Un tributo alla donna

La condizione della donna è decisamente mutata nel tempo, passando dal modello dell’esclusione/separazione a quello all’inclusione/integrazione nella vita sociale, seguendo un processo ancora aperto.

La memoria ci consegna storie di donne violentate, sfruttate, sottomesse all’autorità del padre-marito-padrone, donne impegnate nei lavori domestici e in attività non retribuite realizzate all’ombra della figura maschile. Donne contadine mietitrici, raccoglitrici, guardiane, pescatrici di lago e di mare, trasportatrici, sarte, magliaie, panificatrici, lavandaie, … . Donne figlie, mamme, nonne che hanno declinato la vita come un “insieme di sofferenze”. Donne ignoranti che non meritavano di andare a scuola, sia perché non erano ritenute intelligenti, sia perché si pensava non avesse senso investire sulla loro cultura, dal momento che non erano destinate a ruoli sociali, da spendere al di fuori delle pareti domestiche. Per “fare la mamma e la moglie”, insomma, non era necessario il possesso degli “alfabeti”.

Memoria che affonda le radici nelle pagine della Bibbia, che assegnano ad Eva il ruolo della “tentatrice”, consolidata in epoca medievale, legittimata dalla normativa, assunta dai contesti sociali e familiari tramite la socializzazione, rafforzata dall’universo maschile, quasi sicuramente per non spartire con le donne lo spazio riservato a sé nei posti di comando.

Memoria alimentata quotidianamente dalle stesse donne attraverso l’“educazione di genere” a partire dal costume di regalare la bambola alle bambine e il fucile al maschietto, così addestrando le une “a fare la mamma” e gli altri” a fare il cacciatore”.

L’immagine della donna-angelo intrisa di romanticismo è un eufemismo che non dà certamente conto della reale condizione della donna contadina. Per rendersene conto e per darne conto alle nuove generazioni ignare della condizione del passato, ho pensato di far parlare le dirette protagoniste, a cui ho dato voce qualche anno fa con i miei alunni liceali attraverso lo strumento delle “storie di vita”.

A seguito dell’industrializzazione e del boom economico la donna comincia ad uscire dal “regno” del focolare domestico e a guadagnare diritti civili, sociali e politici, a partire da quello di voto. La donna può entrare nelle scuole, lavorare in fabbrica, accedere all’università, entrare in politica, dirigere le aziende, … . Il cammino però non è agevole e a tutt’oggi il processo d’integrazione della donna è incompiuto. La normativa consente l’inserimento ma non tutela l’integrazione, accade, perciò, che i maschi sono privilegiati nei posti di lavoro, di comando, di potere.

Il modello dell’integrazione [che rievoca l’idea della completezza] vuole che la donna viva le situazioni in prima persona, assuma decisioni liberamente, realizzi le sue aspirazioni di donna che lavora, di moglie e mamma, oltre che cittadina, fruendo dei servizi necessari.

La donna integrata è quella che non rinuncia alla sua “diversità” in nome dell’assurda uguaglianza che pretende che il maschio debba comportarsi da femmina e la donna da maschio. L’integrazione autentica è quella che coltiva l’uguaglianza nella diversità.

Il processo d’integrazione di questa fascia – purtroppo- ancora debole della popolazione è condizionato dal riconoscimento dalla parte dell’universo femminile e maschile della differenza di genere, contrastando ogni tentativo di omologazione; è condizionato dagli educatori e dalle istituzioni che devono dichiararsi disponibili a co-evolvere, vale a dire a cambiare insieme, a riconoscere che in famiglia, in società, nelle istituzioni di potere ciascun essere umano – sia di sesso maschile, sia di sesso femminile- può apportare il proprio contributo sulla base della proprie competenze, intelligenze e disponibilità.

Co-evolvere vuol dire abbandonare antichi stereotipi che vogliono il maschio intelligente, adatto al comando e al ragionamento, e la donna intuitiva, materna, capace di eseguire.

Co-evolvere in famiglia vuol dire che mariti e mogli dovranno dichiararsi disponibili a darsi una mano, a mettere insieme il meglio di sé di ciascuno per offrire ai propri figli un ambiente caldo e ricco di interazioni utili alla crescita.

Co-evolvere nelle istituzioni significa essere disposti a riconoscere e a valorizzare anche i punti di forza delle donne, consentendo loro di fare carriera, di risolvere – grazie al loro contributo – i conflitti economici, sociali e culturali delle nostra società, ricorrendo alla logica che include. Bisogna perciò allearsi per sostenere, consolidare e c0mpiere altri passi, perché il processo d’integrazione richiede ancora molto impegno.

