Cadono le accuse contro Russo

«Ora posso sorridere. E vuol dire tanto».

Vincenzo Russo, procuratore capo di Foggia Il procuratore capo Vincenzo Russo, in questa intervista alla «Gazzetta» interrotta da decine di telefonate di stima e solidarietà, racconta un mese vissuto davvero drammaticamente, da quando il 10 dicembre 2007 aveva ricevuto un’informazione di garanzia per corruzione in atti giudiziaria con conseguente richiesta di interdizione, ieri rigettata dal gip di Santa Maria Capua Vetere.

«Devo dire grazie a Dio, ma anche dirle che si corre il rischio di rimanerci nel vero senso della parola, quando ti capita una cosa del genere. Una vicenda talmente grande, un’accusa per me così assurda che mi chiedevo: “ma io che c’entro con tutto ciò?”».

Ha pensato mai di dimettersi? «Sì, per qualche momento all’inizio della vicenda. Volevo lasciare anche perchè tutto giungeva dopo una serie di vicende: un lutto in famiglia, le ingiurie sulla tomba di un mio familiare, la scorta. Uno si chiede: dopo 37 anni e mezzo di attività come può capitarti una storia del genere?»

Cosa le ha fatto cambiare idea? «In questo mese mi ha aiutato la fede incrollabile, i familiari, gli amici che mi sono stati vicini, l’affetto dei colleghi della Procura, del personale, delle forze dell’ordine. Se dovessi dire che qualcuno mi ha girato le spalle, si è tirato indietro, ha preso le distanze, direi una bugia. Ma è l’affetto della gente comune che più mi ha commosso. Un vecchietto qualche giorno fa mi si è avvicinato sotto casa chiedendomi se poteva stringermi la mano. E come lui tanti altri. La Procura di Foggia è tra le prime 20 in Italia, e ce ne sono circa 150, come importanza per numero di affari trattati. Avevo anche pensato di poter chiedere tra qualche anno di andar in un’altra sede. Le dico invece che rimarrò qui sino a quando andrò in pensione proprio per l’affetto che ho avvertito».

Come si vive con una richiesta di misura interdittiva sul capo, quando si è a capo di una Procura? «Con grande dolore si vive. Si, hai una certa tranquillità che deriva dalla consapevolezza di non aver fatto alcunchè, ma si vive male. Questa storia mi ha insegnato che per la mente umana può passare qualsiasi idea in questi momenti, anche i pensieri più tragici ».

Lei è il procuratore capo di Foggia: ha condiviso con i suoi colleghi richieste di arresto e di condanna. Cosa cambia quando ci si trova dalla parte dell’indagato? «Già prima di questa vicenda posso giurarle che si vive con sofferenza – il discorso vale per me, ma anche per i colleghi – la richiesta d’arresto di una persona, perchè si pensa alla sofferenza che si infligge all’altra parte. Certo, noi pm siamo una parte processuale ma chiedere l’arresto è un atto che genera sofferenza- è questa la parola giusta- e che rappresenta l’estremo rimedio; per questo cerchiamo di essere equilibrati. Questa inchiesta mi ha insegnato a essere se possibile ancor più equilibrato, attento, sensibile; a pensare alla vicenda umana che si ha di fronte».

E’ umano che tante persone da lei indagate abbiano pensato, chissà se con cattiveria e soddisfazione, “adesso tocca a lui” «Mi hanno detto, ma io non ci credo, che qualcuno ha brindato alla notizia dell’inchiesta a mio carico. Se qualcuno, e parlo in senso generale, ritiene d’aver subìto una cattiveria, che ci sia stato anche un minimo intento malevolo del giudice nel colpirlo, magari può anche essere giusto brindare. Ma se pur di fronte alla sofferenza che si vive per essere coinvolto in un una vicenda giudiziaria, si riesce a valutare obiettivamente la situazione; a ritenere che il magistrato abbia compiuto il proprio dovere, allora il discorso cambia…».

Lei ha la scorta dal marzo del 2007 per le minacce subite dalla mafia: cos’è peggio tra vivere blindati e vivere per un mese con un’accusa che si sa essere inesistente? «Molto meglio la scorta. Un procuratore lo mette in conto, accetta che ci sia chi ti vuol fare del male quando si indaga a tutto campo, quando si colpisce sia la criminalità organizzata sia chi commette reati contro la pubblica amministrazione. Ma quando dopo 37 anni e mezzo in magistratura ti vedi contestare accuse come queste a mio carico, non è certo qualcosa che puoi prevedere o mettere in conto. Perchè chi lavora con onestà non può minimanente pensarlo».

Articolo tratto da “LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO” edizione del 17/01/2008

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