“Rodi… sull’onda dei ricordi”

Termina con questo post la serie di interventi sul testo di Pietro Agostinelli.

Pietro Agostinelli: Rodi sull’onda dei ricordi “Chi non ha memoria, non ha futuro”. Non è forse del tutto casuale che proprio nel momento in cui questo paese sembra voltare pagina e avviarsi verso nuove mete, come i ferventi lavori per il porto testimoniano, ci si voglia guardare indietro per cercare le nostre radici e presentarci all’appuntamento con il futuro con una nostra precisa identità.In questa operazione l’aspetto culturale deve conquistarsi un ruolo che non può continuare ad essere marginale ed estemporaneo. L’aspetto culturale deve permeare ogni nostra attività, per darle spessore.

Gli imminenti lavori di restauro della Chiesa del SS. Crocifisso, con il recupero anche dei due organi, la copia della tela dell’altare maggiore del Convento, rappresentante la discesa dello Spirito Santo, sono segni di un risveglio culturale che vede impegnati singoli cittadini, associazioni, ma anche e soprattutto lo stesso Ente Locale, la stessa Amministrazione Comunale, il Sindaco d’Anelli in testa.

In questo clima di fervore culturale si inserisce il libro di Pietro Agostinelli “Rodi…sull’onda dei ricordi”.

Un libro che rappresenta un ponte tra passato e presente, che si apre con la dedica alla “cara nonna”, la nonna materna Giuseppina De Felice o, per dirla con Pietro Agostinelli, che ama restituire la genuinità tutta paesana alle persone e alle cose, ricorrendo ai nomignoli e al dialetto, “P’ppin’ Sagr’tariy”. Proprio questo nomignolo mi ha rivelato l’appartenenza per via materna di Pietro, che non conoscevo. A testimonianza che nel nostro ambiente il nomignolo a volte ci aiuta, più di ogni altra indicazione, ad individuare le persone, quelle persone comuni che sono, poi, i protagonisti del libro di Pietro, come egli stesso dice nella Premessa, “poveri materialmente, ma immensamente ricchi di umanità e sentimenti”. Pietro ha cercato in tutti questi anni di salvare dall’inesorabile mutare dei tempi, proprio questo ricco patrimonio, non limitandosi alla sua memoria, ma andando oltre, facendo tesoro di quella eredità culturale che egli ha saputo registrare non solo da sua nonna, ma anche da tante altre persone anziane, che per lui rappresentano “semi di vita”, come la sua nonna, a cui dedica l’omonima poesia in vernacolo, riportata all’inizio del libro.

Quanto ha dovuto tribolare Pietro prima di poter avere la gioia di vedere stampato questo materiale che pazientemente egli ha raccolto. A quante porte ha dovuto bussare per trovare le necessarie sponsorizzazioni. Pertanto molto sentiti e non certo di circostanza mi sembrano i ringraziamenti a Caterina Santamaria e a Tiziana Piletti, per la loro “sapiente guida” ma anche per aver saputo sempre mantenere vivo nell’autore l’interesse a portare a termine l’impresa, in quei momenti di crisi e di frustrazione che senz’altro Pietro in tutti questi anni avrà provato di fronte ai tanti tentativi andati a vuoto.

I ringraziamenti si estendono poi a Giulio Giovannelli per alcune delle foto che arricchiscono il libro; a Lazzaro Russo per il suo molteplice contributo, fino a giungere al Sindaco, Carmine d’Anelli, alla sua sensibilità e al suo interesse per il libro ma anche per un mondo che non esiste più e che si vuole tramandare alle nuove generazioni che di quel mondo sono i naturali discendenti e che molto spesso non conoscono che un’unica dimensione: quella del presente.

Lo stesso profilo biografico di Pietro esprime questo collegamento tra passato e presente, introducendo personaggi “storici” per Rodi, alcuni dei quali hanno anche segnato la vita del Nostro, dalla levatrice “Ferminia”, al parroco Carmine Giovannelli, a Mario De Grazia, figlio dello storico locale Michelangelo, che, apprezzando le qualità canore di Pietro, gli chiedeva di cantare in cambio di una manciata di fichi secchi, a Luigi Russo, che scopre il talento musicale di Pietro e lo incoraggia a coltivare questa sua passione. Un primo lusinghiero successo arriva attraverso la partecipazione ad una trasmissione radiofonica.

