Barack Obama è presidente

L’America ha scelto Barack Obama, un giovane di 47 anni, afroamericano, sconosciuto fino a 4 anni fa, per guidarla lungo una nuova strada in un periodo fra i piu’ difficili della sua storia.

Si è chiusa così, ieri, con una decisione coraggiosa e rivoluzionaria per gli Stati Uniti e per il mondo intero, la più avvincente corsa elettorale degli ultimi 50 anni, una corsa epica, emozionante, travolgente che ha premiato la costanza di un candidato solido, disciplinato, carismatico e nuovo. Ma che ha anche premiato i valori di solidarietà per superare una catastrofe finanziaria ed economica che ha precedenti solo nella Grande Depressione. Sulla scia di questa vittoria, il partito democratico ha anche guadagnato anche seggi alla Camera e al Senato, creando così una doppia maggioranza democratica a Washington sia nel potere esecutivo che in quello legislativo.

Ed è stato esattamente alle 10.19 ora locale a Chicago, le 5.19 del mattino ora italiana che John McCain è apparso a Phoenix in Arizona e ha fatto il suo discorso di concessione. Un discorso chiaro e generoso con il quale si è impegnato a lavorare con la prossima amministrazione: «Lo ammiro e lo applaudo e sono intristito dal fatto che sua nonna non abbia potuto vedere questo momento». A quel punto la folla qui a Chicago è letteralmente impazzita. Ci siamo trovati fra le centinaia di migliaia di persone che affollano Grant Park, si percepiva l’entusiasmo, la gioia, di chi sente di essere parte di un momento che resterà per sempre negli annali della storia. I risultati in Pennsylvania, in Florida, in Ohio, nella Carolina del Nord, in Virginia parlavano chiaro: in questi stati chiave si è affermato Obama ed è riuscito a sfondare nel sud.

E’ stata questa la risposta dell’America a una crisi che ha messo in ginocchio milioni di cittadini in pericolo di perdere le loro case. Che ha visto l’intero sistema finanziario vicino alla paralisi sistemica, banche storiche come Lehman Brothers fallite, istituzioni gigantesche come Fannie Mae e Freddie Mac nazionalizzate e, infine, l’intervento dello stato con un pacchetto da 700 miliardi di dollari per riportare fiducia a un pubblico che l’aveva perduta. Non c’è dubbio che l’elemento chiave per la svolta di Barack Obama verso la vittoria è stata la crisi economica. Gli ha dato un vantaggio immediato, subito dopo le convenzioni e lo ha tenuto anche grazie a uno straordinario vantaggio finanziario, in vantaggio fino all’ultimo giorno. E’ questo che si è celebrato ieri a Grant Park, l’abbraccio della folla che lo aspettava a Grant Park è stato bellissimo e emozionante. Ha aiutato una giornata tiepida, anzi estiva, insolita per la stagione di questa “Wind City”, normalmente freddissima, battuta dai venti che attraverso l’enorme Lago Michigan arrivano dalle pianure del Midwest. Ma tutto questo è solo il contorno.

Quel che conta davvero qui a Chicago, in questa giornata dove si respira la storia, è l’abbraccio popolare dell’America per Barack Obama, figlio di un africano del Kenya e di una donna bianca del Kansas. Sono davvero venuti da ogni angolo del Paese. C’è Kelly Jacobs, vestita con una bandiera americana e stivali da cow boy, cinquantenne, è arrivata dal Mississippi, ha guidato 12 ore per essere qui in tempo. Ci sono Adam Israel, Webb Lyons e CT Stevens, studenti dell’Alabama, con i loro seggiolini pieghevoli celesti, per il picnic happening nel parco. Ci sono Hugh e Leslie Doreen, arrivati dall’Oregon e Newton Agrawal, di origine indiana che arriva da Boston e che sta per finire un dottorato in medicina. E ci sono i locali. Alex Jenkins ad esempio, 62 anni, afroamericano, è l’ex capo della polizia di Chicago: «Sento nell’aria la stessa atmosfera che ci fu quando Papa Giovanni Paolo II visitò la nostra città nel 1979.

La stessa calma, lo stesso rispetto, la stessa serenità di quando qui a Grant Park è arrivato il Papa». Riuscirà Obama a battere il Papa? Allora nel 1979 a Grant Park vennero 1,2 milioni di persone. Un record. Si stima che fuori dalle transenne ci saranno un milione di persone. La festa è grande anche perché l’Illinois ha dato solo due presidenti all’America: Abramo Lincoln che iniziò la guerra civile per liberare gli schiavi, e Ulisse Grant, il generale che vinse la guerra. Obama sarebbe il terzo. Una successione che non potrebbe essere più straordinariamente simbolica come passaggio ideale della storia, da un passato di schiavitù e segregazione a un presente di emancipazione e di integrazione che va ben oltre l’ingresso nella Casa Bianca di un afroamericano.

Oggi si festeggia negli slum neri dei quartieri poveri d’America, fra i derelitti che improvvisamente si rendono conto la promessa del sogno americano non è solo a parole. Fra i presidente legati all’Illinois c’è anche Ronald Reagan, ma lui è soltanto nato in Illinois, a Tampico, ma era governatore della California e dunque non conta, anche se resta una grande ispirazione per il suo stile politico per Obama. Comunque sia i presidenti legati all’Illinois erano tutti repubblicani. Obama è il primo Presidente democratico che lo stato ha dato alla Nazione. Ha atteso a casa, con trepidazione e tristezza la grande notte. Ha votato nella scuola elementare di Hyde Park ieri mattina alle 7 e venti. Poi è tornato a casa con la moglie Michelle. Per aspettare e per chiudersi per qualche ora nel lutto per la perdita della nonna Madeline che è morta lunedì, il giorno prima delle elezioni. L’ultimo elemento drammatico di una corsa elettorale epica, irripetibile, indimenticabile che, finita questa notte con l’inesorabile giudizio degli elettori americani.

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