Dalle storie di vita, un caso singolare: Totonne la fèmmena

Saggio introduttivo tratto da “Essere donna tra Otto e Novecento”, Progetto del liceo sociopsicopedagogico Cagnano Varano S.S. “G. DE ROGATIS”, realizzato con gli alunni delle Classi IV A, IV B, V B, referente prof.ssa Leonarda Crisetti, Dirigente Prof. A. Scalzi, con adattamenti.


Nel corso della ricerca abbiamo avuto modo di conoscere la storia di Màste Totònne, la fèmmena, una donna che si spoglia degli status e ruoli tradizionali. Dagli Atti di nascita del comune di Cagnano Varano si apprende che questo personaggio è di sesso femminile, nasce “l’anno 1880, addì 15 dicembre a ore antimeridiane dieci e cinquantatré”, si chiama Mariantonia, suo padre fa il pescatore e sua madre è contadina. Dall’ufficio anagrafe apprendiamo, inoltre, che Mariantonia muore il 2 aprile 1967 dopo aver abitato nell’antica via Cannesi, 12.

Mariantonia decide di vivere da uomo, quindi di non conformarsi ai compiti ascritti dal tessuto sociale del suo contesto ad una donna.

Ci siamo interrogati sulla reazione dei cagnanesi di fronte alla “transizione” evidenziata da Totònne, che decidendo di assumere identità maschili, intese passare di fatto da uno status all’altro. Ci siamo chiesti, se la scelta le abbia reso la vita difficile. Insomma, un contesto in cui la popolazione era divisa dicotomicamente in maschi e femmine, in che misura ha consentito a chi era nata donna di assumere comportamenti maschili, quando la differenza voluta dalla natura e resa manifesta dal sesso biologico era rigida e per tutta la vita bisognava essere o uomini o donne?

I cenni biografici dicono, inoltre, che Màste Totònne aveva una sorella, che, rimasta orfana fu adottata da una famiglia di possidenti (i Palladino, persone gentili e generose- secondo gli intervistati), che fino agli anni della pubertà ha condotto un’esistenza pressoché simile a tutte le ragazze di Cagnano, che negli anni dell’adolescenza avvertì l’esigenza di rendersi indipendente e di cambiare identità.

Ci siamo chiesti anche se siano state esigenze di natura economica a spingerla in tale direzione e, sebbene questa variabile abbia avuto un certo peso, dato che in un contesto storico caratterizzato dalla miseria ci si adattava a tutto pur di sopravvivere, esso non ci è sembrato determinante.

Questa ipotesi, non soddisfa del tutto, soprattutto se si considera che anche altre donne condividevano la precarietà dell’esistenza. Le testimonianze raccolte sono pervase dalla fame e dalla fatica a cui erano sottoposte molte donne del luogo. Mentre le altre si sono arrangiate in mille modi, svolgendo lavori nei campi, anche pesanti (seminare, sarchiare, mietere, spannocchiare, effettuare la raccolta), in laguna (adoperandosi nella realizzazione di trappole da pesca e persino remando e pescando), in casa (sottoponendosi alle pesanti fatiche del bucato, della conserva, della provvista d’acqua, del pane), accudendo ai figli ( bisognosi delle cure e dell’educazione materna) e al marito (che esigeva di essere sempre servito e coccolato), Mariantonia per sostenersi volle fare il muratore.

Decise perciò di vestire da uomo e di esercitare mestieri prevalentemente maschili. Il suo aspetto era invece decisamente femminile: statura bassa, viso tondo, espressione gioviale e sorridente, voce sottile. Anche la sua capacità relazionale e la sua amorevolezza sembrano richiamare caratteristiche attribuite tradizionalmente alle donne. Eppure, Mariantonia nella fase più fragile della vita scelse di assumere comportamenti da maschio e da allora per tutti fu màstre Totonne, la fèmmena.

Questa donna, “la fèmmena”, decidendo di fare il muratore e vestendo da maschio non meritava più di essere chiamata col nome di battesimo, bensì màstre [maestro] Totònne (diminutivo di Antonio). Il tribunale del popolo aveva ormai deciso.

Viene da chiedersi quale sia stata la sua vita da bambina, quali eventi possono avere concorso alla determinazione della sua scelta. Se è andata a scuola, se aveva amici d’infanzia. Le notizie in nostro possesso non sembrano essere sufficienti a giustificare qualche inferenza.

