra parte, o se debba invece intendersi in senso “rigido”, con riferimento al solo dato elettorale. La questione è rilevante in quanto, come sopra si è visto, l’elezione dei rappresentanti dei consigli comunali presso la Comunità Montana deve avvenire, ai sensi dell’art. 12 comma 9 L.R. 20/04, separatamente per la maggioranza e per la minoranza, e nel caso di specie la votazione della minoranza è stata “allargata” alla partecipazione dei quattro consiglieri dissociatisi dalla maggioranza.
I ricorrenti invocano il principio enunciato dal Consiglio di Stato, sez. V, n. 4600/2003, a mente del quale “la nozione di minoranza, nel sistema maggioritario delineato dall’art. 71 D. L.vo 267/00, va definita con esclusivo riferimento alle liste collegate ad un candidato sindaco non eletto e che, quindi, nel confronto elettorale sono risultate sconfitte ( non avendo riportato il maggior numero dei voti). Tale parametro di giudizio, che offre un criterio definitorio sicuro ed ancorato al dato sistematico del carattere maggioritario del regime elettorale di riferimento, risulta senz’altro preferibile a quello che ammette una qualificazione della minoranza con riguardo ad eventi politici successivi alle elezioni e che, in mancanza di paradigmi valutativi certi e di univoci fondamenti letterali positivi, si rivela inammissibilmente esposto ad interpretazioni arbitrarie circa la nozione di “minoranza” e, quindi, di opposizione alla giunta….”.
Ritiene il Collegio di dover condividere il suesposto orientamento.
Occorre invero por mente al fatto che nel momento in cui l’elettore esprime il proprio voto, sovente non tiene conto solo del programma politico portato avanti dalla lista e dal candidato prescelto, ma anche delle alleanze e dei collegamenti che quella lista ha dichiarato di voler, o non voler, sottoscrivere con altre liste: in altre parole l’elettore giudica il candidato e la lista prescelta anche in base agli “apparentamenti” cui ha dichiarato di voler o non voler dar corso nell’espletamento del mandato. Si può addirittura affermare che molto spesso l’elettore attribuisce la preferenza ad una lista e ad un candidato esattamente contando sul fatto che riuscirà vincitore grazie ad un certo collegamento di liste; ma, all’esatto opposto, vi sono anche elettori che indirizzano il proprio voto su una lista ben sapendo che rimarrà in minoranza per mancanza di numeri e di collegamento con altre liste “forti”. La fisionomia della futura maggioranza/minoranza è comunque ben percepibile dall’elettore, e ciò anche nell’ambito di una votazione che – come quella oggetto di causa – veda antagoniste due sole liste in uno scontro che si svolge secondo un sistema maggioritario puro: in tal caso l’elettore sa quali saranno i componenti delle lista vincitrice e di quella perdente.
Di tanto tenuto conto, è evidente che solo con riferimento alla minoranza/maggioranza quali manifestatesi in esito alle operazioni elettorali si può avere certezza che rispecchino la volontà del popolo sovrano, mentre la stessa cosa non può affermarsi rispetto alle minoranze/maggioranze modificate a seguito di eventi politici successivi alle elezioni, per effetto della dissociazione di alcuni rappresentanti di uno schieramento o dell’altro. Quale consenso tali eventi abbiano nell’elettorato non è dato sapere se non in occasione della successiva tornata elettorale, che è la principale – o forse l’unica – opportunità concessa al cittadino per sanzionare, o premiare, il comportamento degli eletti. Fatto sta che nel momento in cui questi “ribaltoni” si verificano non v’è alcun modo per stabilire se essi siano realmente sostenuti dal consenso di quegli elettori che hanno contribuito alla elezione dei consiglieri di volta in volta interessati.
E’ allora agevole comprendere che interpretare in senso “dinamico” il concetto di minoranza/maggioranza espressamente richiamato da una norma di legge, significa attribuire allo stesso Legislatore, e quindi all’Ordinamento Giuridico, la volontà di avallare questi “ribaltoni”, conferendo loro una rilevanza giuridica, nonostante in ordine ad essi non consti sussistere un reale ed effettivo consenso dell’elettorato. Significa altresì, in seconda battuta, che l’Ordinamento Giuridico privilegia la volontà degli eletti anziché quella degli elettori, il che, in un ordinamento a base democratica come il nostro, è inammissibile. Significa, riassuntivamente, che l’Ordinamento Giuridico in qualche maniera “assolve” a monte gli eletti in ordine alla responsabilità derivante dalla patente violazione del programma politico, quale preannunciato prima delle elezioni.
