Parrocchia di San Nicola di Mira chiesa madre di Rodi Garganico – Notizie storiche – architettoniche – cultuali

Siamo ormai a un trittico. Dopo la “Breve storia della chiesa di San Pietro in Rodi Garganico” (1986) e “La chiesa del SS. Crocifisso in Rodi Garganico – Storia, tradizioni e leggende” (2006), Candida Gentile  pubblica ora “Parrocchia di San Nicola di Mira chiesa madre di Rodi Garganico – Notizie storiche – architettoniche – cultuali”.

Il libro nasce, come anche quelli precedenti, dall’amore della dottoressa Gentile-Prevato per la sua cittadina di origine, per la nostra e la sua Rodi, con cui Candida non ha mai rotto il cordone ombelicale, pur vivendo fuori gran parte dell’anno.

Pur con quei limiti che derivano dal suo “non essere una storica”, come l’Autrice confessa, il libro si presenta interessante, perché è una sintesi di quanto la dottoressa Gentile ha raccolto su questa chiesa, non solo di quanto già riportato in opere di Michelantonio Fini, Michelangelo De Grazia, fino a Filippo Fiorentino, ma anche di quanto ha raccolto dalla viva voce di persone, come tanti di noi, che la memoria di questa chiesa la conservano riposta in un angolo privilegiato del proprio cuore. Proprio per essere questa la “Chiesa Madre”, essa ci ha visti sfilare tutti per la preparazione alla prima Comunione, per la partecipazione al catechismo, ci ha visti trascorrere, nella vicina sede dell’Azione Cattolica, le serate, tra le tombolate, la dama, gli scacchi, in giochi che a volte si proiettavano anche all’esterno, nella piazza e nelle viuzze circostanti, per giocare a nascondino. E su tutti la figura dell’assistente spirituale, don Francesco Carlin, gioviale ma severo.

Sull’onda dei sentimenti, la memoria di Candida e di tutti noi si abbandona alle emozioni più profonde: alla storia si affiancano i ricordi personali, che passano anche attraverso quelle poesie che Candida ha riportato nel testo, tratte, come mi confessava, dai ricordi di quel tempo in cui noi ragazzi frequentavamo la Scuola Media a Rodi e avevamo un testo di antologia che aveva un nome bello e singolare, Lalage; dopo avremmo saputo di una omonima creatura femminile immortalata dalla poesia oraziana, il cui nome era l’onomatopeica indicazione di una donna “chiacchierina”.

Ma questi ricordi, che altrimenti sfumerebbero, vanno ad innervare la storia di questa chiesa, rendendola viva e non un semplice e arido studio. Pur se tutto questo magari lascia ai margini le questioni che tra l’altro non so se potranno trovare mai una soluzione. Così per esempio l’inizio della sua storia, che si fa iniziare con il 1680, quando, a causa di un terremoto che ha arrecato danni irreparabili alla vecchia parrocchiale, la chiesa del SS. Crocifisso, la parrocchia si sposta in questa chiesa.

Ma qui ci sarebbe da introdurre tutta la questione circa la datazione relativa almeno al primo nucleo e del campanile ad essa collegato.

Per quanto riguarda il campanile sembra ormai acclarato che la sua origine era quella di una torre di avvistamento, a cui in momenti successivi si sono aggiunti un tamburo ottagonale e una cupola orientaleggiante, che culmina in una cuspide.

Per quanto riguarda un primo originario nucleo della chiesa, Michelantonio Fini, nel ricostruire la storia dell’altare della Natività, chiamata pure di S. Maria del Presepe, di proprietà dei Verderame, parte da un “istrumento del 1. aprile 1651, pel notaio De Vera, in Rodi” con cui “il sac. Antonio Verderame di Alberico fondava una cappella laicale presso l’altare di S. Maria del Presepe, riservandone il diritto di patronato alla discendenza della linea maschile della sua famiglia, con preferenza ai chierici, e, quella estinta, alla linea femminile”.

L’osservazione di Michelantonio Fini pone una data, quella del 1651, come data in cui l’altare della Natività esisteva già.

Probabilmente già prima del 1680 c’era un primo nucleo, a cui si sono aggiunti man mano gli altri altari.

Tra notizie storiche e ricordi viene fuori l’assetto che la chiesa ha man mano assunto nel corso dei secoli.

Per ricostruire la fase iniziale, ci aiutano in qualche modo gli stemmi laterali ai paliotti degli altari. Da quelli che presentano un teschio, che stanno ad indicare la provenienza da quella chiesa del SS. Crocifisso presso la quale era presente la Confraternita della Morte e Orazione, anche se non era la sola, sormontato da una corona ducale (come per esempio nell’altare una volta del Purgatorio, mantenuto dalla cosiddetta Lotteria dei Morti, beni amministrati dalla Congrega di Carità, e che ora accoglie le statue dell’Immacolata e del Cuore di Gesù, che prima, come ricorda Candida, erano in due teche ai lati dell’altare).