L'”esilio” di Milano, la sua scoperta della poesia, alimentata forse proprio da questa lontananza da Rodi, dove nel 1973 torna e dove al suo lavoro di collaboratore scolastico affianca attività musicale e poetica, con canti che va componendo in vernacolo e in lingua sempre con maggiore frequenza. Fino alla nascita dell’Associazione Musicale ed Espressiva per Bambini, “I Nicolai”, suscitando in quei bambini l'”Emozione di conoscere”, che Pietro sarà ben felice di riscontrare essere la metodologia del prof. Nicola Cuomo dell’Istituto di Pedagogia speciale dell’Università di Bologna.

Il libro che ora vede finalmente la luce, dopo aver presentato con i nomi rigorosamente in dialetto, i quartieri di Rodi, si sofferma su quello che per noi rodiani è stato da sempre un punto di riferimento: il Santuario della Madonna della Libera con gli ex voto e le sue principali tappe storiche, per allargarsi alle altre chiese.

E qui ci sono momenti di grande nostalgia, che Pietro accende, grazie al suo animo poetico. Parlando della Chiesa di San Pietro, dice: «Questa chiesa sollecita il ricordo delle suggestive novene di Natale di noi bambini che accorrevamo a frotte per cantare ‘a pasturedd’, accompagnati dall’armonia delle note dell’organo che riempiva i cuori e gli antichi vicoli di una serena atmosfera di pace». Quelle viuzze lungo le quali poi il libro di Agostinelli si addentra per cogliere il fervore delle attività artigianali e commerciali, che si affiancavano a quelle agricole e marittime. «… ogni uscio o portone era una presenza viva, con una propria voce, che si integrava, si sovrapponeva a quella dei vicini, nella penombra delle stradine».

Dalle stradine alla casa. Il libro ha una sua organicità. “Car’von’ car’von’ ognun’ alla chésa soy”. Il lavoro di Pietro recupera anche detti e proverbi rodiani. Queste case, a volte anche di un solo vano di 25 – 30 metri quadri, umide e fredde, illuminate dal fuoco del camino o da lampade a olio, venivano a volte divise con muli, asini, galline, maiali. L’arredamento, povero ed essenziale, era costituito dal letto con tavole poste su cavalletti di ferro (i trisp’t), il materasso di foglie di granturco, un povero tavolo, qualche sedia di paglia, il bacile con una brocca, il porta-bacile, le tavole per accogliere le provviste di pane, rigorosamente fatto in casa, così come descritto in altra parte del libro nelle diverse fasi di tutta l’operazione, scandite dal grido del fornaio (a tt’mbrà, a ‘rr’s’nà), fino all’arrivo al forno della pasta riposta in ceste coperte da tovagliette e al dono della pasta per il pane dei poveri. Ma torniamo per un momento alle case, in esse il camino o il braciere raccoglievano, nelle serate fredde, intorno a sé la famiglia anche per ascoltare ‘i parav’l’ della nonna.

Tutte le viuzze confluivano, poi, verso piazza Rovelli, il centro del paese. Non solo la piazza del mercato, ma dove era possibile incontrare altre persone e trovare anche occasioni di lavoro, essenziale per poter garantirsi almeno quell’unico pasto serale per tutta la famiglia, pasto frugale in cui non trovava posto la carne, se non raramente e in particolare quella meno pregiata, di maiale e di tacchino, a cui Agostinelli fa risalire il nome dialettale di “Uicciariy”.

Poco più in là, l’attuale piazza Garibaldi accoglieva l’orologio monumentale, dono del feudatario Carlo Onero Cavaniglia nel 1727, che faceva giungere i suoi rintocchi anche nei campi, scandendo le ore di lavoro dei nostri braccianti.

