Uranio impoverito, per le vittime finalmente c’è un Fondo

L’altro giorno, in Puglia, moltissime persone hanno fatto un sorriso triste. Dopo anni di «viaggi della speranza», funerali e battaglie legali per veder riconosciuto il nesso causa-effetto tra la malattia e la morte dei loro cari, finalmente (nelle pieghe della legge di rifinanziamento delle missioni militari all’estero), il governo ha approvato un fondo di 30 milioni di euro, da spalmare in 3 anni, interamente dedicato ai militari chi si ammalano e muoiono a causa del cosiddetto «uranio impoverito». Non si tratta di molti soldi ma, almeno, è il segnale che la Difesa ha smesso di nascondersi dietro il dito di tesi «negazioniste», prediligendo la linea d’una fattiva sensibilità istituzionale.
Resta un sorriso amaro per chi è stato lasciato solo a lottare contro neoplasie e leucemie (per non parlare dei casi di infertilità e progenie deforme). In Puglia, soprattutto. Una delle regioni in cui si conta il maggior numero di morti e malati tra i reduci. Quanti? Non è possibile avere un elenco completo. A livello nazionale si parla di circa 200 ragazzoni finiti al cimitero e duecentomila ammalati (sono le cifre riferite dal presidente del Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia Edouard Ballaman, tra i politici più impegnati sul fronte «uranio impoverito»).

LA STRAGE DI PUGLIESI
Il metallo pesante (radioattivo e tossico) è ancora oggi presente nel munizionamento Usa e GB e, quando i dardi esplodono, ha la caratteristica di frammentarsi in particelle minuscole e volatili. È stato impiegato sempre, dalla Guerra del Golfo della «Operation Desert Storm», in poi. Era il 1991. Cinque anni dopo moriva quello che oggi viene ricordato come uno tra i primi militari pugliesi che hanno perso la vita stramaledicendo l’«uranio impoverito». Era il capitano di corvetta Crescenzo D’Alicandro, di Brindisi, reduce della Somalia. Ma ci fu anche il caporalmaggiore Alberto Di Raimondo, di Salice Salentino (Lecce), che s’era sposato tre mesi prima di finire al cimitero. E salentino era anche Giorgio Parlangeli, caporal maggiore del IV «Genova cavalleria» di Udine. Morì l’anno scorso, aveva 28 anni, era sposato, due missioni in Kosovo. Di Martano (Lecce) era Andrea Antonaci, che lasciò il posto da geometra e morì, nel 2000, da sergente maggiore del genio. Corrado Di Giacobbe, 24 anni, Alpino di Vico del Gargano, morì nel 2001 in clinica, con la fidanzata che gli teneva la mano.
Il più anziano (si fa per dire) dei reduci pugliesi morti per probabile contaminazione da uranio, era il capitano di fregata Stefano Cappellaro: veterano del reggimento San Marco, spirò nel 2007, a 46 anni.
Un tragico elenco, parziale perché soltanto poche famiglie hanno denunciato. In alcuni casi, hanno voluto che non venisse diffuso per intero il nome dei loro congiunti deceduti. È il caso del militare Roberto C.. Sappiamo che era di Gioia del Colle (Bari) e che morì, nel 2007.
Ed è di oggi la rivelazione di una vedova: «Mio marito Paolo Cariello è morto tre anni fa reduce dal Kosovo per un carcinoma rarissimo. Aveva 36 anni ed era aviere a Gioia. Ho fatto la domanda di ‘’causa di servizio” ma a Roma l’hanno rigettata Al momento prendo una pensione minima e ho 2 figlie da mantenere».

LOTTA PER LA VITA
Ancora più difficile stilare un elenco completo dei malati. Sia per il loro numero, sia per evidenti motivi di ritrosia degli interessati. Il loro silenzio merita rispetto ma bisogna sottolineare che è anche grazie alla testimonianza dei militari che non hanno taciuto se oggi esiste un Fondo a tutela dei malati con le «stellette». Ricordiamo perciò: il maresciallo di Marina tornato dall’Iraq Giovanni Pilloni, di Grottaglie; Salvatore La Monaca, di Barletta; Vito Moramarco di Putignano; il capitano Carlo Calcagni di Guagnano (uno dei pochissimi ad aver ricevuto il riconoscimento di «grande invalido »); Paolo Di Benedetto di Palagiano; Marco Sammati, di Lecce; Luca Giovanni Cimino «che – dice l’onorevole Falco Accame, dell’associazione che tutela i militari malati – maneggiava bossoli all’uranio, a mani nude in un poligono pugliese, a Torre Veneri mentre faceva il servizio di leva». L’impiego di munizioni all’uranio nei poligoni nazionali, però, è stato sempre smentito dalla Difesa.
Il ministro Ignazio Larussa, commentando il nuovo provvedimento di legge ha detto che è un «regolamento sui termini e le modalità di riconoscimento delle cause di servizio per il personale impiegato nelle missioni all’estero, nei conflitti e nelle basi militari nazionali: in pratica stiamo parlando delle vittime dell’uranio impoverito e delle nano-particelle».

Fonte: lagazzettadelmezzogiorno

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