Il più delle volte l’attuale sistemazione degli altari non coincide con quella originaria. Così quello che attualmente viene indicato come l’altare della Madonna della Misericordia o del Purgatorio, era in origine dedicato alla SS. Trinità, e vi era sistemata una tela, opera del pittore abruzzese Giuseppe Palma, gli scambi con l’Abruzzo e il Molise sono stati sempre intensi, grazie a quel fenomeno della transumanza: lungo i tratturi, infatti, passavano non solo le pecore ma anche l’arte e la cultura in genere.

Dove ora è sistemato il confessionale, c’era un altro altare, dedicato a San Domenico e a Santa Caterina. Anche questo altare era mantenuto dalla famiglia Verderame.

Accanto a questo altare c’era la scalinata di accesso ad un organo positivo posto sul tamburo dell’ingresso e che è stato rimosso durante i lavori di rifacimento nel corso degli anni ’70.

Tra lo spazio occupato ora dal confessionale e quello che accoglie l’altare successivo, c’era una porticina d’ingresso, ancora visibile all’esterno nei suoi contorni, con accanto una pietra benedetta, anch’essa ancora visibile, che si baciava prima di entrare in chiesa.

L’altare successivo, attualmente dedicato a San Giovanni Bosco, a San Domenico Savio e a Santa Rita, era originariamente dedicato a Santa Filomena. Michelantonio Fini stabilisce per questo altare la data di origine nel 1836, in occasione del colera. L’altare, sempre secondo il Fini, era stato realizzato dal negoziante Mauro Del Giudice ed era mantenuto dalla famiglia Del Giudice.

L’altare oggi dedicato a San Nicola, era in origine dedicato alla Madonna del Rosario. Esso era mantenuto da un sodalizio che riprendeva il nome della Madonna del Rosario. Lo stemma era cancellato già ai primi del Novecento, quello che invece si notava e si nota ancora è la corona che sormonta lo stemma.

Tra l’altare della Natività e quello dedicato attualmente al Sacro Cuore e all’Immacolata, c’era un pulpito, al quale si accedeva attraverso la scalinata del campanile.

Una particolare attenzione merita l’altare principale. La statua di San Cristoforo è stata donata dal Principe di Tarsia, Giuseppe Spinelli, nel 1681, una iscrizione, riportata dal Fini, ricordava questo evento. Così come un’altra iscrizione ricordava la consacrazione del tempio da parte di Eustachio Dentice, arcivescovo sipontino, nel 1827. In quell’occasione furono poste sotto l’altare maggiore le reliquie di San Cristoforo e di San Teodoro.

La posizione di San Cristoforo ci riporta poi alla sua storia (che Gentile narra nel suo libro), all’arrivo a Rodi della statua e al suo patronato. San Cristoforo è lì perché fosse ben visibile a tutti, che, passando di lì per andare al lavoro, rivolgevano al Santo uno sguardo supplice e poi proseguivano fiduciosi, secondo un antico verso riportato dal De Grazia: “Christophorum videas, postea tutus eas” (Vedi San Cristoforo, dopo vai sicuro). Questo patronato ci riconduce alla precarietà della vita delle nostre popolazioni, nelle loro attività marinare ma anche per i non pochi assalti turcheschi subiti dalla nostra cittadina, da cui scaturisce il bisogno, da parte dei rodiani, di un intervento soprannaturale nel respingerli, come spiega Gentile, citando De Grazia. 

Sempre sulle orme del De Grazia, Candida Gentile ricostruisce, poi, la successione dei parroci in questa chiesa, da Lattanzio Paolozzi, il parroco della transizione dalla vecchia parrocchiale della chiesa del SS. Crocifisso, alla nuova parrocchiale, a tutti coloro che si sono avvicendati attraverso tutto il Settecento, l’Ottocento e il Novecento, fino ai più recenti, don Carmine Giovannelli, don Antonio Criscuoli, don Matteo Troiano, don Michele Pio Cardone.

Il libro contiene anche una sezione relativa alla “Cronaca parrocchiale”, che va da prepotenze feudali risalenti alla metà del 1700, fino a episodi più recenti, quali il furto di reliquie, le apparizioni, i “salottini” religioso-culturali.

Segue il fitto calendario liturgico mensile con le celebrazioni tradizionali e quelle che nel corso degli anni si sono aggiunte.

Il volume si conclude con un monito ai rodiani, a quanti hanno a cuore la storia di Rodi, di raccogliere il messaggio e di portarlo avanti, di approfondirlo, di arricchirlo e quindi, proprio in nome di questo amore, far rivivere quelle tele che una volta arricchivano gli altari di questa chiesa e che attualmente giacciono invece abbandonate da qualche parte.

Il loro risorgere segnerà il risorgere di quell’amore e di quella passione per le nostre radici, da riconquistare, di cui riappropriarci, lungo quella strada che Candida Gentile già da anni ci va additando.

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