L’economia del nostro paese, però, non era affidata solo a quei mestieri e a quelle botteghe che trovavano spazio nelle viuzze del centro storico, molti altri, alcuni dei quali ormai non più esistenti, erano esercitati all’aperto: accanto a ‘u stagnèr, ‘u sart’, ‘u vardèr’, ‘u f’rrèr’, ‘u scarpèr’, per citarne solo alcuni, si aggiungono, infatti, ‘u sanapiatt’, ‘u trayner’ e ‘u viét’cher’ (carrettieri e mulattieri), per citarne anche qui solo alcuni.

L’elenco ricco ed esauriente si trova nel libro assieme ad una lista altrettanto ricca di curiosità lessicali legate a questi mestieri.

Tra le tante attività, però, la più importante era forse quella dei marinai: circa cinquecento persone erano dedite a queste attività, dice Agostinelli, che su trabaccoli a vela facevano la spola con la costa dalmata, esportando agrumi e altri prodotti della terra, importando legname, cemento, ferro e animali.

Venditori ambulanti si aggiravano per le nostre strade e stradine, annunciandosi con grida caratteristiche, per comperare capelli (‘u cap’llèr’), morchia (‘u murchèr’) o per vendere lana (‘u lanaiol’). In una realtà con un’alta percentuale di analfabetismo e in cui la radio non si era ancora diffusa, un mestiere importante era costituito dal banditore, ormai soppiantato dalla moderna e più capillare pubblicità.

Procediamo sull’onda dei ricordi, per soffermarci sul riferimento alle neviere, perché penso possa essere interessante per le giovani generazioni. Agostinelli ricorda la neviera di Via Mazzini, in cui la neve veniva stipata e pressata, coperta di paglia, per poterla utilizzare per rinfrescare bevande, per la conservazione di alimenti, prima di tutto il pesce, non essendo disponibili ancora i frigoriferi e fino alla realizzazione della “macchina del ghiaccio” di Giuseppe Apicella, di fronte alla quale c’era una caratteristica fabrichetta di gassose.

Sempre sull’onda dei ricordi giungiamo al “parco della rimembranza”, per le nuove generazioni l’attuale piazza Padre Pio, che accoglieva tra gli alberi il ricordo dei caduti della nostra cittadina durante le guerre mondiali.

Tra i luoghi di ritrovo per i nostri padri e nonni non c’erano i moderni bar, ma le osterie, le cantine, di cui Pietro ricorda quelle di Marcillin’, Capacchyon’, Gesuè, Capp’ducce, Gialunard’. Luoghi di ritrovo e di passatempo con “la legge” e tutto il suo rituale, che trova puntualmente spazio tra queste pagine. Seguono i detti sul vino e un brindisi alla rodiana, che si conclude con un saggio suggerimento: “Signù, ci sim’ capit’,/ ‘u vin’, c l’amma spart’/ a dita a dita”, per invitare alla moderazione.

Là dove ora c’è una moderna banca, c’era in passato la taverna, che dava ospitalità ai carrettieri forestieri colti qui dal buio della notte.

Il viaggio di Agostinelli continua tra i più diversi aspetti della vita materiale quotidiana della nostra gente.

L’attenzione va dapprima all’acqua, che non scarseggiava certo a Rodi e il simbolo di questa abbondanza era forse proprio quella fontana, realizzata, così come oggi si presenta, da Antonio Fusilli, un muratore, nel 1868 e che per molto tempo è stata unica provvidenziale fonte di approvvigionamento idrico, con le sue 14 cannelle, ognuna delle quali, si dice, rappresentasse un paese del Gargano. Segue nel testo un canto legato all’abituale rito di un tempo di andare “p’ d’acqua alla funtèn'”, con una ricca nomenclatura di recipienti e la suddivisione dei barili in “varil’ d’ nu turnés” (da 20 litri), “varil’ d’ quatt’ cavadd'” (da 10 litri), “d’ duy cavadd'” (da 2 litri e mezzo).

Ma all’acqua si lega anche un altro aspetto importante della vita quotidiana, quello della pulizia e del bucato, per il quale all’acqua si univa la liscivia, e poi iniziava la lunga estenuante operazione che Pietro descrive meticolosamente anche per quanto riguarda la biancheria della sposa.