La responsabilità per tali atti, invece, deve gravare solo ed unicamente sugli eletti: essi, nella libertà che connota il mandato elettivo, hanno certamente diritto ad assumere iniziative esorbitanti il programma politico preannunciato, ma debbono assumersene interamente la responsabilità di fronte agli elettori.
Il Collegio ritiene quindi, per le ragioni dianzi esposte, di dover condividere l’orientamento invocato dai ricorrenti assunto dal Consiglio di Stato, sez. V, con sentenza 4600/2003, che peraltro non si pone in antinomia con l’orientamento richiamato dalla difesa del Comune a sostegno della legittimità degli atti impugnati: si tratta dell’orientamento, cui ha in passato aderito anche Questo Tribunale, che ritiene legittima la revoca del consigliere comunale eletto a rappresentante nel Consiglio della Comunità Montana, allorché sia venuto meno il rapporto di rappresentatività tra il Consigliere comunale nominato in seno alla Comunità Montana e la parte consiliare che lo aveva a suo tempo designato. Il fatto che i mutamenti sopravvenuti nella compagine politica non abbiano rilevanza ai fini della applicazione di norme di legge che prendono in considerazione la maggioranza e/o la minoranza, non toglie che il consigliere comunale dissociato, di fatto, e dichiaratamente, agisce in autonomìa rispetto allo schieramento originario di appartenenza, ed in particolare ove egli sia stato anche eletto quale rappresentante in seno alla Comunità Montana, l’azione ivi svolta dal consigliere dissociato diventa totalmente incontrollabile. E’ comunque evidente che in siffatta situazione la formazione politica da cui proviene il consigliere “dissidente” non è più adeguatamente rappresentata, ed è corretto che ad essa venga accordata la possibilità di nominare altro rappresentante, previa revoca di quello precedentemente eletto. Ovviamente alla votazione per l’elezione del nuovo rappresentante parteciperanno eventuali altri consiglieri “dissidenti”, di guisa che i “superstiti” dovranno darsi da fare per garantire che venga eletto a rappresentante uno di loro. Tuttavia è chiaro che la revoca del consigliere dissociato ha la funzione di consentire che lo schieramento preesistente alla “dissociazione” sia rappresentato in seno alla Comunità da un rappresentante nel quale possa riconoscersi. Non si vede, invece, come la revoca possa essere interpretata come un implicito riconoscimento della rilevanza giuridica della dissociazione: la verità è che l’orientamento in parola fa applicazione dei consueti principi in materia di fiducia – in una situazione in cui il venir meno del rapporto fiduciario scaturisce da una precisa e conclamata presa di posizione del consigliere dissociato – allo scopo di ribadire che titolare dei diritti ed obblighi che la legge attribuisce a maggioranza e/o minoranza, è comunque sempre quella maggioranza e/o minoranza enucleabile dal dato elettorale.
Conclusivamente il Collegio, in applicazione dei principi sopra esposti ritiene di dover annullare la delibera n. 40 assunta il 30/11/2007 dal Consiglio Comunale di Rodi, nonché gli atti connessi, presupposti o consequenziali, in quanto illegittima là ove alla votazione della minoranza hanno partecipato anche i consiglieri Carnevale, Pupillo, Azzellino e Voto, i quali avrebbero invece dovuto partecipare alla votazione unitamente agli altri componenti della maggioranza, non avendo alcuna rilevanza, al fine dell’art. 12 comma 9 L.R. 20/04, la costituzione di un nuovo gruppo di minoranza.
Gli ulteriori motivi di censura enunciati nei ricorsi possono ritenersi assorbiti.
Le spese processuali seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo.

P.Q.M.

il Tribunale Amministrativo Regionale per la Puglia-Bari, sezione III:
riunisce il ricorso n. 206/2008 R.G. al ricorso n. 207/2008 R.G.;
dichiara inammissibili i ricorsi riuniti, indicati in epigrafe, con riferimento alla impugnativa della delibera del Consiglio Comunale del Comune di Rodi Graganico n. 38 del 30/11/2007;
accoglie i ricorsi riuniti, indicati in epigrafe, nei limiti di cui in motivazione, e per l’effetto annulla la delibera del Consiglio Comunale del Comune di Rodi Garganico, n. 40 del 30/11/2007.
Condanna il Comune di Rodi Garganico a rifondere le spese processuali a favore di ricorrenti, che liquida in E. 3.000,00 oltre accessori di legge a favore dei sigg. Risceglie, Loreto Pino e De Meo, ed in E. 1.000,00 oltre accessori di legge a favore di Pinto Nicola.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.
Così deciso in Bari nella camera di consiglio del giorno 13/02/2008 con l’intervento dei Magistrati:
Amedeo Urbano, Presidente
Vito Mangialardi, Consigliere
Roberta Ravasio, Referendario, Estensore

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