SANGILLO, il Pittore della nostalgia

Domenico Sangillo

L’opera di Domenico Sangillo analizzata dalla critica d’arte Santa Fizzarotti Selvaggi in una pubblicazione dell’Università degli Studi Bari interamente dedicata al grande artista di Rodi Garganico, insignito del “Sigillo d’argento” dell’Ateneo barese

 

saggio critico di SANTA FIZZAROTTI SELVAGGI

«Ciò che si è non lo si può esprimere».

Kafka

«E’ prestando il suo corpo al mondo che il pittore trasforma il mondo in pittura…»

Maurice Merleau-Ponty

 

Domenico Sangillo, figlio della nostra terra, nasce a Rodi Garganico il 29 gennaio del 1922, si trasferisce giovanissimo all’età di 18 anni a Roma dove affina la sua vocazione per la pittura. Segue il Maestro Carlo Siviero. E’ accolto spontaneamente fra gli artisti come Mario Mafai, Francesco Trombadori (padre di Antonello), Giovanni Consolazione e partecipa da protagonista al dibattito culturale dei salotti capitolini.

Interprete dì quanto lo circonda, Sangillo si è sempre attestato sul ‘Tonalismo romano” sprofondando, anzi naufragando, come ci ricorda Leopardi, nel lirismo delle atmosfere indefinibili della Natura, della sua infanzia vissuta in Puglia. Gli anni romani sono per Sangillo fonte inesauribile di ispirazione, ma anche di nostalgia: desiderio malinconico e struggente di ritornare in patria, di rivedere i luoghi dell’infanzia, gli oggetti cari.

Egli ha sempre sentito di «stare sulla terra», così come afferma Heidegger, per cui la sua nostalgia fu sempre intensa. E’ la Terra Madre – quale grembo di vita e di morte – che lo attira fatalmente: non a caso nella sua pittura grande assente è la figura umana che sembra persa nelle ombre, negli effetti nebbiosi e umidi delle vaste campiture cromatiche. Tra la parola e l’immagine si pone il gesto dell’artista alla ricerca di qualcosa dì perduto… E sono le ombre a tradurre in parte l’inesprimibile, il grido d’angoscia dell’artista dinanzi ad una Natura oltraggiata dagli interventi devastanti dell’uomo… Non a caso Cesare Vivaldi lo ha definito “Pescatore di ombre”.

Ma dove è l’ombra è anche la luce, che nel Corpo delle Tenebre si nasconde per affiorare, a tratti, attraverso il discorso della Pittura, meglio nella Parola pittorica.

Negli anni ’70 Sangillo sente un grande disagio e ritorna a Rodi. Al pennello aggiunge la penna. Non c’è contrapposizione tra Poesia e Pittura, bensì un intreccio proprio della tradizione umanistica. Molti grandi Pittori, infatti, hanno riconosciuto la necessità di dipingere con le parole. La poesia non prende il posto della pittura: colori e immagini si trasformano, invece, in folgorante Parola poetica. Non a caso Simonide di Iuli affermava che «la Pittura è Poesia muta e che la Poesia è Pittura cieca», così come ebbe a dire successivamente anche Leonardo.

Per Sangillo si aprono nuovi scenari, visioni della realtà fisica, naturale, mentre egli ascolta profondamente il suo mondo interno – il Sé -, la voce della sua anima di “bambino” stupito di fronte alla Natura, alla bellezza armoniosa del Creato, della luce che disperde le tenebre. Si tratta del luogo dell’origine. Il gesto dell’artista sta a significare la possibilità dell’uomo di riappropriarsi dell’incipit nella consapevolezza di giocare a ricreare il mondo.

Luciano ha definito Omero «il più grande dei pittori». E lo sguardo di Omero in un dipinto di Rembrandt dal titolo “Aristotele e il busto di Omero” è rivolto altrove. Forse verso quel luogo originario e misterioso dal quale nascono tutte le cose. L’Altrove indefinibile e sfuggente.

Suoni, gesti, sguardi, odori e sapori si ritrovano nella poesia e nella pittura di Sangillo che così scrive: «Gocce di luna / merlettano la giuncaia. / Un leggero zeffiro / soffia sul lago, / mentre eco di pescatori / si perde nel gorgo del mistero». Ed è in tale incontro misterioso dei sensi descritto dal Pittore che si strutturano la parola e l’immagine. D’altra parte così scrive Orazio: «… la poesia è come la pittura, che a volte si coglie da vicino e altre da lontano, ora in penombra e ora in piena luce…».