Non disponendo dell’acqua in casa spesso ci si recava ai lavatoi pubblici, come Santa Varv’, che diventavano luoghi d’incontro in cui con canti e risa, come mostra una foto presente nel libro, le donne cercavano di cancellare la stanchezza e alleviare la fatica.

Ma in casa non mancava solo l’acqua corrente, bensì anche la fogna. E questo costringeva a vuotare i recipienti in una sorta di cloaca posta “sotto il castello”. Questo è continuato anche dopo il 1936, quando, come ricorda Agostinelli, Rodi venne servita dalla fogna, come attestano ancora i tombini che recano il fascio littorio, a memoria di quel periodo storico durante il quale venne realizzata la fogna. E qui il ricordo va alla “vott'”, che da un recipiente in cui si vuotavano i vasi da notte passa a indicare, dopo la realizzazione della fogna, l’arrivo dell’addetto che sollevava ormai il tombino in determinate ore del giorno, per consentire di vuotare i recipienti con rifiuti organici e acqua sporca a chi non disponeva ancora della fogna in casa.

Altro aspetto della vita quotidiana era l’illuminazione, che passa dalle lanterne a olio del 1860 a quella elettrica con l’arrivo, negli anni Venti del secolo scorso, della corrente elettrica anche nella nostra cittadina.

In questa quotidianità non poteva mancare il riferimento all’istruzione pubblica, affidata inizialmente a pie donne, che davano all’insegnamento carattere religioso, permeandone il sapere. Pietro riporta anche l’alfabeto della Santa Croce, che forse aiutava a ricordare in qualche modo la forma delle lettere e quindi a fissarle nel loro uso.

Il racconto continua con aneddoti e ricordi simpatici, che spesso buontemponi giocavano agli insegnanti, in aule che non erano ancora concentrate in un unico edificio, ma disseminate in diversi quartieri di Rodi, in locali di fortuna, reperiti per la bisogna.

La creatività dei ragazzi del tempo non si esprimeva solo in stravaganti trovate ai danni dei maestri, ma si esercitava soprattutto nell’inventare giuochi semplici e divertenti, con quel materiale povero ed essenziale di cui si disponeva. Dalla “paracocc'”, al “cerchiy”, al “monopatt’n'”, che non aveva nulla a che vedere con i moderni sfavillanti monopattini, al “rut’cèdd”, al “p’rrozz'”, la raganella usata nelle giornate di venerdì e sabato santi, “i pallin'”, “‘u mazzaccuzz'”, “‘u strumm’l'”, per citarne solo alcuni tra i numerosissimi che il libro di Pietro riporta attraverso anche una puntuale descrizione.

Ma per passare il tempo Rodi disponeva già da allora di un piccolo teatro posto presso la vecchia Camera del Lavoro in Piazza Rovelli, al quale si è poi aggiunto un cinema, che Giuseppe Apicella, di ritorno dagli Stati Uniti, da quell’Hoboken dove molti dei nostri emigranti avevano trovato lavoro e fortuna, sia pure a costo di grandi sacrifici, aveva aperto in via Carmine Grossi.

La ferrovia, inaugurata nel 1931, ha aperto una nuova strada di collegamento, anche commerciale, che andava ad affiancarsi a quella marittima, che, però, era già profondamente in crisi, almeno per quanto riguarda il commercio agrumario, infatti già buona parte di quei quarantaquattro trabaccoli, di cui Pietro riporta i nomi e i proprietari (grazie ai ricordi di Carlo Mancini), erano ormai in disarmo.

Questa fervente operosità, giustifica la presenza a Rodi di una gloriosa ed efficiente compagnia di facchini, e ci riporta alle ricche contrade rodiane e alle attività agricole ad esse legate, dalla raccolta delle olive, al glorioso commercio degli agrumi, che nel passato ha costituito la nostra ricchezza, con quelle nostre contrade rallegrate dalle compagnie di raccoglitori, ma i canti facevano da contrappunto anche all’attività delle donne impegnate al “canalone” a scegliere e a riporre nelle casse gli agrumi destinati a rotte adriatiche o addirittura oceaniche. Una curiosità che Pietro riporta nel libro, è costituita da un albero di arance così grande da produrre sette migliaia di frutti.

