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San Valentino, patrono di Vico del Gargano, il mio paese

Con una breve storia fotografica sull’allestimento del baldacchino d’arance del Santo a cura di Pasquale D’Apolito. 

Stai attraversando ancora le ore che dalla notte ti portano al giorno, con le palpebre chiuse sugli occhi, quando pensi che oggi a Vico, nel paese dove sei cresciuto, si festeggia san Valentino, prete e martire.

Vorresti così aprire quelle palpebre lontano da qui, dove la vita ti ha voluto, e spalancarle sulle arance dorate circondate dai rami di alloro profumato, che sembrano guardarti mentre attraversi corso Umberto.

Così cominci un viaggio di pensieri, mentre ti abbandoni ai doveri della giornata riposti sulla scrivania.

E pensi che almeno oggi per un momento ogni vichese, in qualsiasi angolo di mondo si trovi, penserà – come te – al Santo del paese, che con l’indice puntato verso l’alto attraverserà in processione le strade di Vico.

Quando eri bambino non si andava a scuola, pensi.

San Valentino avrebbe portato anche qualche fiocco di neve, che magari avresti assaporato con un filo di vincotto.

Qualche giorno prima del 14 febbraio, avresti spinto più volte il portone della chiesa Madre durante la novena, per andare a guardare il Santo riposto sul baldacchino ornato da centinaia di arance.

Così sui fili invisibili del telefono e della memoria provi a ricostruire la sua bellezza.

Le arance, offerte dai proprietari degli aranceti e scelte tra quelle più belle, vengono portate nei pressi dell’altare maggiore; il loro profumo intenso, come fosse sparso da un turibolo che brucia incenso, invade le tre navate, gli altari, l’abside e il chorus della chiesa parrocchiale più antica di Vico.

Un’arancia accanto all’altra, piccola o grande che sia, ognuna adagiata sulle sue foglie lunghe e verdi, ognuna con il sapore del suo giardino che degrada verso il mare, ognuna con il profumo di fiore di zagara dove l’ape è andata a succhiare il suo nettare. Le arance saranno legate e intrecciate una all’altra, picciolo con picciolo, da mani esperte che conservano segreti lontani, come quelle di Ignazio Silvestri che lo fa da quando era poco più che un bambino.

Così, mentre il mondo fuori corre in fretta, gli uomini del luogo con la maestria lenta del tempo, dell’occhio e dell’intreccio, in un minuzioso e antico lavorio tramandato da memoria a memoria, andranno a formare un unico grappolo, e poi un altro, ancora un altro, un altro ancora. Qui li chiamano “marròcche”.

Grappolo su grappolo, gli uomini del paese, scrivono sull’altare il preludio di qualcosa di maestoso che sta per compiersi, e che i vichesi chiamano “il trono”.

Come fosse un germoglio di una nuova pianta, che la lentezza della natura farà diventare albero, piano piano, “il trono” prende forma arrampicandosi in altezza sui due lati che lo formano, fino a quando saranno un tutt’uno con l’architrave d’arance che li sovrasta.

Il Santo viene accerchiato da queste perle della natura, accese nelle diverse sfumature che la terra garganica e il lavoro meticoloso degli agricoltori gli hanno saputo dare.

Così, il baldacchino ingioiellato d’arance, alla fine dell’opera somiglia a un grande abbraccio che si stringe intorno al Santo.

Un abbraccio che lascia il popolo intero a bocca aperta.

Un maestoso baldacchino di arance, unico al mondo, che promana incanto e luce su ogni sguardo che su di esso si posa.

Le arance, come nell’intreccio di un testo, sembrano ragionare tra loro, quasi a dire «grazie» per quel po’ di ricchezza che un tempo ci aveva permesso di vivere una vita più dignitosa, mentre riposte in casse di legno e decorate da splendide veline attraversavano gli oceani su grossi velieri e sfidavano le tempeste. Per un attimo pensi che l’indice alzato del Santo voglia indicarle e dire: guardate che queste perle d’arancio sono il vostro tesoro più grande, abbiatene cura, non abbandonatele mai; voi metteteci l’ingegno dei vostri padri, la cura preziosa delle mani delle vostre lontane nonne, che l’incartavano una a una per i loro viaggi per terra e d’oltremare, perché al resto ci penso io.

Guardo l’orologio: sarà già uscita la processione!

Così rimani appeso al tempo nell’attesa che qualcuno dal paese ti mandi almeno un whatsapp, e basterà quel quadratino di realtà sul cellulare per farti sentire a casa, almeno per un po’.

E te le immagini le campane, suonate a festa per l’occasione che da quattrocento anni le fa rincorrere una dietro l’altra, il Santo che viene fatto scorrere dai portatori quasi a toccare terra per poter attraversare il portone della Chiesa Matrice fino a poi caricarselo sulle spalle, l’Arcivescovo, la banda che intona la marcetta.

Te lo immagini il Santo appena fuori dalla sua Chiesa, con alle spalle l’albero dell’ulivo posato sull’orizzonte, le tre torri simbolo di fortezza e l’acqua che scorre sotto il ponte a ricordare le sorgenti, i simboli raffigurati nello stendardo del Comune, dove vorresti rivedere anche un arancio, come forse un tempo fu.

Ora passa sotto la corte del castello di Federico II, la gente è infreddolita e assiepata ai bordi delle strade, il segno di croce di un’anziana sul balcone, l’incrocio con il fraticello d’Assisi (posto come fosse un faro di luce a snodo delle principali vie del paese), la benedizione degli agrumeti al Carmine per chiedere protezione dalle gelate dell’inverno, i fragorosi fuochi d’artificio, un palloncino che vola via lontano dalla mano di un bambino.

È lo stesso palloncino che ti è scappato di mano tanti anni fa, te l’aveva comprato tuo nonno, che per un giorno almeno dell’anno aveva lasciato le cure della campagna per onorare il patrono di Vico, delle sue terre indurite dall’uomo, dei suoi figli, vicini e lontani, nel mondo ormai sparsi.

Francesco A. P. Saggese

Tutte le foto sono di Pasquale D’Apolito. Sull’argomento si segnala il testo: M. Biscotti, San Valentino Prete, Patrono di Vico del Gargano, 2009

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