Gargano 2007: l’anno da dimenticare

Il Gargano ha conosciuto, nel 2007, il momento più nero degli ultimi dieci anni. Devastato dagli incendi boschivi, dilavato dalle piogge battenti, vittima anche di una recrudescenza dei fenomeni criminali legati alla mafia garganica. Un’emergenza figlia anche delle carenze di un Parco Nazionale ostaggio della politica e incapace di condurre a termine i processi necessari a dotare il Parco stesso di strumenti minimi di gestione.

Il Piano del Parco è latitante, vittima del fuoco incrociato dei comuni, sempre più insofferenti a qualsiasi strumento di pianificazione nella gestione del territorio. Vittima anche del ‘parolismo’ di una gestione inconcludente e troppo attenta alle campagne elettorali nelle quali il Presidente si espone oltre il dovuto per chi rivesta cariche istituzionali.

Il Piano nella sua versione definitiva è stato consegnato da più di due anni dalla società incaricata della sua redazione che, a valle di tutti gli studi, le concertazioni e le consultazioni, ha elaborato un documento che merita solo di essere adottato in via definitiva. Cosa che, come è evidente, non accade.

A questo si aggiunge la mancanza di iniziative sul fronte del contenimento dell’abusivismo edilizio: da quattro anni giacciono 500mila euro nelle casse del parco in attesa di essere utilizzati per gli abbattimenti degli immobili abusivi. I soldi non vengono spesi e, nel frattempo, il parco non avanza richiesta per incassare ulteriori somme che il Ministero dell’Ambiente gli ha messo a disposizione. Tutto questo aggravato da irresponsabili dichiarazioni rese dai vertici del parco, evidentemente mirate a tranquillizzare il popolo degli abusivi.

Un Parco drammaticamente inattivo sul fronte dell’accoglienza turistica. Nonostante la propaganda che mira a far credere il Parco del Gargano un modello da imitare, ascrivendo a merito della gestione del parco i flussi storici di turismo religioso legati ai culti di Padre Pio e di San Michele e quelli consolidati del turismo balneare sulla fascia costiera, l’amara verità è un’altra: i centri visite per l’accoglienza dei visitatori del parco sono tutti chiusi, fatta eccezione per quello di Monte Sant’Angelo. Chiuso quello di Manfredonia.

Nonostante la società Oasi Lago Salso si sia fatta avanti per una gestione competente, il Parco non si decide per l’affidamento del servizio, e la struttura patisce l’inattività. Ha chiuso i battenti anche il centro visite di Lesina, il primo ad aver iniziato l’attività una decina di anni fa. Non decolla quello di Borgo Celano, affidato a trattativa privata a una associazione vicina al presidente. Non apre più neanche quello di Rodi Garganico, inaugurato in pompa magna.

La mancanza totale della rete infrastrutturale di accoglienza turistica del parco è alla base del crollo di occupazione degli operatori dei servizi turistici ed educativi legati alla fruizione dei beni ambientali e culturali del Gargano: delle decine di imprese di servizi fondate negli anni dell’istituzione dell’area protetta ne sopravvivono poche, e con grandi difficoltà.

Una gestione completamente inadeguata e colpevolmente involuta in dinamiche politiche di parte, che purtroppo, in alcuni casi, fanno essere il Parco Nazionale del Gargano il contrario di quello che dovrebbe essere.

Sul fronte della speculazione edilizia le cose non sono più confortanti. Crescono gli interventi di cementificazione selvaggia, con operazioni speculative di grandissima portata, che si affiancano alla piccola speculazione.

Esplode il caso San Giovanni Rotondo con 1400 abusi edilizi tra accertati e presunti, secondo le stime del politecnico di Milano incaricato della redazione del nuovo PUG, che si aggiungono ai 101 alberghi costruiti in deroga nell’anno del giubileo nella città di San Pio, con molti imprenditori che fanno pressione sulla politica affinché sia reso possibile un cambio di destinazione d’uso da turistico ad abitativo.

Legambiente è contraria che, dopo uno scempio come quello perpetrato ai danni del paesaggio, si finisca per legittimare, con il cambio di destinazione, la strategia dei furbi.

Saltano agli occhi il caso Monte Sant’Angelo, con un boom edilizio degno degli anni cinquanta in un periodo di evidente decremento demografico, e quello di Cagnano Varano, che decide di non bloccare l’iter che potrebbe portare alla costruzione di due ecomostri senza precedenti proprio sulle rive del lago costiero di Varano. Mattinata, Vieste e Peschici, che continuano ad approvare lottizzazioni in luoghi ambientalmente e paesaggisticamente rilevanti. Con un caso scandaloso come quello di Peschici, in cui si continua ad utilizzare, senza volontà alcuna di procedere all’elaborazione di un nuovo strumento urbanistico, un piano di fabbricazione anni ’70, che prevede l?edificazione indiscriminata, specie nelle aree adiacenti a quelle costiere.