Si è messa i pantaloni, perché li gunnèdde la ngiappàvene quànne ièva vutànne càse [ ha indossato i pantaloni perché le lunghe gonne l’avrebbero ostacolata nel riparare i tetti delle case, sostituendo tegole].

Nemmeno questa giustificazione, addotta dalle signore e dai signori intervistati per legittimare il fatto che Mariantonia indossasse abiti maschili, sembra essere soddisfacente, perché non dà conto di come mai, una volta tornata a casa, nel tempo libero, o nei giorni di festa abbia continuato a vestire da uomo. L’ipotesi non giustifica la decisione di castigare “il suo bel seno”, fino a farlo scomparire, imprigionandolo di continuo in strette fasce.

Mariantonia teneva, infatti, a nascondere i segni che manifestavano la sua femminilità, ma l’impresa non fu sempre agevole. Un signore (affascinato da questo personaggio), ricorda che da bambino, negli anni Cinquanta del secolo scorso, mentre lo aiutava a trasportare la càvecia a pprète nel calcinaio – che Totònne gestiva in un vano del Palazzo Petruzzelli -, ha visto “le sue cose” e che fu “corrotto” da Mariantonia con un dono di cinque lire, per comprare il suo silenzio.

Per tutta la vita, dunque, il nostro Totònne cercò di custodire gelosamente il segreto di essere donna e il dubbio sulla sua identità non è stato del tutto svelato, tanto che alcuni signori anziani ancora oggi continuano a discutere e a scommettere su di essa:

– Io ti dico che era un maschio! – dice una signora.

– E io so che era una donna! – ribatte il marito.

Probabilmente Màste Totònne la fèmmena era semplicemente un diverso e se questa congettura è esatta, bisogna convenire che Mariantonia fu molto coraggiosa nell’assumere la sua decisione e nell’interpretare ruoli decisamente decontestualizzati.

La persona ogni giorno obbedisce sia pure inconsapevolmente a mille regole imposte dai costumi (mores) e usanze (folkwais), imperativi impliciti che permettono l’agire razionale, consentendole di vivere con una certa tranquillità, sapendo dunque cosa ci si aspetta da lei o a che cosa va incontro.

Per Mariantonia sarebbe stato molto più semplice e facile adeguarsi al proprio ruolo, le (gli) avrebbe consentito di condurre una vita più agevole, al riparo di rischi eccessivi, interferenze, problemi inconsueti, ma ella (lui) volle andare controcorrente, tollerando sia il disprezzo di sua sorella – che ad un certo punto non volle più avere rapporti con lei – sia della gente [il sorriso ironico e divertito dei passanti, le dichiarazioni ad alta voce dei bambini che urlavano:- Totònne la fèmemn! Totònne la fèmmena!]. Sicuramente e soprattutto all’inizio tutti dovettero osservarla, proprio come si fa con un animale allo zoo.

Chi ha la vagina e non il pene deve comportarsi da donna. La differenza era segnata dal sesso biologico, dunque, ma anche dai giochi e dal carattere. C’erano alcune attività ludiche più adatte alla donna, (ad esempio giocare con la pùpa de pèzza, o a lli cummàre) ed altre più consone ai maschi (ad es. giocare con il cavalluccio, a fare il cacciatore o il pescatore). Quanto al carattere, la donna doveva essere timida, sessualmente innocente, passiva, accomodante, allegra.

I costumi morigerati dell’epoca richiedevano anzitutto che la donna indossasse la gunnèdda, per cui il primo grande ostacolo, che il nostro personaggio dovette affrontare, si presentò allorché decise di indossare i pantaloni. Il fatto che sia andata da una delle autorità più rappresentative della provincia, il prefetto – secondo alcuni testimoni- i carabinieri e o il podestà – secondo altri – per chiedere il permesso, è significativo; sicuramente la dice lunga sulla rigidità della morale che vigeva allora a Cagnano. Era infatti severamente proibito alle donne vestire come i maschi.

Chissà come erano pressate le ragazze dalle mille regole, tabù, divieti, abitudini consolidate, imperativi categorici di mamme, nonne, zie, vicine, prediche del parroco, schiaffoni del papà e dei fratelli … ! Si, per gli uomini poteva essere un po’ meglio, ma non tanto.

Non conformandosi alla consuetudine, Mariantonia non poté essere definita una donna “normale”. Evidentemente il sesso non ha avuto un peso determinante, dato che le interazioni con la cultura hanno preso il sopravvento nella nostra Mariantonia e, sebbene la società proibisse gli spostamenti volontari e permanenti da uno status sessuale comportamentale all’altro, ella accettò la sfida.

 

Fonte: capitanata.it

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