Come già per il bucato e per la raccolta delle olive e degli agrumi, il canto accompagnava ogni attività, diventando spesso anche espressione delle difficoltà che travagliavano e affliggevano la vita quotidiana di tanti, che nel canto trovavano il loro sfogo, alleviando in qualche modo la fatica. Alcuni di questi canti Pietro li intercala puntualmente nel libro, altri sono raccolti in un capitolo dedicato proprio ai “Canti popolari”. Per questi canti che accompagnano le diverse attività, quando non ne ha trovati nella nostra tradizione, Pietro ha attinto direttamente dal proprio repertorio, che a quella tradizione si rifà, avendola così profondamente assimilata, come tutto questo libro ci testimonia.

Una gran parte del libro è, poi, dedicata alle feste religiose, vista l’importanza che l’elemento religioso occupa da sempre nella nostra precaria società. Dalla festa in onore della Madonna della Libera, a quelle di San Cristoforo, di San Rocco, di San Michele con i tradizionali fuochi ai crocicchi, al Natale, passando attraverso “le stagioni di Santa Lucia”, alla Pasqua, preceduta dai commoventi riti del Venerdì Santo con l’Agonia e la processione. Il tutto accompagnato da “Graziun'” (Preghiere) che Pietro ha registrato e riportato nel testo.

Sull’onda dei ricordi e delle tradizioni, il libro ci accompagna, poi, attraverso i rituali del fidanzamento e del matrimonio, scanditi anch’essi da canti: stornelli, strufitt’, sunett’, ariètt’; quindi il corredo e “‘a ‘ssing'”. A seguire, il rito del battesimo e ‘u Sangiuann’ che creava un legame che durava sette generazioni. Anche di fronte alla morte, anzi soprattutto di fronte alla morte, c’erano dei momenti di grande partecipazione che si concretizzava nel “r’cunz’l'”.

Il racconto di Pietro continua ancora con momenti di festa fra il profano (il Carnevale, rappresentato da un fantoccio che il martedì grasso, a chiusura dei festeggiamenti, veniva dato alle fiamme. Ancora prima che prendessero piede le attuali sfilate di carri e di gruppi mascherati, il carnevale rodiano si affidava all’inventiva e alla creatività dei singoli cittadini, che davano vita a improvvisati corsi mascherati) e il sacro (l’ultimo sabato d’aprile al Convento), fino alla sagra delle arance, celebrata per la prima volta negli anni ’50.

Le incertezze proprie della nostra società, trovavano conforto nel ripetere da parte dei nostri avi il segno di Croce, per mettersi sotto la protezione di Dio e per far fronte alle tante credenze popolari, dalla fattura al malocchio, al lupo mannaro, a ‘u scazzamuredd’.

Nel libro di Agostinelli c’è spazio anche per la medicina polare, con i rimedi che, forse, è proprio il caso di dire “della nonna”.

Per finire con una nota d’allegria rappresentata dalle bande rodiane: quella bianca e quella rossa, dagli stornelli, dalla tarantella.

La conclusione è affidata ancora alla saggezza di nonna Peppina, a chiudere un cerchio attraverso il quale Pietro ci ha sapientemente guidati.

Certo noi non ci picchiamo di essere dei Saverio La Sorsa o degli Ernesto De Martino, capaci di dare una lettura antropologica ed etnografica al materiale raccolto. Ad ognuno il proprio lavoro. Il materiale che Pietro è riuscito a raccogliere in questo libro e che si legge con piacere, è veramente tanto e prezioso e farebbe certo invidia a qualunque ricercatore.

Un materiale prezioso che Agostinelli ha strappato ad un sicuro oblio e lo ha trasformato con questo libro in un seme prezioso per la nostra società, che ha bisogno di crescere e di riappropriarsi delle proprie origini e della propria identità con cui porsi sulla strada di quel progresso che non ci faccia rimpiangere ancora una volta il passato, come nelle parole di nonna Peppina, che chiudono il libro: ci stév’ megghiy’ quann’/ci stev’ pèy.

Pietro Saggese

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