Una novità per quanto riguarda il caso di Torre Mileto, il più imponente abuso edilizio italiano, che con l’approvazione del PIRT da parte della Regione Puglia, dovrebbe subire centinaia di abbattimenti di villette abusive, con azioni di riqualificazione naturalistica e urbanistica dei luoghi. La vicenda dell’abusivismo a Torre Mileto non ha mancato di mettere in evidenza, anche in tempi recentissimi, il sistema di complicità e connivenza tra il popolo degli abusivi e importanti segmenti della politica locale, che hanno sfruttato gli umori degli abusivi a fini elettorali. E’, per questo, importante che non si abbassi la guardia, affinché il PIRT non resti lettera morta.

Nulla di nuovo per quanto riguarda gli ecomostri storici: il Centro direzionale a Baia dei Campi, di proprietà della Regione Puglia e la Masseria Pilota Agropolis di proprietà della Comunità Montana del Gargano rappresentano due monumenti allo sperpero del denaro pubblico e allo sfregio del paesaggio. Vanno abbattuti, senza tentennamenti.

Evidente il ritardo delle istituzioni anche nelle iniziative di salvaguardia dei beni culturali. Nelle vicende dell’abbazia di Càlena a Peschici, dell’abbazia di San Leonardo nei pressi di Manfredonia, del centro storico di Monte Sant’Angelo e del sistema delle masserie fortificate della zona nord del Gargano, specie in territorio di Sannicandro Garganico, Legambiente ha lamentato più volte l’assenza della Soprintendenza ai beni culturali e paesaggistici, che ha giocato un ruolo non del tutto convincente, lasciando mano libera ai comuni ed ai privati.

Nelle aree interne crescono i fenomeni dei tagli abusivi del patrimonio boschivo, la pressione venatoria dovuta al bracconaggio, mentre continuano fenomeni di sconfinamento da parte di allevatori senza scrupoli, che rendono difficile la crescita delle economie sostenibili legate al Parco. Il numero dei forestali nel Gargano è ampiamente sott’organico e resta un evidente mancanza di presidio del territorio interno. Occorrono azioni di più forte contrasto del controllo criminale sulle aree rurali, che rende ancora oggi insicure le campagne e le aree boschive, e finisce per scoraggiare dinamiche di sviluppo sostenibile.

In tutto questo scenario merita particolare considerazione il caso di Manfredonia, un vero campionario di disastri ambientali. Con i ritardi della bonifica della zona ex enichem e la condanna UE per la mancata bonifica delle discariche. La condanna UE per gli effetti della reindustrializzazione voluta con il Contratto d’Area in pieno SIC Steppe pedegarganiche. Gli errori evidenti nelle scelte industriali del contratto d’area, che vedono oggi una parte delle imprese chiudere e licenziare dopo aver incassato i finanziamenti dello stato, e un’altra fetta consistente sopravvivere a stento, a volte anche a danno del rispetto dei diritti dei lavoratori, in un quadro economico globale facilmente prevedibile che avrebbe potuto ispirare iniziative di sviluppo più solide. Non mancano iniziative industriali convincenti sia sul piano economico produttivo che su quello ambientale, ma nel complesso il contratto d’area rimane in una situazione di criticità generale. Sempre tra le iniziative del Contratto d’Area il finanziamento e la costruzione di alcuni alberghi, paesaggisticamente impattanti e poco utili alla collettività, e di due porti turistici a poco più di un chilometro e mezzo l’uno dall’altro che ci si accinge a costruire su un fronte mare che già contiene infrastrutture portuali inutilizzate e fatiscenti.

A proposito della portualità di Manfredonia Legambiente si è sempre espressa per la riqualificazione e l’utilizzazione razionale dell’esistente porto di Manfredonia, più che sufficiente per supportare il traffico peschereccio e turistico, se opportunamente ammodernato, e nel contempo ha sostenuto la necessità di rilanciare in tempi rapidi il porto industriale, con l’utilizzo delle aree retroportuali ad esclusivo vantaggio dell’infrastruttura. Il nuovo porto turistico di Manfredonia in procinto di essere costruito risponde a evidenti spinte speculative, alimentate anche dalla presenza di ingenti risorse provenienti dai finanziamenti messi a disposizione dal contratto d’area.

Il quadro è fosco. Speriamo in un futuro immediato capace di donarci novità interessanti. Sul Gargano è importante inaugurare una nuova fase di protagonismo in cui la gente di buona volontà, le imprese, le istituzioni, il mondo delle associazioni contribuiscano alla creazione di una vasta rete virtuosa per promuovere azioni sociali di vasta portata, per alzare il tiro contro il degrado sociale e ambientale del territorio, e contro i fenomeni criminali. Che l’anno 2008 sia quello giusto per risalire la china!

a cura di Legambiente Gargano

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