La corsa verso il mare, inseguiti dal fumo

Hanno visto lingue di fuoco alte come palazzi di tre piani che il vento forte spingeva verso la spiaggia e subito dopo hanno visto calare il buio a mezzogiorno. «Il sole è diventato nero», dice Carlo Bono, di Milano. E Mariella Valvo, che è arrivata proprio oggi da Casale Monferrato, racconta la sua paura con i film, «uno qualunque di quei film catastrofisti americani, oppure, meglio, quello su Pompei distrutta dalla lava del Vesuvio». Anche gli animali hanno avuto paura, prima degli uomini e forse anche più di loro. La cagnetta della signora Valvo, la barboncina Beba, che tremava come una foglia. Il bastardino Artemio, da quindici anni amico fedele di Carlo Bono, che si è irrigidito e sembrava pietrificato come per incantesimo. E Masha, il volpino di Giuseppe Festa, di Avellino, che vistasi perduta si è messa a scavare una buca nella sabbia e ci ha infilato dentro la testa. Come per i terremoti e le alluvioni, sono stati gli animali ad allertare gli umani. E i primi a dare l’allarme sono stati i più piccoli degli animali. Le formiche. Il calore delle fiamme lo hanno avvertito con largo anticipo e di primo mattino sono scappate dai loro formicai e hanno raggiunto le tende dei campeggi.

I villeggianti si sono svegliati per il solletico delle formiche sulle braccia e sul collo. «Sono troppe, e sembra che si siano date appuntamento qui. Dev’essere successo qualcosa nel bosco», ha detto una signora. E ci ha visto giusto. Il bosco stava bruciando, il fumo aveva già formato cumuli di nuvole nere, e l’orizzonte era velato non da quella foschia estiva prodotta dal caldo eccessivo, ma da qualcos’altro, sicuramente più denso, più sporco, più irrespirabile. I bambini, come i cani e le formiche, hanno capito di essere in grave pericolo e a un certo punto, dopo più di tre ore di rassicurazioni poco rassicuranti, non hanno più dato retta alle mamme e ai papà. E nemmeno ai nonni. «Piangevano tutti come disperati », dicono Gianluca Vio e Andrea Proia, entrambi di Mestre ed entrambi papà di due bambini di tre e cinque anni. Ma anche la figlia tredicenne di Ombretta Cattaneo, di Varese, non ha potuto trattenersi dal piangere per il terrore di trovarsi in mezzo a due fuochi, l’incendio che scendeva da San Nicola di Peschici e quello che saliva da Vieste. Mancava un quarto d’ora a mezzogiorno e tutti i turisti di quel tratto di costa dalla sabbia fina e dorata, che dà il nome a Peschici (in slavo, appunto, «sabbia fina»), campeggiatori e ospiti di alberghi e residence, si sono ritrovati in spiaggia, come in un grande campo di concentramento, braccati dalle fiamme e paralizzati dal panico.

«Non sapevamo che cosa fare », dice Maria Marangi, di Torino, che accudisce i suoi tre nipotini in attesa che li raggiunga il papà ancora impegnato con il lavoro. Ma non soltanto Maria, tutti, ed erano circa duemila, non sapevano che cosa fare in quel momento. Le fiamme e il vento forte alle loro spalle, il mare davanti. E soprattutto l’aria. Irrespirabile. Impregnata di polvere e di cenere. «Avevo avuto così tanta paura soltanto durante il terremoto dell’Irpinia, nel 1980 — ricorda Giuseppe Festa —. Ma allora scappammo. Questa volta invece ci siamo sentiti topi in trappola». È stato l’arrivo delle barche — gommoni, motoscafi, gozzi e tutto quanto galleggiasse — a ridare speranza a tutti gli sfollati. La processione di barche della gente di Peschici, non della Protezione civile, o della Capitaneria di porto, o di qualche altra istituzione di soccorso. Tutti a bordo, prima le donne e i bambini, e quelli che non sapevano nuotare tirati su di forza dai pescatori. Alla fine, tutti in salvo, nel centro di raccolta della scuola «Libetta ». Con i peschiciani che continuavano a rifornire di acqua, di frutta, di vestiario, le duemila persone in fuga dall’incendio. «Se non fosse stato per la gente del posto, non sappiamo come sarebbe andata a finire », dicono un po’ tutti. E non c’è nessuno che non se la prenda con i soccorsi, l’organizzazione, l’assenza di ogni istruzione utile e tempestiva per non sprofondare nel panico e non andare incontro a pericoli maggiori. «Nessuno ci ha avvisato, al mattino, che era in corso un incendio di così grandi proporzioni», dicono tutti.

E raccontano della snervante attesa quando chiedevano spiegazioni, della continua litania di «state calmi» quando si allarmavano e volevano sapere perché non vedessero volteggiare in cielo né aerei, né elicotteri. «Il primo elicottero lo abbiamo visto che erano già le due del pomeriggio». E di altoparlanti nei campeggi che avvisassero gli ospiti di cosa stava accadendo? «Nemmeno l’ombra». A un certo punto, c’è stato anche chi ha perso il controllo della situazione e ha urlato: «Via! Andiamo via tutti!». Per fortuna, senza esito. Perché scappare via in auto avrebbe significato andare dritti nelle fauci dell’incendio e rimanere intrappolati lì, per sempre, com’è accaduto alle due persone morte carbonizzate in auto mentre attraversavano la strada che taglia il bosco. Adesso Peschici sembra un paese in ginocchio. Triste. E si chiede se l’anno prossimo i turisti torneranno nel luogo in cui a mezzogiorno si è spento il sole.

Articolo a firma Carlo Vulpio da website corriere.it

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