Le fiamme forse appiccate perchè un campeggio non ha pagato il pizzo. Per rivedere la pineta bisognerà aspettare un quarto di secolo.

Oggi Peschici è una cartolina strappata. Visto dal mare il bianco paese sulle falesie si proietta a settentrione verso una falce di spiaggia e distese di ulivi verde intenso ma dall’altra parte l’immagine subisce un taglio netto. Di colpo tutto somiglia a una pelle di leopardo, sterminato e fumigante paesaggio a macchie e screziature che vira dal giallo delle zolle arse al nero dei tizzoni. Qui la stagione turistica è già finita e per rivedere le pinete ci vorrà un quarto di secolo. E’ impressionante percorrere le stradine scoscese di San Nicola, Calena, Madonna di Loreto. Interi costoni divorati giù fino al mare, carcasse calcinate di automobili e dov’erano i campeggi distese di cenere sforacchiate da buche rotonde attraversate da lucenti rigagnoli metallici. Un pino, dovete sapere, prima prende fuoco nella chioma poi propaga le fiamme al tronco e più lentamente consuma il legno resinoso fino alla base, infine arde sottoterra dissolvendo le radici. Quando lo scheletro annerito cade una buca perfettamente rotonda segna la tomba di quello che era stato un albero, di quelli che furono migliaia di alberi.

Incendio Gargano 

«Vent’anni per far ricrescere la foresta? Forse di più, ma vedrete che prima arriveranno i nuovi insediamenti turistici», profetizza l’uomo della protezione civile che paletta alla mano sta regolando il traffico di carabinieri, ambulanze, mezzi dell’esercito. Dinanzi al ristorante «Millepini» il proprietario sta pensando sconsolato a come cambiare nome all’esercizio, dinanzi al complesso «Julia» una quinta di utilitarie bruciate saluta quelli che se ne vanno, qui e là i carri attrezzi caricano gli scheletri di altre vetture.

Visto dal centro del cratere, l’incendio non sembra avere avuto una logica. Certo, è strano che abbia risparmiato Peschici scendendo giù dai costoni che lambiscono il paese fin quasi al mare. E’ strano che si sia propagato lungo quattro fronti, come se un folle avesse fatto a tutta velocità il periplo dei dirupi per stringere d’assedio questa fettuccia fra costoni e mare, ma può essere stato anche il vento, è difficile dirlo con certezza. La procura di Lucera indaga anche su un’ipotesi agghiacciante: potrebbe essersi trattato di una ritorsione per un campeggio che s’è rifiutato di pagare una tangente.

Nel cimitero del paese le fiamme hanno lambito un muro di cinta, la arcigne cappelle del perimetro hanno retto ma poco più in là, al centro di una spianata, la chioma di un pino ha preso fuoco e le fiamme si sono propagate fino ad abbattere tre o quattro tronchi. Hanno spelacchiato la zona più povera e anonima, quella dedicata alle vittime del mare con cinque tombe senza nome. «Negli anni abbiamo sepolto qui gli sconosciuti restituiti dalle onde, c’è anche il corpo di una bambina che avrà avuto tre o quattro anni», spiega il custode.

Davvero strano, un incendio così selettivo. Finora si è potuto ricostruire che il fuoco ha preso vita in contrada Calena, proprio sotto l’abitato e da lì si è propagato in zona Madonna di Loreto. Il maestrale soffiava con raffiche violente e il fronte del fuoco ha deciso di raddoppiarsi anche dal punto di vista semantico attaccando l’area di Due Madonne. Infine si è abbattuto sulle baie di Manacore, San Nicola e Zaiana spingendo 3.500 persone verso il mare, anzi nel mare dove poi i pescatori le hanno salvate.

Sulle spiagge perfino le ultime file di ombrelloni sono bruciacchiate e tutto mostra i segni di una fuga affannosa, fra gli sterpi affiorano borse con le racchette di giochi interrotti, magliette e asciugamani abbandonati, ogni tanto un sandalo spaiato. Un popolo in mutande continua ad aggirarsi per il Gargano, quelli che l’altra notte erano scappati con ciò che avevano indosso tornano per vedere se possono recuperare qualcosa. Quasi mai è possibile, qualcuno telefona ai parenti, altri accettano passaggi a bordo di «campers» che risalgono la penisola e vestiti in prestito da scampati come loro. Francesca Misceo, barese, piange come una fontana: nelle due auto di famiglia andate a fuoco aveva anche tutti i gioielli. Dinanzi alla scuola media «Libetta» un applauso segue la partenza di due volontarie: Rosanna e Donatella hanno trascorso tutta la notte accudendo gli sfollati. Doris Mascheroni, comasca, è un dottoressa che è per lunghe ore ha prestato le prime cure agli scampati con indosso camice bianco e bikini. Quando erano le tre e mezza qualcuno ha portato un carico di tute, maglioni e ciabatte messe assieme dalla protezione civile. Quando si erano fatte le quattro molti hanno cominciato a riprendersi e a commentare l’accaduto: «La Protezione civile ci ha soccorsi quando eravano già in salvo».

All’appello manca ancora qualche famiglia, il comune di San Giovanni Rotondo ha messo tre numeri telefonici a disposizione di chi ancora non abbia rintracciato amici e parenti ma non dovrebbero esserci vittime nascoste. E’ quasi un miracolo che nell’inferno dell’altra notte a morire siano stati soltanto in due però è così, anche se per il futuro sarebbe meglio contare un po’ meno sulla Provvidenza. «Quello che è successo ieri è frutto di una sottovalutazione dei rischi e di una scarsa prevenzione», dice Franco Salcuni, coordinatore di Legambiente per la zona. In effetti è paradossale scoprire che d’inverno (quando si prevengono gli incendi con la pulizia del sottobosco) le guardie forestali per il Parco del Gargano sono 22 mentre a luglio e agosto, quando non servono più, diventano 220.

Articolo di Giuseppe Zaccaria. Fonte: website lastampa.it

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