Sangillo ci invita a riascoltare i sensi, al “fare” che è un “pensare”, alla rieducazione dello sguardo, alla costruzione di una diversa visione del mondo, di un nuovo ma antico discorso in grado di incontrare l’Altro nella dimensione della Memoria. Forse anche nella tragicità dell’esistenza. Nelle sue opere si percepisce il farsi e disfarsi dell’esistenza, di forme sempre nuove eppure già inscritte nel codice segreto della Natura: del Cosmo. L’Artista ci invita a coniugare parola e immagine, il visibile e l’invisibile per ritrovare il senso originario delle cose. Ed è l’Arte che permette la ricomposizione di quel mosaico della beatitudine che scaturisce dall’antica Memoria di un luogo Altro.

Sangillo ha sempre viaggiato tra e con le immagini nel tempo e nello spazio, in luoghi sconosciuti, immaginando forse di recarsi ai confini dell’universo, tra le stelle, visibili e invisibili, che popolano gli spazi siderei, tra le lune…

Per l’Artista il Varano è «… specchio di antiche lune…». Vale a dire che il nostro passato ci impregna indicandoci il nostro futuro: «quella terra / è l’uva della mia fede: / il colore». L’Artista, infatti, attraverso il colore stabilisce un intimo dialogo con i luoghi, con l’anima dei luoghi e le memorie eterne del vento: ed è così che tra la terra e il cielo tenta di ritrovare legami riscoprendo la materia nel suo mistero, l’odore del fuoco, il sapore delle mele nell’orto, lo splendore di tronchi d’alberi e le loro ferite, graffiti e scritture del tempo. Visioni e paesaggi che l’artista ricompone in un unico grande scenario riflettente in ogni caso i frammenti dell’anima del mondo. A noi rimane la possibilità di intravedere il nostro volto riflesso nelle sue Opere e riconoscere in parte la nostra vera natura.

«La vera opera d’arte nasce dall’artista in modo misterioso, enigmatico, mistico», ha scritto Wassily Kandinsky. L’Arte è sempre un mistero che genera emozione e dunque nuove forme: ma è l’emozione a plasmare la nostra mente intessuta di affetti.

E’ stato scritto che «La longevità spirituale di Domenico Sangillo è sorprendente. Le sensazioni, le emozioni, le malinconie, riflessioni, memorie, ironie, si alternano tra loro, trascinandoci ammirati in un gioco di immagini e di ritmi incredibile. Dentro la sua anima vive l’eterno bambino». Quel bambino che gli fa dire: «Lacerata / dalla giuncaia / di rosso / si tinge lo stagno». Il rosso, il colore vibrante della passione, del sentimento, dell’amore, ma anche della rabbia, tinge la giuncaia. Ed è subito Pittura.

Dal suo lavoro affiorano con prepotenza la gioia e il dolore, la nostalgia, attraverso la rarefazione del segno che invita a considerare la possibilità di godere dell’atto vitale nell’hic et nunc, come se il segno fosse testimonianza e memoria. Ed è così che Sangillo affronta con coraggio il nucleo profondo del problema dell’essere umano: la realtà del divenire. Le sue Opere rappresentano le scene di un sogno. L’immagine viene così “ad arte” ricostruita da Sangillo tra rimemorazione e sensualità. Si tratta di luoghi nascosti e misteriosi che appaiono nel chiarore opalescente della Memoria. L’Artista appare rapito dalla Natura, si immerge nel luogo dell’inquietudine: ovvero in qualcosa che muove i sensi, turba e perturba. Ma dov’è ora la Natura? Dove possiamo incontrarla? Nell’Arte, nel Corpo dell’Arte, nel Volto dell’umanità smarrita? Nell’immobile bellezza del Varano?

La dialettica tra aniconicità e iconicità, tra invisibile e visibile, forse è nucleo del suo discorso pittorico. I paesaggi, dal taglio severo delle strutture, vivono in uno spazio costruito dal colore. Assistiamo alla creazione di una sorta di spazialismo dinamico. In verità, in tutta la difficile ricerca di Sangillo affiora la costante presenza di un “io-poetico” in grado di meditare sull’elemento luce” che riguarda, come già affermato, il gesto dell’origine. Non a caso le Sacre Scritture narrano che: Dio disse: «sia Luce… » e la Luce fu. Di qui le grandi campiture cromatiche che vibrano in uno spazio misterioso – lo spazio della mente e del cuore -, all’interno del quale meravigliosamente palpita la “carne viva” del mondo.

Sangillo è il Pittore che dipinge la Natura nelle sue varie forme e manifestazioni. La sua mente è poetica. Ma la Poetica è un fare. “Pòiesis“: inventare, comporre, plasmare. In definitiva, si tratta della costruzione dell’Oggetto d’amore che appare tra la parola e l’immagine. Sangillo plasma il mondo attraverso la Parola poetica piena di luce – la stessa luce che genera l’immagine e la pittura. L’Artista, infatti, si esprime attraverso “universali fantastici”, ovvero tramite le strutture archetipiche dell’immaginazione. Penetra nella realtà naturale per comprenderla non senza dolore. La sua pittura è un accadimento mistico, una trasfigurazione dell’esistente: la ricerca del corpo di luce che impregna tutte le creature. E un misterioso vento cosmico, proveniente da luoghi oscuri, ci avvolge.

Ma è sempre la Puglia a parlare alla sua immaginazione.

Si tratta di un recupero di un’amnesia, della cura al nostro «disorientamento psichico dovuto alla distruzione della memoria del mondo» (cfr. J. Hillman).

L’artista appare cosciente della condizione dell’essere umano: la figura si confonde spesso con lo sfondo. Si tratta della solitudine che domanda la scoperta di Sé e dell’Altro all’interno di una reciprocità senza fine. Ma questo intrecciarsi dell’Uno e dell’Altro avviene in un percorso intersoggettivo e fecondo che si chiama Amore. Ogni sua opera è un frammento della sua vita che incontra la nostra esistenza. Siamo parte di una grande e mutevole Opera che nella sua immagine cangiante ci restituisce il Volto composito dell’Essere. In questo senso forse possiamo comprendere la ricerca di un significato assoluto dell’esistere in quanto tale. Egli sente di vivere nella fiamma dell’Arte quale scintilla del fuoco divino, del roveto ardente.

Una sorta di dimensione celestiale che racconta le vicende dell’Essere senza tempo che dimora dentro di noi mentre si fa linguaggio: Pittura e Poesia. In ogni caso musica e canto si elevano al cielo, all’imperscrutabile mistero. Si tratta di una magia… Nel trasformare l’immagine in parola poetica e la Poesia in Pittura Domenico Sangillo diventa Alchimista. Trova, cioè, il senso dell’esistere che vibra dei sette colori dell’arcobaleno, delle sette note musicali, dei suoni dell’alfabeto, che altro non sono se non le emozioni inscritte nel cuore.

Nei suoi accordi cromatici ritroviamo quanto Brahms scrisse a Max Klinger: «Vedo la musica e la bellezza delle parole ed ecco senza che me ne accorga, i Suoi magnifici disegni mi portano più lontano; guardandoli mi sembra che la musica continui a risuonare all’infinito e che esprima tutto ciò che avrei voluto dire». L’inenarrabile che la Pittura impietosamente disvela e nasconde. Un pulviscolo che l’Artista riordina ed offre all’Altro con la coscienza del tempo che inesorabile passa e che l’Arte rende interminabile ed eterno. Non a caso egli scrive: «Dentro di me una voragine. / La goccia del tempo ha scavato la pietra».

Ed io mi permetto di aggiungere: una pietra viva che respira e profuma come la Poesia e la Pittura. Metafore del corpo aperto, amato e violato della nostra Madre Terra.

 

Il saggio di SANTA FIZZAROTTI SELVAGGI è stato pubblicato in AA. VV. “Omaggio all’artista Domenico Sangillo”, Quaderni d’Ateneo 12 dell’ Università degli studi di Bari, Servizio Editoriale Universitario, 2007.

Domenico Sangillo: l’uliveto

Domenico Sangillo: campagna

Domenico Sangillo: vigneti a sud di Roma

Album “OPERE” di Domenico Sangillo, a cura del Centro Studi “Giuseppe Martella”: pagina 1, pagina 2

Scheda WIKIPEDIA su Domenico Sangillo

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